"Lasciate che io vi renda felici" (1/2)

Pubblicato il 01-12-2006

di Giuseppe Pollano


Se il mio cuore è fatto per essere felice, la mia malattia mortale è di non riuscire mai ad esserlo.

 

FELICITÀ E INFELICITÀ
Iniziamo questa riflessione ricordando alcune parole di Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi. Nella sua opera intitolata, in modo molto significativo, “Il disagio della civiltà” dice: “Ci chiederemo quindi che cosa gli uomini con i loro comportamenti pretendano dalla vita. È impossibile sbagliare la risposta, vogliono diventare e rimanere felici”. Ha scoperto l’acqua calda, potremmo dire; ma un’autorità come Freud, pur lontanissimo da una lettura religiosa della vita, tanto da definire la religione una “nevrosi collettiva”, tuttavia ci ricorda qual è il vero segreto del nostro cuore.

È proprio così, noi pretendiamo dalla vita non soltanto di essere felici un momento, ma di diventare e rimanere felici. Non è una pretesa assurda, siamo fatti per essere felici, così ci ha creati Dio, si tratta di non sbagliare la strada. Ecco perché arriviamo subito a una domanda che Gesù ha rivolto a un malato (Gv 5,6) e che oggi rivolge a noi: volete guarire? Lasciate che io vi renda felici. Siamo di fronte al problema della nostra vita, di come la viviamo, la decidiamo, la scegliamo, la facciamo crescere.

La malattia acuta della nostra epoca è l’infelicità. Vuoi guarire? Ci sono mille mali, ma se il mio cuore è fatto per essere felice, la mia malattia mortale è di non riuscire mai ad esserlo. Poi ci sono tutte le altre malattie e tutte le altre infelicità piccole o grandi. A tutt’oggi, il mondo è infelice sotto molti aspetti, ci sono miliardi di persone che vivono con pochi dollari al giorno, afflitti dalla fame, dalle ingiustizie, dai diritti negati. Il mondo è infelice e può davvero esprimersi col noto modo di dire: “quello che io sono saluta con tristezza quello che avrei potuto e avrei dovuto essere”. L’affamato avrebbe potuto essere sazio, lo schiavo libero, l’ignorante istruito…

Ci sono troppi dubbi nella vita per essere felici, ci sono troppi ostacoli, paure, incertezze, delusioni, povertà e non si finirebbe di fare l’elenco di questi nemici dell’infelicità. Prendiamo atto, senza pessimismo, ma con molto realismo e anche con un senso di compassione nel nostro cuore, che questa malattia dell’infelicità travaglia tutti. Se chiedessi a ciascuno di voi se conosce più persone felici o infelici, sarebbe una domanda dalla risposta molto facile.
Al di là dell’essere umanamente infelici, siamo anche aggravati dal fatto che non possiamo fidarci di nessuno, anzi non pensiamo neppure di poterlo fare. Siamo rassegnati a sperare poco e male.

QUATTRO PAROLE PER ESSERE FELICI
Avremmo tutto il diritto di essere profondamente angosciati e disperati se un giorno non fosse nato il bambino che fu chiamato Gesù. Divenuto uomo, Egli ci ha detto chi era e perché era venuto fra noi, e da allora siamo in grado di sapere tutto sulla malattia della infelicità e sul come guarirne, noi e gli altri. Gesù ha detto infatti quattro parole fondamentali.

Voi siete di quaggiù, io sono di lassù…sono venuto perché abbiate la vita
Gv 8,23; 10,10

 

Quanto più ci rendiamo conto della distanza abissale che c’è tra questo “quaggiù” e quel “lassù”, più capiamo il dono che egli è venuto a farci e siamo disposti a credere a tutta la sua grandezza, bellezza, bontà, meraviglia, perché questo lassù è tutt’altro che il quaggiù.
Noi esistiamo. L’etimologia del termine esistenza è molto interessante: “ex-sistere”. In latino “esistere” vuol dire “star lì”, “ex” vuol dire “fuori da”. “Star qui fuori da Dio” è un disastro, l’esistenza diventa terribile. Basta guardarsi attorno. Noi siamo qui fuori da Lui, ed Egli, lassù, non si limita a guardarci dall’alto, si impietosisce. Nel vangelo è ripetutamente detto di Gesù che “ebbe compassione”. Sono venuto ad avere compassione di voi, poveri fratelli e povere sorelle, che avete il cuore colmo del desiderio e del bisogno di essere felici e da soli non ci riuscireste mai, ma io sono di lassù e voi di quaggiù.

Ecco perché si prega: si prega per superare nella grazia e nello Spirito questo abisso, per trovarci là, sull’altra sponda, per incontrarci con Lui, per stare un po’ con Lui, per avere il conforto del suo cuore che è tutto nostro. Sventurata quella gente che crede di continuare a vivere solo quaggiù, che non ha capito o che ha dimenticato le parole di Gesù: “Io sono venuto perché abbiate la vita”.

Se dicessimo questa frase a quella gente che vive questa vita come se fosse l’unica vita, lì per lì forse avremmo come risposta un sorriso tra lo stupito e l’ironico: che vita? Ma la vita è questa, la vita è qui, sono io che vivo, mangio, bevo, costruisco, pianto, bramo, possiedo, questo è vivere. Fratello, questo sarebbe vivere se poi non dovessi morire; non è che non sia vivere, ma non è vivere come dice Dio. Sai che la vita non conosce la morte? Sai che la vita è beatitudine?

Se non lo sai ancora, non dire troppo presto: sono vivo. Vivi la vita che Dio ti dà perché è un dono di Dio, ma non esaltarti, non credere che accumulando denaro, potere, importanza, successo, anni da vivere fino a chissà quando, tu abbia il diritto di dire “sono vivo”. Non sei vivo, sei mortale. “Sono venuto perché abbiate la vita aggiungendo alla vostra piccola vita la mia vita”. È un dono stupendo, perché così la nostra vita non è distrutta, tutt’altro, è assunta dentro alla vita del Signore, un amore che ci prende, ci solleva, ci fa vivere. La vita ci dà delle gioie, ma spesso anche dei dolori e se non siamo abituati a stare con Colui che è la vita, quei dolori ci peseranno troppo.

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati
Mt 9,12

Se credo che Tu mi dai la vita, accetto un’altra verità che gli orgogliosi non accettano: non sono così giusto, così sano, così riuscito, Signore, sono un povero malato. Ed allora ecco che mi tornerebbe la malattia dell’infelicità, se Lui non mi dicesse che non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: “Sono venuto a cercare te ogni volta che soffri e patisci, giustamente o ingiustamente, per causa tua o per causa degli altri, perché sei malato di infelicità e io sono venuto a guarirti, se vuoi”.

Non dimentichiamo mai la saggezza di farci malati, visto che abbiamo un medico così! Chi soffre, istintivamente si isola, e invece il medico c’è. Sii un buono e umile malato, dillo al Signore, ricorda che questo medico non comincia a curarti la pelle, ma comincia a curarti il cuore. “Quando siete stanchi e oppressi venite a me e io vi conforterò” (cfr. Mt 11,28). Se sei un po’, qualche volta anche molto, stanco e oppresso, non fermarti solo a piangere, ricordati che in quel momento il Signore, che ti vede infelice, ti dice: “Vieni, sono venuto apposta per curare questa piaga del tuo cuore, vieni, non star lì da solo”. Gesù dice in modo chiaro che è venuto a curarci dall’infelicità.

Questo vi ho detto, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena
Gv 15,11

Gesù ti dice anche che ha raccontato tutte le cose belle della verità, non solo per istruirti, ma perché la sua gioia sia in te e la tua gioia sia piena. Come è meraviglioso questo Dio! Non è la verità fredda delle cattedre degli atenei e delle università - ci vuole anche quella - che ci lascia il cuore com’era prima. Che generosità! Perché poteva anche tenersela la sua gioia, ce l’aveva già, ma non poteva sopportare il pensiero che noi fossimo infelici. Anche noi abbiamo qualche volta questi sentimenti fini: siamo in pace, ma non possiamo sopportare il pensiero che un altro soffra e allora somigliamo un po’ a Lui che, essendo Dio, non si è tenuto come un tesoro il suo essere Dio, ma è diventato uomo ed è morto per noi sulla croce (Fil 2,6). Una storia d’amore che non si finisce di contemplare.

 

Gesù vuole che la sua gioia sia in te, ricordatelo. Quando la vita comincia a diventare difficile, quando sei tentato di rivolta contro la vita, quando l’amarezza e i perché cominciano a nascere nel cuore è il momento di dire: “Avevo dimenticato, Signore, che tu sei venuto per la mia gioia, ho dissociato Te dal pensiero della mia gioia”. Questa dissociazione, purtroppo, nella nostra cultura è normalissima.
Pensate ai nostri adolescenti cresimandi e cresimati. Abbiamo detto loro molte cose belle sullo Spirito, sulla vita, sulla gioia, ma la gran parte di loro fa presto a dissociare l’idea di Dio, di Gesù, da quella della felicità. Quanti adolescenti credono davvero che Gesù e felicità vanno d’accordo nella vita di tutti i giorni? Gesù e la felicità vera non vanno dissociati.

L’altra stagione pericolosa è quella di quando la vita declina, perché arrivano le tristezze, gli autunni, le malinconie, la malattia, la paura di morire, la consapevolezza che abbiamo fatto la nostra parte. Se non siamo allenati all’idea che la felicità e Gesù ci sono molto vicini, cadiamo in tristezze davvero sepolcrali. Oggi cerchiamo di rallegrare gli anziani, dicendo loro che sono ancora giovani: che vadano, che vengano, che viaggino, che ballino! A me pare un atteggiamento sciocco, illusorio e ingannevole. No, se abbiamo tenuto insieme la felicità e Gesù, allora Lui rimane sempre quello che continua a dirci: “Voglio che la mia gioia sia in te”.

Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi
Gv, 15,12

La gioia di Gesù non è altro che l’esperienza di un amore vissuto. Ecco perché un’altra grande frase da non dimenticare è: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. C’è un comando, ma c’è quasi una supplica nel grido di Gesù: “Vogliatevi bene, non vi accorgete che non vi volete abbastanza bene ed è per questo che siete infelici? Non vi accorgete che siete malati di disamore, di troppo poco amore?” Il troppo poco amore e l’infelicità sono fratelli gemelli. Quando si ama, quando si vive per gli altri si è misteriosamente felici, pur avendo dolori, fatiche, difficoltà, preoccupazioni, perché si è avvolti da un’altra gioia, quella di Gesù, legata all’amore che dona, che è generoso, che non ha paura, che non si arrocca ai propri egoismi.



Incontro del 26 novembre 2006 - Arsenale della Pace
Deregistrazione non rivista dall’autore

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