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Il radicalismo di Gesù

L’Ascensione è un richiamo a non considerare Dio lontano dalla propria vita, anzi a trovare in lui le radici del proprio vivere.

di Giuseppe Pollano

superficie.jpgMaurits Escher, Superficie increspata Chi vive sempre in superficie non è detto che viva senza serietà, ma vive con degli scopi che come tali non vanno alla radice dell'esistenza, intendendo con ciò quello che dà senso all’esistenza, il bisogno di andare ai significati ultimi, ai perché definitivi. Quindi è già positivo, anche dal punto di vista umano, voler respingere l'imperante superficialità della condizione umana odierna paragonabile ad una superficie, ad un piano orizzontale che ignora le esplosioni verso l'alto o verso il profondo.
persona radicale e persona radicata

La distinzione tra chi sente il bisogno della "radice" e chi vive in superficialità non è ancora un discorso cristiano. Indagando sulla parola "radici" scopriamo che le radici reggono, danno stabilità e impediscono di essere fluttuanti ed in balia del vento; nutrono, garantiscono la vita stessa nei suoi bisogni essenziali; fanno "appartenere", mediante la penetrazione dentro la sostanza vitale. Questo porta a evidenziare che il termine radicale non è l'unico che viene fuori dal sostantivo radice; ce n'è uno più profondo: radicato.

Per sua natura, l'uomo è una creatura spersa, nomade. Emerge il suo bisogno di radicarsi-in. Essere radicati-in è un bisogno dell’uomo in quanto tale: l’uomo non ha radice in sé, l’uomo non è Assoluto, l’uomo è il Dio mancato, diceva Sartre, proprio perché, anche se pensa di poter avere radice in sé, comunque non ce l’ha.
Oggi la condizione quasi normale di molti, anche di chi in apparenza porta un'etichetta, è quella di essere senza chi ti regga con forza, chi ti dia fiducia e sicurezza, chi ti nutra davvero l’intelligenza, il cuore, la volontà, senza chi ti motivi l’esistenza; senza chi, dunque, sia tale che gli si può dire con gioia di essere contenti di appartenergli.
il cristianesimo è un radicamento

Il bisogno di essere radicati non lo soddisferemo mai tra noi, perché l’unica terra in cui possiamo fissare le radici è Dio stesso, che ci regge e ci nutre dandoci la vita. Perciò il cristianesimo si presenta proprio come il radicamento in Dio, l’unico a non essere illusorio. Noi viviamo radicati e fondati nell'agape (Ef 3,17) e ben radicati e fondati in Gesù Cristo (Col 2,7).
Il cristiano non è uno che in qualche modo accompagna Gesù Cristo, ma è radicato in lui.

Noi cristiani a livello personale e come comunità abbiamo un primo impegno, radicarci in Gesù Cristo, che è un cammino mai completato. Che cosa faccio per radicarmi ulteriormente in Gesù Cristo? Sarà il mio pregare, sarà il mio rapporto sacramentale con lui, sarà quell'insieme di atteggiamenti personali grazie ai quali alla sera ho il diritto di dire: "Ti ho cercato e ti ho trovato, mi sono radicato in te".
Sadao Watanabe, Gesù e i suoi seguaci
la necessità di darsi delle regole

Il rapporto radicante è importante abbia il primo posto e perciò diventi una regola di vita. La nostra vita è organizzata in modo che l'uomo abbia lavoro, nutrimento, tempo libero, ma non è organizzata tenendo conto che può essere anche un uomo religioso. Quindi chi vuole farsi una regola di vita che garantisca l’incontro continuo con Dio, sa che deve andare controcorrente, ritagliandosi dei tempi e accollandosi una fatica in più rispetto alla cultura in cui vive.

Il marxismo, che ha rappresentato un modo molto rigoroso di strutturare la vita, ai suoi militanti chiedeva le giornate di studio fuori casa, l’indottrinamento sistematico, la riflessione. Nel partito non doveva esserci alcuna superficialità, perché "l'uomo deve essere radicale: la radice dell’uomo è l’uomo" (Marx): uomo, coltivati e cerca in te stesso, troverai chi ti regge, chi ti nutre e chi ti dà senso. Tutto questo ormai è stato superato dalla storia; la nostra civiltà di oggi è intristita, disincantata. "L'uomo è un rizoma, un vegetale senza radice e senza fusto" (Deleuse).

Nella cultura dell'uomo senza radici, ossia senza senso al mondo, c’è bisogno della certezza cristiana del radicamento in Dio tramite Gesù Cristo. E c'è un enorme bisogno che questo accada perché occorre pure che chi vive senza senso riesca ad aggrapparsi a un tronco che sta in piedi. Più che mai è necessario che i cristiani siano radicati con forza in Dio, per essere forti, avere personalità forti che non si disanimano se si accorgono di essere fragili, perché la potenza di Dio si compie nel fragile.


se siamo radicati in Dio attraverso Gesù Cristo, siamo anche radicali, capaci di andare all'essenziale, senza fermarci alle mezze misure: perché?

Il Nuovo Testamento risponde che essere radicati in Cristo è lo stesso che essere radicati nell’amore di Dio che Cristo mette in noi; non c’è da meravigliarsi che la conseguenza sia che diventiamo veramente radicali, perché quando la carità e l'amore sono il fondamento o la causa prima, producono un gesto integrale di donazione che prima non era possibile e neppure concepibile.
Cristo non vuole altro che noi ricambiamo quell’amore infinito e totale che ha verso ognuno di noi. Non arriveremo mai alla sua misura, però egli ci chiede di metterci in questa reciprocità, di accogliere da questo amore la spinta, la potenza di scelta, lo slancio a preferire Dio e il prossimo a tutto.
Baroga Gloria, Gesù Dio ci ha amati per primo, dice Paolo. Dio non ci ricambia a seconda dell'amore che abbiamo per lui, ci insegna ad amare per primi, questo è il suo stile. Allora “uno così” ha il diritto di dire: se tu ami padre e madre più di me guarda che non sei degno di me. Qui siamo già al radicalismo spinto. Ma una frase come questa suonerebbe disumana o quantomeno pretenziosa ed eccessiva se egli non ci avesse amato e ci amasse come ci ama. Dio si aspetta che noi lo capiamo e rispondiamo con la stessa misura che è la dismisura.

Ciò che importa è radicarci nell’Amante, in quel fuoco che immediatamente ci provoca e ci fa nascere un senso di risposta. Paolo dice che l’amore di Cristo ci costringe perché avendo egli dato la vita per me non posso io non dar la vita per lui.
Non è il sacrificio che produce l’amore, ma il rovescio. Se non si ama, tutti i sacrifici diventano immediatamente odiosi. Questo spiega perché il popolo di Dio oggi ha perso il senso del sacrificio: ha il cuore freddo e quindi pensa che non valga più la pena far qualcosa per Gesù. Noi invece vogliamo parlare con lui non a cuore freddo, ma con un cuore che può ancora essere adolescente nell’amore, certamente con un cuore che ama.
Frasi enormi tipo “nulla mi separerà da te” a poco a poco diventano realistiche e riscontriamo che ogni momento ci offre delle occasioni per attaccarci a Cristo, ma anche delle occasioni per separarci da lui. Chi può dire di aver sempre infilato la strada dritta e di non essersi separato in nulla da Gesù? Gesù lo sa e ci compatisce e ci ama ugualmente; non c’è dunque da spaventarsi. Questa è la nostra forza: amati radicalmente da lui che è morto per noi e radicati in questo amore siamo chiamati a rispondere. Questo è vero per tutta la Chiesa, per tutto il popolo di Dio.
Tanja Butler, Cristo vite Gesù è l'uomo radicale che è vissuto di amore verso il Padre e verso di noi

Gesù è proprio un uomo la cui caratteristica è comportarsi come se si fosse “dimenticato” di se stesso, di tutto ciò che era e che aveva. Infatti è Dio, ma si fa servo di tutti, è umilissimo, si lascia annientare. Non rivendica il possesso delle cose che ha create, ma vive la povertà totale, vive intensamente l’amicizia, si cala in una famiglia, nel mondo.
Dunque il suo "io" scompare, è staccato da ogni rivendicazione del proprio io quando si lascia crocifiggere e perdona o quando al processo prende lo schiaffo e risponde con dignità. Espropriarsi di sé, espropriarsi di tutto, ma soltanto per essere invasi da un amore che ha una misura molto più grande.
Il suo radicalismo produce pertanto il nostro nella misura in cui arriva a contagiarci e ad alimentarci (vite e tralci: Gv 15,5), ad accettare l’umiltà come stile di vita, la condivisione dei beni, a comprendere che siamo immersi in un Amore immenso che ci fa amare tutta l’umanità.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig