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BRASILE: le sette ci interrogano

L’ormai prossima visita del papa in Brasile non mancherà di mettere in discussione la qualità della presenza dei cattolici in un contesto religioso sempre più caratterizzato dalla diffusione delle sette. Di quest'ultimo fenomeno ci aveva già parlato Dom Luciano, nel settembre del 2005, nel corso di un soggiorno all'Arsenale della Pace di Torino. Pubblichiamo un estratto dal suo intervento.

Di dom Luciano Mendes de Almeida
Il Brasile da Nazione cattolica sta diventando sempre più pentecostale. È un processo di vaste proporzioni, che non si può arrestare. Molti fedeli che diventano pentecostali cominciano un esodo che li porta infine a non avere più alcuna forma di espressione religiosa. Qualcuno ritorna al cattolicesimo, ma per i più lo sbocco è verso il niente. Questa situazione esige da parte nostra un grande sforzo, per rafforzare la fede, la condivisione, il perdono come elemento di concordia nella società.

In Italia queste Chiese evangeliche vengono definite sette. In Brasile cerchiamo di condividere con loro le campagne per la pace, per la dignità umana e, poco a poco, arriviamo ad essere più in sintonia, almeno con la gente semplice. Il nostro problema oggi è quello di ritrovare un’identità cattolica a livello di pratica di vita cristiana. Che non vuol dire solo andare a messa. Ci sono comunità che hanno una messa all’anno, in Amazzonia per esempio. Non abbiamo i preti sufficienti.

Io sono vescovo in una diocesi che è un’eccezione, perché ho 200 preti per una popolazione di 1.200.000 abitanti, con 135 parrocchie e 1500 chiese. In alcune parrocchie, almeno una volta alla settimana nei giorni feriali possiamo offrire la messa, ma ci sono parrocchie difficilmente raggiungibili per problemi di distanza. La pratica cristiana, dunque, non può essere seguita solo dai sacerdoti, deve essere presa in carico dai laici, seriamente preparati.

Su questo punto gli evangelici operano in maniera più avveduta: quando aprono una chiesa, hanno decine di persone - le chiamano operai della vigna di Dio - che vi stanno tutto il giorno, celebrando tre o quattro servizi religiosi al giorno. Quando torno a casa alle dieci di sera e passo davanti alla loro sede, noto che stanno sistemando le sedie per pregare insieme. Dalla mattina alla sera si rivolgono alle persone che incontrano per strada, invitandole a pregare e a cantare con loro.
Noi crediamo di fare un atto molto generoso andando a messa la domenica. Ma gli evangelici che fanno proselitismo tre volte al giorno organizzano un servizio religioso di due ore e la gente, tutti con la Bibbia in mano e tutti seduti, non si muove. Quando la gente aumenta e la sede non è più sufficiente, affittano un cinema.

Dunque, come prima cosa dobbiamo far leva sui laici, non perché i preti non sono sufficienti, ma perché il servizio dei laici è un’opera della grazia. Abbiamo incominciato con i diaconi sposati, e sono una ricchezza.
Come seconda cosa dobbiamo imparare da Gesù, che, oltre agli apostoli e alle folle, aveva un gruppo di 72 discepoli che lo seguivano dappertutto. I nostri fratelli evangelici hanno quadri composti da numerose persone che si sentono parte attiva della comunità, cosa che noi cattolici non abbiamo.

Il nostro progetto è di far sì che le comunità che costituiscono una parrocchia siano vive, sia liturgicamente che a livello formativo, con una grande reciprocità di rapporti, in modo da formare veramente un gruppo di discepoli di Gesù.
Il documento del Sinodo dei vescovi svoltosi nel 2005, nella parte in cui tratta del pluralismo religioso, propone due direzioni di lavoro: curare la famiglia cristiana - che è l’origine di tutto - e la comunità, che sia una forza di fraternità alimentata dalla parola di Dio e dalla pratica sacramentale. Da questi due ambiti nasceranno i futuri discepoli.

Dom Luciano Mendes de Almeida
da Nuovo Progetto aprile ‘07