Natale: assalto delle cose, vittoria delle persone

Pubblicato il 14-12-2013

di Giuseppe Pollano

di Giuseppe Pollano – Nelle letture natalizie del vangelo di Luca, per tre volte troviamo il termine mangiatoia ed è proprio la mangiatoia che ci può aiutare a risolvere in modo giusto il contrasto che stiamo vivendo in questo periodo: il Natale trionfo dell’incontro tra persone e trionfo delle cose che ci aggrediscono.

Natività, Palermo, Cappella PalatinaMentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Lc 2,6-12

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l'un l'altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. Lc 2,15-16

Una civiltà come la nostra, povera spiritualmente, è molto soggetta al fascino e all’incanto delle cose che l’uomo sa creare, vuole possedere e amare molto. Perciò il Natale può diventare un assalto delle cose che sembrano dirci: guardami, comprami, godimi, perché è così che troverai la gioia natalizia. Ed è innegabile che per molta gente il Natale sarà soltanto questo, i doni del Natale, non il Natale come dono di Dio.

Non è poi mica vero che noi possediamo le cose, punto e basta! È anche vero che le cose possiedono noi. Eppure come ci piacciono! Ci fanno soffrire se non le possediamo, gioire quando le abbiamo. Sembrano inerti, immobili, indifferenti, ma non è affatto vero che sia così.
La cosa per molti diventa una specie di feticcio da venerare. Corriamo tutti il rischio di essere idolatri; non lo vogliamo, ma la nostra cultura ci prende un po’ per il collo, ci obbliga.
Le cose sono anche quello che siamo noi, dicono i nostri gusti e anche la nostra importanza. Affidiamo alle cose anche la nostra immagine e onorabilità, ci aspettiamo che vedendo le nostre cose gli altri ci stimino e, perché no, ci invidino, sentimento che, in fondo in fondo, non ci fa neanche dispiacere. Non ci accorgiamo che le cose ci separano profondamente dagli altri perché, in effetti chi ha più cose suscita l’invidia.

Allora ecco perché la mangiatoia è come uno schiaffo che Gesù dà alla nostra sottile idolatria, al piacere per tutto quello che possiamo avere e possedere. Non avere neanche una culla vuol dire che Gesù non è venuto a fare alleanza con le cose, come facciamo noi continuamente, ma soltanto con le persone. Questo è lo scopo del Natale. Non è soltanto una scelta di povertà, è qualcosa di più. Vuole riscattarci dalla cecità.
Finché uno tiene più alle cose che alle persone, nel poco o nel tanto, deve fare ancora un lungo cammino di conversione. E questo non riguarda solo i ricchi, riguarda tutti. Nella nostra civiltà economica a tanti non importa affatto considerarti persona, interessarsi di te, di ciò che pensi, delle tue scelte; interessa che tu sia una cosa che funziona, da pagare anche lautamente. Quando non funzioni più sei da buttare e sostituire con un’altra che funzioni meglio.
Equiparare la persona alla cosa è uno dei rovesciamenti gravissimi provocati dal peccato. A chi non capita di strumentalizzare un po’ gli altri, adoperarli perché ci servono in piccole o grandi cose? È talmente normale che non ci meravigliamo neppure di farlo, ma Gesù ci ha proprio insegnato il contrario.

L’opposto di questo essere equiparati alla cosa sta nella stessa scena della natività: il polo opposto alla mangiatoia è Maria, con il suo cuore, il suo calore e le sue braccia, è Maria che dà al Signore precisamente ciò che il Signore chiede, cioè l’incontro perfetto sulla terra, subito. È il Natale!
Gesù incontrerà molte persone, ma non realizzerà più con nessuna l’incontro che realizza con Maria. Luca ha una frase molto significativa “diede alla luce il Figlio e lo avvolse in fasce”. Non è la descrizione di un particolare che sicuramente è successo, ma è la sottolineatura di un gesto di amore che avvolge, di una accoglienza cuore a cuore. Gesù, persona divina, viene per noi, persone umane.
Gesù per un lato si depone nella mangiatoia, come a dire che è il più povero e che mai tra lui e le cose ci sarà una alleanza come la nostra; per l’altro lato si depone nell’abbraccio più grande e più capace di capirlo, più capace di dargli l’amore che lui aspetta, più capace di assecondarlo nella sua impresa di salvezza. Non dimentichiamo che Maria è la Chiesa e che oggi Gesù aspetta di essere accolto in un abbraccio, quello della Chiesa, il nostro.

Il Natale avrà la sua profonda temperatura mistica laddove si rinnoverà l’abbraccio profondo di Maria che avvolge Dio nelle fasce della tenerezza. Infatti Gesù vuole un mondo nuovo dove, decisamente, le cose sono pensate, costruite, adoperate secondo l’ordine di Dio, senza che ci dominino e ci schiavizzino, in modo da diventare segno di fraternità, giustizia e carità.
Gesù viene, persona per l’uomo che è persona. Gesù ci ha fatto persone perché ci potessimo amare, ci ha dato la capacità di volerci bene perché ci potessimo rispettiate. L’amore non è diffidente, sente tutta la presenza dell’altro, rispetta, si prende cura, dona. Se siamo toccati dall’amore alle cose, la maniera più sicura per non caderci dentro, è saperle donare. Gesù non ha mai detto né di disprezzare né di distruggere le cose, ma di donarle.
La libertà cristiana nasce dalla capacità di dono che, spesso, costa cara. Eppure è l’unica garanzia: si è cristiani nella misura in cui si sa dare. Si può pregare, avere un culto profondo, compiere molte cose belle e apprezzabili, ma se il cuore non spinge a donare, allora non si è ancora colto il dinamismo dello Spirito in noi, non si è ancora capito bene perché Gesù ha scelto di essere deposto, appena nato, in quel luogo sub-umano, per poi finire sulla croce.

Signore, voglio capirti di più, darti più amore, non portarti il mio scoraggiamento e il mio cuore un po’ rinsecchito, ma la volontà di un incontro che non è soltanto mio e tuo, ma di molti altri.
Allora proponiamoci di cercare e trovare un poco di silenzio. Se c’è troppa abitudine nel nostro essere devoti, spezziamo e sforziamo un po’ la misura, ritroviamo con spontaneità l’incontro, nello stesso tempo liberiamoci dalle piccole cose che danno troppo fastidio, da quelle attese che, se deluse, fanno vivere un Natale malinconico, risentito. Via tutto questo e prepariamo qualche dono, che non è il regalo natalizio che pure si fa, ma è la nostra volontà di far sì che, delle cose che abbiamo, altri ne gioiscano e capiscano che il nostro è un gesto di amore, veramente fraterno.
Si può fare alla Chiesa, grazie al corpo mistico, un grande regalo: animare il nostro cuore; dare a Dio che viene la gioia di una accoglienza schietta e sincera, profonda, affiancandoci a Maria; cerchiamo proprio in questi giorni dei momenti profondi. D’altronde è il paradosso cristiano che quanto più l’idolo chiasso sembra agitarci, tanto più Dio, che è silenzio, deve attrarci, deve affascinarci. E non dobbiamo avere paura di dare, perché qui abbiamo un Dio che si è dato tutto, cominciando da un modo sub-umano, una mangiatoia, e andando a finire su uno ancora più sub-umano, la Croce dello schiavo.
Che la Madonna ci aiuti ad aspettare così il Natale, perché se siamo poco cristiani, le cose ci assalgono e vincono, se lo siamo molto vincono le persone e Betlemme si rinnova in amore, libertà dalle cose e dono.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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