Maria Cerrato Olivero

Maria, mamma di tre figli, nonna felice, nel 1964 insieme al marito Ernesto, ha fondato il Sermig. Ha raggiunto l'Arsenale del Cielo il 4 maggio '19.

 

Ognuno di noi se è qui lo deve a una

persona, a un avvenimento, 
ad altre

circostanze 
e ognuno può

ringraziare 
perché quell’avvenimento è

stato l’inizio di tutto. 

Penso che tutti noi dovremmo

ringra
ziare Maria perché se lei non 

avesse avallato il primo timido sì, non

saremmo arrivati fin qui. 

Il grazie ora ha un nome, un volto,

una fatica 
ed è un dono inestimabile. 


Ernesto
 



SEMPLICEMENTE GRAZIE! 

Ho conosciuto Maria nel 1972, era in attesa del suo terzo figlio, nato di lì a poco. Così, ogni anno, con il compleanno di Andrea faccio memoria dell’inizio di un’amicizia iniziata 47 anni fa, cresciuta nel tempo e che ora, con la sua morte, ha messo radici in Cielo. Allora ero molto giovane e l’incontro con il Sermig ha dato ali al mio desiderio di pienezza. Cercavo come riuscirci, chi potesse aiutarmi: il come e il chi mi sono venuti incontro con Ernesto e Maria, con Lidia, Adriana e i primi amici del gruppo. Non ho esitato a unire la mia storia alla loro e non mi sono più voltata indietro. 

I primi ricordi di Maria sono legati alla casa di Chieri che frequentavamo per i nostri incontri. Lidia, Sandro e Andrea erano piccoli e con Ernesto impegnato a conciliare lavoro e Sermig, Maria era in casa a seguirli. Perché potesse partecipare agli incontri ci radunavamo spesso lì. Era bello cenare insieme, invadere il salotto per le riunioni, giocare con i bambini. Quella è stata la prima casa della fraternità che nasceva quasi a nostra insaputa. Da lì sono passati i nostri primi maestri: Madre Teresa, Helder Camara, Carlo Carretto… Ernesto andava a prenderli con la sua macchina per portarli a Torino ad incontrare i giovani. Avvisava Maria: «Passiamo a mangiare qualcosa» e Maria, che era un’ottima cuoca, teneva pronto. Sapeva accogliere con semplicità, con naturalezza ognuno, che fosse una persona importante o il più giovane di noi che passava di lì senza preavviso. In quei primi anni mi ha trasmesso la bellezza di una famiglia unita, accogliente, aperta. Prima dell’Arsenale Maria ha aperto la sua casa e, mentre cresceva i suoi figli, ha aperto la casa all’accoglienza di alcuni bambini e ragazzi che vivevano in comunità, prima per qualche periodo di vacanza, poi per tempi anche lunghi di affido. La scelta era condivisa con Ernesto, ma non c’è dubbio che con gli impegni del Sermig che cresceva, fosse Maria a seguire questa famiglia allargata. 

Poi è arrivato l’Arsenale e avevamo ben chiaro che bisognava farne una casa, renderlo accogliente come la casa di Maria. Non è mai facile allargare lo spazio della propria tenda, i sacrifici non si contano e Maria ne ha fatti tanti. Dubbi, ansie, lacrime ne abbiamo condivise tante e posso dire che siamo cresciute insieme nella fede, sostenendoci a vicenda. Ogni volta una delle due riceveva la grazia di aiutare l’altra a superare il tratto di buio che attraversava: un ragionamento, una Parola di Dio, un invito a pregare… Il cuore si riapriva quasi sulla fiducia una dell’altra e riprendevamo a sperare. Maria non poteva essere sempre presente nell’Arsenale, ma quando arrivava sapeva come renderlo casa: l’accoglienza al centralino, i primi ospiti, i volontari in cucina o in lavanderia. Con le persone e in ognuno di questi luoghi, la sua presenza faceva la differenza, dava tranquillità, comunicava quel bene che avevamo nel cuore.

Con l’Arsenale avviato e superata l’emergenza di riparare le mura, il desiderio che ci univa era consolidare la fraternità, la vita di fede, la preghiera. Maria ed io ne parlavamo spesso tra noi, condividevamo idee, intuizioni, sguardi femminili che - lo capivamo bene - potevano essere di aiuto ad Ernesto e alla fraternità che si stava formando all’Arsenale. Ancora insieme affrontavamo nella fede timori, fatiche, lotte quotidiane, ci comunicavamo la Parola di Dio che di volta in volta ci aiutava ad andare avanti, ci davamo fiducia. E crescevamo.

Nel 1990 la prova più dura. Negli ultimi giorni di aprile con Ernesto ed alcuni amici eravamo in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo: 687 chilometri di speranza a piedi per i giovani e per i progetti del Sermig nel sostegno ai più poveri. Maria era rimasta all’Arsenale come presenza e punto di riferimento. Ci eravamo sentite da poco al telefono. Non avevamo ancora i cellulari e ci sentivamo quando incontravamo una cabina telefonica o un telefono amico: «Ci sono novità? Va tutto bene!», questo era in sintesi il nostro dialogo. Di lì a poco Maria ha avuto un’emorragia cerebrale. Noi l’abbiamo saputo solo nel tardo pomeriggio, nel convento dei francescani di Campobasso. Subito la corsa a Roma, l’ultimo aereo per Torino preso al volo, la visita a Maria nella notte in ospedale, le sue parole di fiducia nel Signore e il mattino presto l’intervento. Non ho mai dubitato che il Signore ce l’avrebbe restituita ma i giorni successivi sono stati la prova più grande. Per otto giorni è rimasta in uno stato di coma. Ogni momento accanto a lei avevamo la speranza che aprisse gli occhi.

L’attesa si prolungava ma non veniva meno la certezza che il Signore le avrebbe chiesto di tornare tra noi, anche se mi piace pensare che in quei giorni di assenza lei abbia gustato l’anticipo del Cielo. Finalmente un giorno, mentre Ernesto era alla Porziuncola di Assisi ad affidarla, è tornata tra noi. Prima che Maria tornasse ad essere la Maria di sempre ci sono voluti mesi di ospedale, di riabilitazione motoria perché aveva perso l’uso della gamba e del braccio destro. Migliorava ma ci diceva di non riuscire più ad esprimere i pensieri che la vita quotidiana le suscitava, diceva di non trovare le parole per esprimersi. Allora ci ripeteva la parola che le era più familiare: «Preghiamo!» e a me che avevo condiviso con lei tanta fatica quella parola diceva tutto. 

Poco a poco Maria ha ripreso il suo posto accanto ad Ernesto, in famiglia e tra noi. Ma la sua presenza ora aveva una qualità diversa, non più quella di donna pratica, operativa, affaccendata ma di donna radicata in Dio, testimone silenziosa della sua Presenza. Prima della malattia ci dicevamo spesso che, quando i figli sarebbero stati più grandi, il suo posto sarebbe stato a fianco ad Ernesto nel portare la testimonianza della nostra Fraternità. Non è stato così, la malattia non gliel’ha più consentito, se non all’interno dell’Arsenale, soprattutto con le nostre famiglie cui ha dato tantissimo. Maria ha accettato il suo limite fisico ed emotivo senza mai lamentarsi, sfruttando al massimo la sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, facendo davvero di un problema una nuova opportunità ed è stato così fino allo scorso 4 maggio 2019. Ha accompagnato i figli nel matrimonio, ha visto crescere i nipoti, ha scelto di venire a vivere all’Arsenale per essere presenza di ascolto, di saggezza, di preghiera in mezzo a noi. Abbiamo continuato a confrontarci e quando le portavo qualche nuovo o vecchio problema mi diceva: «Dovrei preoccuparmi, invece sono serena. Pensa a qualche anno fa, pensa com’eravamo, quanta fatica facevamo … Dobbiamo avere fiducia. Andiamo avanti, supereremo anche questo …»

Negli ultimi mesi ci ha riuniti tutti attorno a lei e ci ha lasciato in eredità la sua fiducia affidata e la preghiera. È morta come ha vissuto, senza lamentarsi, serena, pensando ad ognuno. Le parlo spesso e la penso che mi ripete quelle sue parole, anche adesso che il Signore l’ha voluta con lui, per portare una radice del Sermig in Cielo e guidarci tutti come un unico popolo fin là. 

Grazie Maria!

Rosanna Tabasso

 

Le radici di una vita
Adriana Cerrato (sorella di Maria)

 

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