Note in saldo

Pubblicato il 17-08-2012

di Mauro Tabasso

di Mauro Tabasso - A poco serve far le note giuste se queste non fanno venire la pelle d’oca.


Dopo aver suonato a destra e a manca tra i 12 e i 30 anni, ho passato un periodo di astinenza, quasi di rifiuto, del concerto in sé, sia mio che di altri. È sempre così, quando fai indigestione di qualcosa poi ti viene la nausea.
Per molti di quegli anni ho suonato anche tre, quattro sere a settimana, con gruppi diversi e quindi anche facendo generi molto diversi tra loro (dal liscio al Rhythm&Blues con tutte le vie di mezzo, con qualche puntatina nel classico e nell’operetta, il moderno musical…).
Ora, dopo un lungo periodo di disinteresse alla materia, ho ripreso a frequentare timidamente qualche teatro e qualche evento, senza strafare. Il mese scorso (dicembre), tradizionalmente ricco nell’offerta musicale, mi è capitato di sentire diverse cose, classiche e non, ma è sulle prime che vorrei fare una riflessione. Orchestra da camera
Vorrei che immaginaste la scena. Mi vesto bene, vado a teatro, faccio il biglietto, pago e mi siedo nel posto assegnatomi. Apro il programma di sala e lo leggo con curiosità e attenzione, soffermandomi sui curricola dei solisti.
Il più ignorante tra questi ha tre diplomi di Conservatorio, due Master in perfezionamento, oltre naturalmente a ics vittorie/piazzamenti in altrettanti concorsi internazionali, più una serie di altri riconoscimenti. Stì capperi!
Sono quelle cose che, se hai l’autostima sotto i piedi come il sottoscritto, ti fanno sentire un po’ una nullità, ma ti fai forza e, memore dei soldi che hai speso per il biglietto, cerchi di godertela, serenamente e senza pregiudizi (il pregiudizio è il peggior nemico dell’arte).

Il concerto inizia, i musicisti entrano, salutano il pubblico, prendono posto e iniziano a suonare. Non passano tre minuti, 40 battute o giù di lì, che già capisci l’aria che tira. Hai davanti dei professionisti illustrissimi, preparatissimi, issimi in tutto… Solo che… Stanno suonando all’ingrosso.
Li hanno pagati e messi sotto contratto per fare due prove, una generale e un concerto, e loro stanno dando per ciò che hanno ricevuto. Suonano da cima a fondo la partitura senza sbagliare, ma è come se te ne regalassero il contenuto in offerta speciale 3x2.
Io credo che la musica (quella classica in particolare) non sia ciò che è scritto (che rappresenta un’idea, un’immagine), ma ciò che il musicista mette di suo in ciò che è scritto.
Se la musica fossero le note soltanto, l’interprete non avrebbe il benché minimo spazio. Basterebbe, per esempio, una sola versione, un’unica esecuzione dei Concerti per Pianoforte e Orchestra di Beethoven. Le altre sarebbero per forza di cose identiche.
Invece la musica è proprio ciò che di personale e unico mette il solista, l’interprete, l’orchestra (il coro) e perfino il direttore in quella specie di percorso di gara che è la parte scritta, l’astrazione iniziale con la quale sono chiamati a misurarsi. Quando percepisci che non c’è questa volontà di mettersi in gioco da parte di chi esegue e che sta suonando per portarla a casa, anche con tutti i protocolli e l’accademismo che la circostanza richiede… beh, direi che il concerto è già finito, anzi mai iniziato.
A poco serve far le note giuste se queste non fanno venire la pelle d’oca, non fanno soffrire su un finale, non portano alla commozione su una cadenza, e soprattutto se è evidente che il cuore di chi suona non è vicino in ogni istante alle sue dita che si muovono tanto abilmente e nervosamente. Alla fine è solo ginnastica.

PassioneQuindi il consiglio per queste persone (anzi la preghiera) è: andate a fare gli atleti, non i musicisti. Quando capisci di avere di fronte dei grandi professionisti, ma non degli artisti, i curricola diventano uno spreco di parole e di inchiostro. Capisci che chi hai di fronte si sta guadagnando la pagnotta e forse anche di più, ma suonare Brahms o La Bella Gigogin non farebbe per lui alcuna differenza.
Il grande Luciano Pavarotti (che, si dice, non sapeva leggere la musica), così dichiarò durante un’intervista: “La musica, chi ce l’ha la fa; chi ne ha meno la organizza; chi ancora di meno la critica”. Il curriculum è importante, ma non basta a farti avere la musica, purtroppo. Comunque di concerti se ne fanno tanti, e artisti grandi in giro ce ne sono molti (anche sconosciuti).
Basta non scoraggiarsi e non smettere di cercare.


DIAPASON – Rubrica di Nuovo Progetto

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