Santi-numi

Pubblicato il 26-03-2024

di Mauro Tabasso

Avete un paio di scarponi robusti e comodi per camminare? Bene, allora seguitemi su, fino ai tremila metri del Monte Olimpo, sede delle divinità dell’Antica Grecia.

Troppo faticoso? I più pigri tra voi possono raggiungere comodamente Palazzo Te, a Mantova, dove è appesa la “foto di gruppo” di queste curiose divinità, raffigurate dal pittore cinquecentesco Giulio Romano. Ciascuna divinità aveva un suo “ministero”. Afrodite, dea piuttosto allegra, gestiva “la posta del cuore”, specializzata com’era nelle questioni amorose, Ares era invece il dio della guerra, Atena, “la secchiona” del gruppo, si occupava di scienza, mentre Zeus – folgore alla mano – gestiva il regno del cielo, il settore più prestigioso di tutti; Poseidone era il ministro del mare, Ade – giacché munito di un’inquietante falce – presiedeva l’oltretomba. Dioniso, per gli amici Bacco, era il più alticcio di tutti, per deformazione professionale potremmo dire, essendo il dio della vite e del vino (come non provare simpatia per lui?).

Ma la divinità che tra tutte più mi incuriosisce è certamente Apollo, dio della musica! Viene spesso raffigurato insieme alle Muse (beato lui…), delle quali conduceva suoni e danze, accompagnandole con la sua cetra, ricavata dal guscio vuoto di una tartaruga. Apollo, oltre a deliziare con la sua musica uomini e dei, era anche (e non a caso) il dio della medicina. Per gli antichi greci l’anima si trovava nel diaframma, il muscolo del sistema respiratorio che usiamo per cantare o per suonare uno strumento a fiato.

I greci furono gli antenati della moderna musicoterapia, avendo scoperto il potere curativo della musica, un linguaggio capace di guarire l’animo umano. Base dell’educazione per Platone, medicina per l’animo secondo Aristotele, la musica fu addirittura accostata alla matematica e all’astronomia da Pitagora. L’insegnamento della musica consentiva ai giovani di raggiungere la moderazione e l’autocontrollo, quindi di gestire le proprie emozioni, conducendo una vita di armonia.

E in questo momento, nel quale siamo tutti un po’ vittime di febbre social-mediatica da Festival di Sanremo, ricordando i miei studi classici, non posso fare a meno – oltre a spegnere il televisore – di chiedermi dove abbiamo sbagliato strada, in quale incrocio ci siamo persi, quale nebbia ci ha avvolti, su quale palo ci siamo schiantati, per constatare, poi, che probabilmente non abbiamo picchiato abbastanza forte da imparare la lezione. E ancora, accidenti a lui, mi chiedo perché non sono anche io come Apollo e non ho le Muse intorno… L’unica Musa che conosco è l’auto di mia nipote. Mi sento piuttosto come Lucio Dalla che esprime magnificamente la condizione umana nella sua canzone Siamo Dei (1980). «Un momento, un momento, anch’io ho qualche argomento…». Insomma, starò pure invecchiando più velocemente del Barbaresco (e potrei anche barricarmi, se capite cosa intendo…), ma in queste sere durante le quali Amadeus incombe, benedico di avere tanti libri, tanti bei vecchi dischi, una gatta e una bella moglie (almeno per me lei è una Musa…) a tenermi compagnia.

La musica quella vera non sfama e non disseta, ma nutre il nostro spirito, lo cura offrendogli la possibilità di volare più in alto delle difficoltà del quotidiano, respirando l’aria tersa e pura della bellezza. Magari non sarà esattamente l’Olimpo, ma molto meglio un bel calice di Nebbiolo della nauseante Ambrosia (Bacco passava per scemo ma lo sapeva bene), soprattutto se non t’importa di diventare immortale.


Mauro Tabasso
NP febbraio 2024

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