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CONTEMPLANDO LA SINDONE/1: Io, il testimone

Possiamo assumere il volto sindonico come il volto di un testimone che ci offre alcune prove importanti di chi è Dio per noi, di chi vuole essere per noi e perciò di come noi lo dobbiamo interpretare.
Non un “Dio è morto”, ma un “Dio c’è”. Anche dentro il dolore dell’uomo.

di Giuseppe Pollano


Narcisse Nsimambote, Gesù adagiato nel sepolcro, illustrazione murale della Via Crucis
Le dieci prove che potete leggere in me:
Non sono un Dio estraneo
Non sono un Dio annullato
Non sono un Dio sorpassato
Non sono un Dio inaccettabile
Non sono un Dio tragico
Sono il Dio di chi è sconfitto
Sono il Dio di chi è torturato e ucciso
Sono il Dio di chi è fedele alla pace
Sono il Dio di chi ama senza misura
Sono il Dio di chi spera oltre la morte
in una parola: sono il Dio di tutti voi, che state vivendo sulla terra


Non un Dio lontano e estraneo
Questo volto di uomo immerso pienamente nell’abisso della morte, di una morte particolarmente dolorosa, ci rivela prima di tutto un Dio non lontano né tantomeno estraneo. È importante che lo ricordiamo perché l’estraneità di Dio non è poi un’idea così rara nella nostra vita. Da sempre le religioni hanno intuito Dio come un essere trascendente, altissimo, inaccessibile, addirittura innominabile e, se tutto questo andava a vantaggio del senso religioso e del rispetto, andava a svantaggio di ciò di cui abbiamo più bisogno e cioè della comunione con Dio, perché la sola grandezza di Dio non ci basta affatto.
Questo senso di lontananza che percepiamo nei confronti di Dio deriva dal fatto che lui è Dio e noi siamo esseri umani. Il volto della Sindone è proprio all’opposto di questa totale distanza, che ha fatto anche definire Dio, dalle teologie di questo secolo, il tutt’altro da noi. Il volto della Sindone è quello di un Dio fatto uomo, che, nel farsi uomo, ha scelto la piena immanenza, lo star dentro, l’umano, assumendo proprio quegli aspetti umani, il dolore e la morte, che noi stessi respingeremmo se potessimo. Se Dio si fosse fatto uomo nel modo come se l’erano immaginato le mitologie, cioè un Dio che passa in mezzo a noi nelle vesti di un uomo bellissimo e splendido, noi ancora una volta l’avremmo sentito superiore, lontano, non il Dio a cui si vanno raccontare le nostre vicende, le nostre ferite interiori, le nostre lacrime.
Gesù, pur non avendo macchia, si è calato nell’esperienza più difficile dell’essere uomini e questo volto è la chiara testimonianza di un uomo che ha subito la sofferenza e l’umiliazione di una morte oltraggiosa. Dunque umano, tanto umano, fin troppo umano potremmo dire noi.
Il volto sindonico ci dice: “Io mi sono posto nel punto giusto del tuo problema, o uomo. Il punto giusto del tuo problema non è la gioia, è il dolore. Il punto giusto non è la vita, è la morte”. Questo è molto utile ricordarlo perché gli stessi santi hanno fatto l’esperienza misteriosa di una certa estraneità di Dio. Il pianto dei mistici esprime il “Ma dove sei?”. Quello che Giovanni della Croce chiamava ‘la notte oscura dello Spirito’ è un’esperienza di ognuno di noi, quando appunto quel Dio in cui si credeva, si sperava e si chiamava, sembra scomparso e qualche volta addirittura sembra ostile: è questa una esperienza quasi insopportabile, ma che accade di vivere. In questi momenti, riprendendo l’immagine sindonica, guardando questo volto, diciamo: “Non è possibile che ora tu non ci sia più, dopo che hai voluto prendere su di te tutti i problemi dell’umanità. Si tratta di una prova: lo capisco e perciò credo lo stesso”. Luigi Mattei, l'uomo della sindone, particolare del volto, mostra permanente sulla sindone, Roma
Quando pregando si ha l’impressione di non essere ascoltati oppure di non aver neppur più desiderio di pregare, quando parrà che Dio non capisca o che non intervenga, pensiamo per un momento fino a che punto Dio è arrivato in Cristo, e allora non abbiamo davvero più ragione di dubbio, perché abbiamo la certezza che Dio si è inserito pienamente nella fatica di essere uomini, nella fatica di vivere, nella fatica di morire: queste cose le ha conosciute perfettamente e fino in fondo.

Non un Dio annullato
Il Dio che guardiamo nel volto sindonico non è un Dio annullato, distrutto.
Per noi morire è un po’ come annullarci. Anche se crediamo nella nostra immortalità, percepiamo la morte più come annullamento che come ‘inveramento’, cioè diventare più vivi dentro la vita. La fede ci dice che la morte ci fa entrare nella vera vita, ma l’esperienza no, in un morto noi siamo portati a vedere un essere annullato. Gli stessi amici di Gesù non riuscivano più a recuperare la dimensione di Gesù vivo, credevano di vedere un fantasma; non riuscivano a conciliare l’idea che fosse morto - e morto lo avevano visto - e che ora fosse di nuovo vivo.
Questo secondo messaggio che può comunicarci la Sindone è anche importante per confrontarsi con la cultura contemporanea.

Gesù è stato ucciso nel tentativo di distruggerlo e di farlo scomparire dall’orizzonte umano. “Sarebbe meglio che Tu non fossi mai venuto. Tu sei venuto a disturbarci” (Mc 5,6), gli gridavano in faccia i demoni.
Far tornare Gesù nel nulla è stato l’evidente tentativo di coloro che hanno ucciso Gesù. Non volevano uccidere il Gesù fisico puro e semplice del quale, anzi, avevano ammesso la bontà delle opere, volevano uccidere i valori che Gesù predicava e testimoniava, volevano uccidere le sue parole, i suoi inviti a essere diversi; volevano uccidere questo pericolosissimo testimone che aveva il coraggio di dire che è meglio essere umili, che è meglio essere poveri. Non si tratta solo di odio personale, c’è molto di più: è la volontà di distruggere davvero il Dio che viene a portare all’uomo la salvezza. È molto grave questo delitto spirituale.
Crocifisso di Sansepolcro, Arezzo, particolare del volto Sebbene Gesù sia morto una volta sola, il tentativo di annullarne i valori, le idee, la novità, non finisce mai. Noi cristiani stiamo vivendo per testimoniare quella novità e perciò siamo potenzialmente oggetto di odio, “hanno odiato me, odieranno anche voi”, non perché siamo brave persone, ma perché testimoniamo ciò che dà fastidio.
Il tentativo di annullare o sminuire Gesù continua anche oggi dal punto di vista della menzogna storica, asserendo che è stato un uomo qualsiasi e pertanto non è risorto; oppure dal punto di vista ermeneutico, cioè interpretando Gesù come l’uomo più grande, ma non come Dio; o ancora dal punto di vista culturale, attraverso un Gesù interpretato in mille modi, dalla letteratura al cinema, alla filosofia. Il tentativo di annullarlo o almeno sminuirlo ha lo scopo di scansare soprattutto la sua frase più terribile e più penetrante: “Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati”, perché è proprio questo che infastidisce enormemente. L’uomo cerca di liberarsi continuamente dal sentirsi dire che è peccatore, perché questa è la verità delle verità che comporta un cambiamento nella vita.
Non si tratta quindi di un Dio annullato. La rimozione di Dio da parte della cultura a cui noi siamo soggetti (noi siamo figli di questa cultura) non ha cancellato neanche un segno del significato di questo volto. È proprio vero che Dio è incancellabile. “Dio è morto, finalmente” aveva gridato con un grido di trionfo Nietzsche; non è il primo e non sarà l’ultimo a affermare questo, ma questa affermazione non sarà mai vera.
Il volto della Sindone ci dice: “Io sono”. Giovanni narra che quando arrestarono Gesù nell’orto del Getzemani, si avvicinarono a lui i suoi catturatori e, non conoscendolo bene, quando Gesù domandò loro “Chi cercate?” essi risposero “Gesù di Nazareth”, ed egli “Sono io”; a quel “Sono io” caddero tramortiti (Gv 18,5-7).

È straordinario questo episodio di un uomo che subito dopo si lascia prendere con estrema facilità. La parola ‘Io’ quando lampeggia, quando lancia la sua potenza, ci stordisce, perché è lui ‘Io’, è lui ‘Dio’. Il volto sindonico è quello di un morto che ci dice: “Sono Io; mi hanno ucciso ma non distrutto e tu gloriati di credere in me, ucciso ma non distrutto. Io risorgerò”.
Questo volto così tacito e cadaverico è estremamente eloquente, non è questione di devozione; c’è qualche cosa di strano in questa immagine che sembra che ci interpelli, si ha la sensazione di essere guardati più che guardare. Perché questo volto ci parla e ci dice: “Io ci sono, non sono un estraneo né un annullato”, ed è bello che ce lo dica, soprattutto quando siamo un po’ disorientati o in difficoltà.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


CONTEMPLANDO LA SINDONE/2
CONTEMPLANDO LA SINDONE/3

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig