Le scelte da vivere in avvento

Pubblicato il 19-12-2014

di Giuseppe Pollano

Julian Garcia Mejia, La semplicità di Dio - particolaredi Giuseppe Pollano – Il tempo di avvento ci aiuta a riflettere su Dio che per salvarci diventa come noi in tutto escluso il peccato. La Parola di Dio che ci accompagna in questa meditazione inizialmente ci porta a Betlemme.

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. (Lc 2,1-7)


Un Dio che per salvarci diventa come noi

La scena che Betlemme presenta è Dio che diventa come noi in tutto. Fa la strada, dice la lettera agli Ebrei, di chi è messo alla prova in ogni cosa. Le circostanze storiche riportate da Luca ci fanno vedere una scena tinta di drammaticità: La scena della mangiatoia ci porta a capire qual è la scelta di Dio. Infatti non è stata una scelta di Giuseppe e di Maria, ma una scelta di Dio, proprio perché fin da questo momento nessuno di noi possa mai dirgli che certe situazioni non le aveva mai provate.
Tuttavia se ci fermassimo a questa lettura non avremmo colto la pienezza del mistero di questo bambino venuto per crescere, per diventare il Gesù che ci salva. Se colleghiamo le scene natalizie con la solenne lettera agli Ebrei, vediamo questo bimbo non solo cresciuto, ma ormai, avendo terminata la sua missione a nostro favore in questo mondo, nella gloria del Padre.

Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. (Eb 4,14-15)

Abbiamo un sommo sacerdote che sa prendere parte alle nostre debolezze e che è stato messo alla prova in tutto. Il brano finisce con poche parole che sembrano una osservazione marginale, ma che sono essenziali: escluso il peccato. Ecco il segreto di questo bambino che veniamo a contemplare a Betlemme, perché se non lo vedessimo così vedremmo un altro Gesù: nel Natale vedo un piccolo bimbo che sarà in tutto simile a noi, ma porta in sé l’unica ragione per cui è nato, perché ci fosse al mondo colui che non aveva peccato (cfr ad esempio Col 1,13-14, Col 2,9).
Quest’uomo non sarà mai un peccatore, perché la pienezza della divinità lo sostiene. Ha una natura umana, ma la sua persona è Dio: non sarà mai un prevaricatore, un violento, un cattivo, un bugiardo, un bestemmiatore, un ladro, un adultero. Il Padre ha voluto, in questa nostra umanità che ama tanto ma che si è incattivita, colui che fosse come noi ma diversissimo da noi, capace di vivere con lui un amore senza macchia.


La ragione del Natale è liberarmi dal peccato

Non ci si può preparare al Natale senza riflettere su escluso il peccato. Per cogliere il significato di peccato Luca nel suo vangelo ci presenta Gesù che proclama quattro beatitudini e, a differenza di Matteo, anche quattro maledizioni:

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
(Lc 6,24-25)

Gesù ci dice che il nostro cuore è proprio fatto per essere perfettamente felice. Ma per arrivare a questo, Gesù ci dice anche che non si deve sbagliare strada, perché altrimenti comincia il peccato.
Cosa vuol dire sbagliare strada? Che, spinto dall’immenso bisogno di essere felice, di avere tutto il bene possibile, di sentirmi pienamente soddisfatto, di essere allegro e di avere il consenso e la stima degli altri, io mi faccio un mio progetto dimenticando le promesse di Dio su di me, il suo progetto. Anzi, sono così sicuro che se seguo il mio progetto sarò felice e farà di tutto perché nessuno lo possa intralciare. La storia del peccato è questa, come già ci racconta la Genesi.
Allora il peccato è scegliere un progetto di vita diverso da quello di Dio per me, è non lasciarmi convincere da Dio quando il suo progetto mi interpella e ne sento un peso opprimente.
La Bibbia ci racconta che nessuno di noi è rimasto fedele, tutti abbiamo peccato, tutti peccheremo ancora. Dobbiamo allora lasciarci avvolgere dal pessimismo o dal fatalismo, e quindi abbandonare il progetto di Dio? No, perché siamo abitati dallo Spirito Santo che annulla in noi il peccato. Perciò nessun pessimismo e rassegnazione, ma impegno e lotta per essere e rimanere fedeli a Dio. Cercherò di farcela, e se non ce la farò mi umilierò davanti a lui: “Abbi pietà di me”.
Noi crediamo in questo Dio ed escludiamo l'equivoco, anzi errore, che i miei progetti mi portino alla perfetta felicità: se pecco, sbaglio la mia vita. Gesù non ha fatto questo sbaglio, e sua madre neppure.


Gesù segno di contraddizione

Se ci si incammina con questa convinzione, ci si rende poi conto della frase del vecchio Simeone: questo bambino è qui per la rovina e la risurrezione di molti, è segno di contraddizione (cfr Lc 2,34).
Gesù mi dice tutto il mio bene, ma anche tutto il mio male; non mi lascia sonnecchiare nell’incoscienza a far finta di non pensarci e continua a ripetermi che lui è la verità e che la sua meta è il mio cuore, dove dirà bene o male ed io sceglierò. Perciò a molti la venuta di Gesù è tremendamente scomoda perché si conosce la verità, e quindi impegno e esigenza di pentimento e conversione.
Quando guardo quel bambino nella mangiatoia, gli sono immensamente grato perché c’è, è Dio per me, però ricordo che il suo sguardo è innocente e vorrei che potesse guardarmi perché anch’io, nel mio piccolo e nel mio poco, cerco di essere innocente e di essere come lui desidera, pur sapendo che questo mi costerà.
La frase rovina e resurrezione di Israele è riferita a tutti, perché Israele è la Chiesa, siamo noi. Notare che nel vangelo la parola rovina è gridata dai demoni: “Che cosa c’entri con noi? Sei venuto a rovinarci” (Mc 1,24; Lc 4,34). Ed è così, perché se il peccato è un sistema di vita, e lo è, risulta evidente che uno come Gesù lo demolisce. Ma anch’io, non solo il demonio, essendo peccatore sono rovinato da Cristo. È questo che devo accettare. Immaginate di arrivare ad un certo guadagno percorrendo strade poco oneste. Se mi confronto con Gesù è chiaro che mi rovina, perché la strada è un’altra. Immaginate di aver come progetto di conquistare un uomo o una donna che non sono miei, un progetto di adulterio, ma se mi confronto col vangelo, il vangelo mi rovina. “Mi rovini tutti i miei piani”, dice l’uomo peccatore a Gesù.


Lasciar crescere Gesù in noi e accettarlo

Gesù ci vuole bene, non ci dice la verità per diminuirci, quindi accettiamo il realismo della vita con serenità: Gesù, ti lascerò crescere nella mia vita, sapendo che mi dai un grande bene e che demolisci il male che c’è in me. So che verrà il momento in cui avrò la tentazione di gridarti anch’io, come i demoni, cosa c’entri con me; ma so che tu mi dici di non spaventarmene, di non meravigliarmene, di non scandalizzarmene e di essere pronto ad affrontarla. Mi guarderai e mi aiuterai a superare la tentazione. E se anche non la superassi, tu non mi abbandonerai, mi verrai di nuovo a cercare, anche se mi dirai con molta franchezza che sarebbe stato meglio se io non avessi creato tra me e te una distanza che poi mi ha fatto soltanto soffrire.
L’istinto, la rabbia, la tristezza di dire qualche volta a Gesù che non c’entra con me la proveremo tutti. Solo Maria non l’ha provata, lei che da questo bimbo ha avuto tantissima gioia ma anche tantissima sofferenza, certo involontaria. Ha patito il suo Gesù fino alla croce, ma non ha mai detto di essersi pentita di averlo accettato.
O Gesù, ti accetto perché sei come me escluso il peccato. Dunque ti accetto anche quando tu, cresciuto, diventato il Gesù che incontro leggendo il vangelo, mi dirai: “Lasci che io escluda dalla tua vita il peccato?”. Ed io con l’aiuto tuo e di Maria ti risponderò: “Sì, lascio”.
E poi non c’è soltanto il peccato da prendere in considerazione, ma anche l’invito alla croce: Gesù si fida di me, e allora mi dice di prendere la croce, per amore suo e dei fratelli. Anche qui ho la mia natura che forse si ribella, ma l’amore mi spinge a dir di sì.

Occorre promettere a Gesù che gli saremo vicini quando, cresciuto ed adulto, diventerà quel sommo sacerdote che ci perdona quando ne abbiamo bisogno, che ci nutre tutti i giorni di se stesso, che ci alimenta con la Parola e che, al momento buono, ci dice di amare come lui, di dar la vita per gli altri come lui, di sacrificarci come lui, non avendo paura; oppure ci dirà con molta franchezza che siamo ancora troppo ricercatori di noi stessi, che vogliamo troppo i beni che non servono, vogliamo ridere troppo delle cose facili, vogliamo troppo la stima degli altri e ci chiederà quindi di lasciarci trasformare da lui.

Dopo aver compiuto questo percorso, si può guardare il piccolo bambino con serenità e tenerezza. Ritorna l’incanto natalizio che non rimane bloccato in quelle poche ore, ma diventa la prospettiva di tutta la nostra vita. È quello che ci auguriamo per un Natale purificante e veramente lieto.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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