Parola dal silenzio

Pubblicato il 30-01-2013

di Flaminia Morandi

 

Comunicare quello che portiamo in cuore non chiede necessariamente parole …

di Flaminia Morandi

Dialogo interreligioso Dialogo ecumenico, dialogo interreligioso, dialogo nella coppia, dialogo genitori-figli, insegnanti-studenti, fra colleghi, nella comunità. Non c’è ambito nel mondo della comunicazione in cui non sia imperativo fare dialogo.
Dialogo è parola greca che deriva da logos (discorso, pensiero, sapienza) e dià (attraverso, tramite): cioè la sapienza nasce solo dallo scambio tra le persone, insieme ad altri.

È l’opposto di soliloquio, di cammino solitario e autosufficiente. Il dialogo non è un mezzo o una tecnica; è radicato nello stesso mistero di Dio e nella storia della salvezza. L’Incarnazione è dialogo tra Dio e uomo, tra natura divina e natura umana. La comunione della Chiesa porta il dialogo divino nell’umanità e nella storia. Però Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, parla del mistero del Dio vivente rivelato da Cristo in modo diverso dal dialogo come lo intendiamo noi: vi è un solo Dio manifestato da Gesù, suo Figlio, che è il Verbo uscito dal silenzio. Parla cioè di un mistero che si manifesta, si vede e di una Parola uscita dal silenzio.
Dialogo interreligioso
Il far vedere e il tacere sembrano dunque attività divine. Diceva Isacco il Siro, nel VI secolo: il silenzio è il mistero del secolo a venire, le parole sono gli strumenti di questo mondo. E Gregorio il Teologo: è buona cosa parlare delle cose di Dio a causa di Dio, ma è meglio per l’uomo purificare se stesso davanti a Dio. E Isacco aggiunge, commentando queste parole: è meglio per te fare la pace con te stesso che rappacificare le persone in disaccordo… dedicarti all’innalzamento della tua anima, morta a causa delle passioni, verso le intuizioni su Dio, ti è più utile che resuscitare un morto.

C’è poi il vedere. Da quando, nella sinagoga di Nazaret, Cristo ha arrotolato il rotolo delle Scritture che i presenti ascoltavano con i loro orecchi e ha lasciato che gli occhi di tutti fossero puntati su di Lui, che è il compimento di quella Parola, noi cristiani constatiamo che il vedere - e dunque il rendere visibile - esprimono una maggiore completezza, scrive padre Marko Ivan Rupnik. Un volto è più forte degli astrattismi della parola. Un cristiano sa che la testimonianza di Cristo è più importante dell’espressione che usa. In ogni epoca, egli ha il compito di inventare di volta in volta l’espressione più efficace per comunicare in profondità con le persone con cui entra in relazione, portatrici a loro volta di culture diverse. Ci sono espressioni a cui non può rinunciare, ma che si rende conto di non poter dire.
Gesù insegna nella sinagoga di Nazareth, pannello ligneo del soffitto, Chiesa di San Martino, Zillis, Svizzera

L’unica espressione universale attraverso la quale egli può diventare icona di Cristo e renderlo visibile, è il sacrificio di sé, silenzioso. I martiri, sui quali è fondata la Chiesa e ai quali è affidato il suo resistere nel tempo, non hanno spiegato Cristo, l’hanno fatto vedere: consegnandosi nelle mani di chi non li capiva e li perseguitava. Il culmine del dialogo tra cielo e terra è Cristo che nel Getsemani si affida al Padre, che in quel momento sperimenta come le mani dei briganti e dei soldati, in un unico atto d’amore.

 

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto

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