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Passione secondo Luca - La croce: dono per trasformare il mondo

di p. Mauro Laconi

Luca racconta la passione di Gesù attraverso quattro scene: il Getzemani, il Sinedrio, il Pretorio, il Calvario.

passione secondo Marco
passione secondo Luca
passione secondo Matteo

IL TESTO DI LUCA
Di Luca ci parla Paolo nella lettera ai Colossesi, cap. 4 versetti 10-14, dicendoci che era un suo caro collaboratore, un medico, e un non circonciso, ossia un pagano convertito. Un’antica tradizione cristiana ci dice inoltre che Luca era anche un pittore, e che a lui si dovrebbe il primo ritratto della Vergine Maria. Luca quindi era colto e formato nella cultura ellenistica, come ci dimostra l’abilità con cui usa la lingua greca.
Questa sua diversa formazione culturale lo porta a comporre secondo schemi un po’ diversi: è più libero, più sciolto, e tutto il suo racconto è meno schematico, più unito anche se sempre imperniato sulle cinque scene del Getsemani, Sinedrio, Pretorio, Calvario e giardino del sepolcro.
E’ evidente che impostando in modo diverso il racconto della Passione ha seguito intenti particolari, coerenti con tutta la sua narrazione.

Una frase chiave per capire gli interessi di Luca è quella che Gesù pronuncia dopo la sua crocifissione: “ Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.
Luca, l’evangelista delle tre parabole della misericordia (cap. XV), vuole farci incontrare con questo grande atto di bontà che è il divino perdono, ci invita ad accettare questo dono chiamandoci alla conversione. Un’altra frase importante è quella che Gesù pronuncia prima di morire: “ Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Non c’è abbandono da parte del Padre, non c’è distacco…. Ed è anche mitigato l’abbandono da parte dei discepoli, della folla stessa. Permane il grande dramma della Passione, ma mitigato da pennellate di dolcezza.
Luca ha voluto scrivere il racconto della passione in modo tale che il cristiano lo legga e lo rilegga, e lo rilegga volentieri, per farne oggetto di contemplazione, farlo entrare nella sua vita. Vedremo ora le prime quattro scene, che sono le più significative.

      IL GETSEMANI
      IL SINEDRIO
      IL PRETORIO
      IL CALVARIO


IL GETSEMANI
Vediamo innanzi tutto la preghiera di Gesù. In Luca l’accettazione del progetto divino avviene una volta per tutte: “Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà”. La preghiera di Gesù tuttavia continua: “in preda all’angoscia, pregava più intensamente”. Qui la parola angoscia traduce quella greca agonia, che può significare angoscia interiore, ma più direttamente descrive la lotta, il combattimento (vedi i termini agone, agonistico). Una traduzione più rispondente potrebbe essere: “entrato nel pieno della lotta, pregava più intensamente”. E’ tipico di Luca concepire la preghiera come lotta, in accordo con Paolo che dice nelle sue lettere: “Lottate con me nella preghiera”. E’ d’altra parte un concetto biblico, si ricordi la lotta notturna di Giacobbe con l’Angelo, che gli vale di divenire Israele perché ha lottato con Dio. La preghiera di Gesù è per Luca una lotta, un combattimento attraverso il quale realizza l’evento che salva. Difatti ecco la seconda novità di Luca: l’Angelo. Non si tratta di un angioletto grazioso come un bambino alato che con i suoi mezzi viene a consolarlo. La parola confortare (“Gli apparve allora dal cielo un Angelo a confortarlo”) vuol qui dire dare forza, infondere vigore. Questo Angelo, in coerenza con la tradizione biblica, è un personaggio vigoroso, viene nel momento della lotta a dar forza al Cristo che deve combattere per il mondo, al fine di trasformarlo.

In questo contesto di lotta si devono interpretare le parole di Luca circa il sudore di Gesù. Luca non dice che ha sudato sangue, ma che il suo sudore scendeva come gocce di sangue, come gocce di sangue che cadevano nel combattimento.
A questo combattimento Gesù chiama i suoi discepoli, quindi anche me. La lotta di Gesù è infatti preceduta dal versetto 40: “Pregate, per non entrare in tentazione”; e si chiude col versetto 46: “Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione”. Questa insistenza vuol dire che dobbiamo prendere molto seriamente questo invito a pregare con Gesù, partecipare alla sua impresa di trasformazione del mondo attraverso la Croce. Devo rinnovare il mistero della Croce, lo devo rinnovare io, come Suo discepolo.

Luca, che più degli altri evangelisti insiste sul lungo viaggio intrapreso da Gesù (dalla Galilea a Gerusalemme) proprio per giungere al Calvario, mi sta dicendo che il mistero della Croce è anche il mio mistero, io lo devo rivivere assieme a Gesù e posso farlo soltanto lottando. Lottando con Lui nella preghiera, che deve essere vigorosa, coraggiosa, ardente, deve far violenza al cielo, per permettermi di accettare questo mistero, di attuarlo di nuovo nella mia vita.
Luca, ed egli solo, mette a capo della gente venuta ad arrestare Gesù i principi dei sacerdoti, i capitani del tempio e gli anziani. Ad essi Gesù rivolge parole molto amare: “E’ l’ora vostra, è l’impero delle tenebre”. Luca insiste particolarmente sul ruolo di questi personaggi, ne fa gli autori veri della morte di Gesù. Il mattino successivo sono di nuovo loro che vanno a prendere Gesù nella casa del sommo sacerdote e lo conducono al Sinedrio, che lo interrogano collegialmente e lo condannano, lo conducono da Pilato e lo accusano falsamente, lo seguono da Erode e lo accusano con insistenza, ricompaiono davanti a Pilato, capeggiano la folla schernendo Gesù al Calvario.
Questo atteggiamento dei sacerdoti dobbiamo ricordarlo per comprendere meglio la successiva narrazione di Luca.

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IL SINEDRIO
Vi è in Luca una forte unità narrativa tra il Getsemani ed il Sinedrio (Cap. 22,47 – fine), dove vedremo che la preghiera di Gesù comincia a dare frutto, nei riguardi di Pietro, dopo il rinnegamento. Gesù guarda Pietro che lo ha rinnegato e questi, uscito, piange amaramente.
Non si comprende bene come questa scena si sia svolta. Forse Luca, nella sua mente di pittore, ha visto il cortile del sommo sacerdote come un largo spiazzo di fronte al colonnato.

Nello spiazzo c’è un grande fuoco dove si stanno scaldando Pietro e tutta l’altra gente. Le fiamme di quel fuoco, col loro bagliore, rompono le tenebre e illuminano, legata ad una di quelle colonne, una figura bianca: Gesù. Dopo che Pietro lo ha rinnegato per la terza volta, Gesù volta il suo viso e lo guarda. Pietro nota quel volto, incontra quello sguardo e qualcosa avviene dentro di lui che lo spinge ad uscire, lo fa piangere amaramente.

Tutti dovremmo sentirci addosso lo sguardo del Signore, sentirci guardati da quel Gesù che trasforma Pietro il quale, da discepolo che rinnega, diventa il capo della comunità. Pietro si converte, si trasforma, guardando Gesù.

Lo sguardo di Gesù in Luca è sempre qualcosa che entra nel cuore e trasforma. Nel capitolo 19, in Gerico, Gesù alza gli occhi, guarda Zaccheo, un peccatore, e si invita a casa sua. Zaccheo si converte e Gesù dice, a chi mormora, che Egli è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. Gesù cerca, ecco il perché dello sguardo, e con questo stesso sguardo offre la salvezza. Luca sembra suggerirci, delicatamente, una piccola meditazione: come sento su di me lo sguardo di Cristo? Cosa succede in me quando Lui mi guarda?

IL PRETORIO
Luca collega abbastanza strettamente la scena del Sinedrio e quella del Pretorio (cap. 23,1 – 25), per far risaltare maggiormente il contrasto tra il giudizio del tribunale di Israele e quello dell’autorità romana. Nel Sinedrio infatti Gesù è dichiarato colpevole, senza alcuna incertezza, perché si è dichiarato Figlio di Dio; nel Pretorio del pagano Pilato, Gesù è considerato sicuramente innocente, e Pilato fa di tutto per evitare la condanna. Pilato adopera tutta la sua capacità, tutte le sue risorse per poter evitare di condannare un innocente. Prima dichiara questa innocenza, poi, di fronte alle insistenze degli accusatori, e venendo a sapere che Gesù era Galileo, fa anche entrare in gioco Erode, personaggio astuto che schernisce Gesù, ma non lo condanna perché nemmeno lui trova un motivo per farlo, e che rimanda Gesù indietro al Pretorio.

Pilato cerca poi di convincere i sacerdoti ed il popolo ad accettare una soluzione alternativa alla pena di morte, proponendo in cambio un non ben precisato castigo, abitualmente interpretato come flagellazione. Quindi in Luca non vi è la flagellazione da parte dei soldati romani, e neppure l’incoronazione di spine, episodio questo che in Marco e in Matteo aveva una importanza rilevante. Luca vuol fare risaltare chiaramente l’innocenza di Gesù, riconosciuta esplicitamente dai pagani. Gesù è condannato per l’insistenza dei Sacerdoti (vedi quanto detto nella scena del Getsemani), e poi anche della folla, perché si è dichiarato Figlio di Dio. Gesù proclama la sua dignità di figlio di Dio e per questo viene condannato a morte. E’ il Figlio di Dio, è innocente, e per questo motivo viene messo a morte. Luca riprende questo tema nell’episodio del buon ladrone: ma costui che male ha fatto? Sono le stesse parole di Pilato quando parla alla folla. Paradossalmente Gesù è innocente e quindi muore.

Luca accentua fortemente questo contrasto, sembra dirci che in Gesù c’è troppa innocenza per rimanere in vita, per restare in un mondo dove innocenza ce n’è davvero poca. Giuda non è innocente, Pietro neppure, i sacerdoti nemmeno, come pure la folla; ma neanche il potere politico è innocente perché cerca sì di scagionarlo, ma poi lo abbandona nelle mani dei Giudei. L’unico innocente è Gesù, c’è troppa innocenza in Lui. Occorre che questa innocenza sia sacrificata perché il suo sangue si riversi su di noi, sulla nostra mancanza di innocenza che ci divide, fa di ognuno di noi un personaggio estraneo all’altro, ci rinchiude nel nostro egoismo. L’innocente muore. Luca non lo dice protestando con rabbia, ma con una dolce commozione: forse era giusto che l’innocente morisse perché attraverso la sua morte fosse ucciso il mio egoismo, perché il suo sangue versato potesse portare in me un po’ dell’innocenza di Gesù, del Figlio di Dio.

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IL CALVARIO
Il racconto relativo al Calvario (capit. 23, 26-49) è talmente ricco che ci costringe a limitarci ad alcune considerazioni essenziali, relative soprattutto alle tre frasi che pronuncia Gesù crocifisso.
La prima riguarda il grande perdono che scende su tutto il mondo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”, e che si concretizza subito nell’episodio del buon ladrone, con la seconda frase di Gesù. Tutti abbiamo presente questo episodio, il dialogo tra i due malfattori crocifissi che si comportano in modo così diverso: uno è aspro e amaro mentre l’altro esemplifica un po’ la conversione cristiana, esprime dolore, riconosce il suo peccato confrontandolo con l’innocenza di Gesù, chiede perdono. Ed ecco la seconda frase. “Oggi sarai con me nel Paradiso”. Il perdono di Gesù diventa una cosa concreta. E’ da notare anche come il comportamento del buon ladrone sia una scelta penitenziale, una prefigurazione di una esperienza comunitaria, ecclesiale.

Il suo comportamento diventa quindi un esempio per noi, come più accentuatamente è di esempio l’episodio di Simone di Cirene: “Presero un certo Simone di Cirene, gli misero addosso la Croce da portare dietro a Gesù”. Simone diviene il discepolo che segue Gesù con la Croce sulle spalle. E in questo discorso ecclesiale si inseriscono anche le donne che piangono con Gesù, prendono parte al Suo dolore, soffrono con Lui.

Gesù non è solo, sulla croce accanto alla sua c’è uno che lo difende, sulla via del Calvario c’è uno che porta la Sua croce ed un gruppo di donne che piangono del suo dolore ed ascoltano la Sua parola. Luca imposta quindi in modo ecclesiale questa sezione della Passione. Nasce la Chiesa, la Chiesa che cammina dietro a Gesù, che impara quanto è prezioso caricarsi della croce, portarla per servire Gesù. La Chiesa che con le donne piange del Suo dolore, soffre della Sua sofferenza, ascolta la sua parola. La Chiesa, pare rappresentata da quell’uomo crocifisso che ha avuto la fortuna di incontrare Gesù e di essere trasfigurato proprio nell’ultimo momento della sua vita. Gesù muore ma nasce la Chiesa, con questo grande perdono che scende dalla Croce: “ Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Anche noi non sappiamo ciò che facciamo: quanti passi mossi inutilmente, perduti, invece di essere indirizzati, con Simone, al seguito di Gesù, quanti pianti per cose inutili, cose che vanno e che vengono; quanta commiserazione per noi stessi, quanta indulgenza per i nostri peccati. Anche noi non sappiamo ciò che facciamo, e quindi Gesù il Suo perdono lo dedica proprio a noi: accettiamolo unendoci a Simone, alle donne, all’uomo crocifisso.
Infine la terza frase di Gesù, le parole con le quali Egli è morto. Luca coglie un momento di grande dolcezza: “ Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Siamo molto lontani dalla amarezza delle parole di Marco: “perché mi hai abbandonato?”.

Questa dolcezza ci dice che non sta avvenendo qualcosa di negativo ma di buono, che sono invitato ad apprezzare. Posso anche piangere con le donne per la sofferenza di Gesù, ma devo esserne nello stesso tempo lieto, perché è un grande dono che mi è stato fatto.
Cristo muore dolcemente e spira affidando la Sua anima nelle mani del Padre, mentre il Suo perdono mostra già la sua efficacia. A quella vista infatti la folla, che prima aveva richiesto la Sua morte, l’aveva schernito con i sacerdoti, se ne torna a casa percuotendosi il petto, ognuno ripensando a quanto accaduto e domandandosi che cosa egli stesso avesse fatto, perché mai avesse voluto la morte di Gesù. E Luca vorrebbe quasi che noi pensassimo che nessuno lo ha veramente abbandonato, perché i suoi conoscenti, e quindi anche i suoi discepoli, assieme alle donne assistevano da lontano alla scena del Calvario. Tutti sono restati lì, ad incontrare lo sguardo di Gesù che muore, a riceverne il perdono. Guardando Gesù morire acquisto la sapienza, capisco cos’è la vita, chi sono io, che cos’è il mio cuore, e sento il bisogno di cambiare, di trasformarmi, di essere creatura nuova.
Il mio sguardo che si fissa sulla Croce è infatti un incontro con lo sguardo di Gesù che dalla Croce cerca il mio cuore.

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Da incontri all’Arsenale della Pace con padre M. Laconi
Deregistrazione non rivista dall’autore