Oltre la soglia del silenzio

Pubblicato il 28-03-2024

di Redazione Sermig

Una sbarra si alza e si abbassa a mano. Una guardia assonnata controlla il mio passaporto. Un lungo cortile divide il mondo da tutto il resto. Soglia, confine, limite.

Nessun rumore a parte la sbarra che cigolando si chiude alle mie spalle. Attraversiamo il cortile. Il sole è rovente qui, scolpisce le ombre, la temperatura insopportabile. Un centinaio di passi e arriviamo all’ingresso che porta alle celle dei detenuti maschi, la parte femminile non è accessibile agli stranieri.

La maglietta che indosso è ormai a chiazze, la mia fronte imperlata di sudore. Una guardia mi precede, un’altra mi segue. All’interno dell’edificio il caldo è più tollerabile, per via dei grandi ventilatori. Fruscio leggero di pale che muovono l’aria. Non è la prima volta che entro in un carcere, oggi però è diverso.

La prigione di Kashimpur, a nord di Dacca, in Bangladesh è un carcere di massima sicurezza, un posto dove apparentemente tutto si muove senza fretta. Qui la gente entra, a volte esce, a volte muore.

Cosa ci faccio io in un posto come questo? Non ho una risposta. Se ci penso ora mi sembra tutto assurdo, le persone prendono le distanze da posti così. Questi sono labirinti per l’anima, dove potresti perderti e non uscirne più. Non parlo con nessuno, tanto nessuno mi capirebbe, guardo dritto davanti a me, cammino e non mi volto. Sulla pelle sento sfumare qualsiasi scopo per cui ero entrato.

Avevo chiesto un permesso speciale per fotografare, ma questa cosa è passata in secondo piano. Quando vedo i volti dietro le sbarre tutto passa in secondo piano, il caldo, il rumore leggero dei ventilatori, il silenzio assordante. La mia vita che pensavo coraggiosa a un tratto diventa ridicola. Causa ed effetto si rincorrono, non necessariamente in quest’ordine. Penso alla fortuna di essere nato nella parte giusta del mondo.

Oggi non sono pronto a superare questa soglia. Un confine invisibile che tante volte mi ha concesso il lusso di premere il pulsante della mia macchina fotografica e di portarmi a casa frammenti di ricordi indelebili. Oggi no. Oggi una fotografia, una sola, basta così.

«E nella nuda luce vidi dieci migliaia di persone forse più persone che parlavano senza dire niente persone che sentivano senza ascoltare persone che scrivevano canzoni che non ne avevano mai condiviso le voci nessuno osava disturbare il suono del silenzio», The sound of silence, Simon & Garfunkel

Roberto Cristaudo

NP Febbraio 2024

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