Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (15/28)

Restituirci ai fratelli (1/2) - di Giuseppe Pollano - È la missione del cristiano, del popolo di Dio caratterizzato dal fatto che ama.

 

James Tissot, Padre nostro "Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia" raccomanda San Paolo; così anche noi siamo entrati lentamente, gioiosamente, rispettando le nostre possibilità umane, nel tempo di Dio. Un tempo senza orologio, un tempo in cui l'altro che ci avvicina non è mai un caso o un problema, ma una persona che deve poter esprimere il grido della sua disperazione, il dramma del suo cuore, l'intensità della sua ricerca.
I nostri Arsenali saranno aperti ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni dell'anno, perché l'amore di Dio, che non ha né orari né giorni stabiliti, possa esprimersi attraverso di noi.
Turni sapienti, con tanti amici buoni e saggi, faranno sempre più del nostro tempo il tempo di Dio.


1)  premessa: il significato etimologico del termine "restituire"

L'uso dell'impegnativo termine "restituire", che incontriamo in questa pagina della Regola, è insolito nella spiritualità corrente e merita una riflessione per comprenderne la pienezza.
Per capirne meglio l'estensione del significato, che poi interessa in modo completo la vita del Sermig, ci rifacciamo al suo etimo, alla sua derivazione dal latino.
In latino "restituere" deriva da "re" -"statuere"; il "re" è un prefisso che indica la ripetizione di una azione), per cui diventa importante sapere cosa accade di nuovo. In latino accade di nuovo lo "statuere", un verbo fondativo molto forte (si statuisce un diritto, ma anche una città quando la si costruisce).
Nel latino corrente sono almeno quattro i significati di "restituere" che interessano tutti la vita spirituale: ricollocare al posto di prima qualcosa che era andato fuori posto, anche se era ben fondato, perciò il significato si estende a restaurare, nel senso profondo. Noi abbiamo conservato questo termine per quanto riguarda un'opera d'arte. In latino il significato poi si ampia ancora di più, al punto di ricostruire daccapo cosa è stato completamente distrutto. Quindi ricostruire presuppone un forte ed enorme lavoro. Ed infine, anche restituire qualcosa a qualcuno.

Il significato di "restituire" perciò contiene queste idee:
a) una buona condizione iniziale. All'inizio c'è qualcosa di bello e di buono;
b) poi accade qualcosa per cui si inizia un processo di disordine e degrado, cosicché quel qualcosa che era bello si rovina, non solo in senso estetico, ma anche sociale e morale. In altri termini la vita diventa più difficile quando si degrada un valore che c'era.
c) Si crea così una nuova condizione di vita che non è più giusta. Sotto questo punto di vista Gesù Cristo si è presentato come il grande e insuperabile critico del sistema umano, ha messo il dito su tutte le piaghe possibili dal punto di vista etico, morale e sociale e ci ha permesso di aprire gli occhi, se abbiamo accettato di aprirli.
d) Allora quando io mi rendo conto che c'era un capolavoro e che poi è accaduto qualcosa di iniquo e perverso, se non me ne lavo le mani mi metto a Pezzi di un puzzles smontatore-staurare, a ri-costruire, a re-stituire allo stato di prima ciò che è guasto. Quindi "restituire" contiene il dovere di ricostruire la condizione iniziale.


2)  restituire come missione del cristiano

In Cristo Gesù e con la sua grazia vogliamo far tornare le cose come Dio le aveva pensate. Questa è la nostra missione. Sotto un certo punto di vista siamo l'intervento di Dio tra Dio stesso e le cose che non vanno secondo il suo progetto. "Io non ci voglio andare di mezzo" diceva don Abbondio, l'opposto di questo donabbondismo abbastanza diffuso è indicato da Gesù col suo mettersi totalmente in mezzo, cosicché anche noi ci vogliamo andare di mezzo, intervenendo tra Dio nostro Padre e qualcuno, tra Dio e qualche cosa. "Come io sono stato mandato, anch'io mando voi". È molto interessante che noi cristiani non soltanto ci riteniamo dei praticanti e dei credenti, ma anche degli interventisti nella situazione umana. Questa è la vera vocazione. Purtroppo si è verificato uno stacco tra il concetto di praticante e quello di missionario.
Noi quindi come cristiani sentiamo il dovere di ricostruire che ci viene da valori trascendenti, superiori, nasce da Dio. Non possiamo essere indifferenti, non coinvolgerci. Il popolo di Dio, che porta in sé la salvezza, è dentro la storia proprio per esserne l'addetto alla ricostruzione e restituirla alla sua condizione ottimale.


3)  una domanda: qual è nel piano divino lo "stare bene"?

Il Signore si interessa di tutto lo stare bene, quindi anche del mio cibo e della mia salute, ma il progetto di Dio va oltre questo tipo di star bene e si identifica con il fatto che ciascuno è chiamato ad amare e ad essere amato al meglio. È un progetto utopico, del tutto impossibile dal punto di vista umano, ma il vangelo ci rassicura: impossibile all'uomo, possibile a Dio. Sicché il progetto sociale di Dio è nell'amore, e Dio sarà contento quando nel nostro vivere insieme ciascuno di noi amerà e sarà amato al meglio.
Sono necessarie e complementari entrambe le relazioni, perché noi siamo capaci sia di amare che di essere amati. Quando queste due caratteristiche dell'amore non coincidono conosciamo molta infelicità, forse la più acuta.
L'ingiustizia (= cose non al loro posto, disordine, degrado) comincia dal fatto che Bambini che fanno il girotondodi fronte al dovere dell'amore (il comando di Dio è "tu amerai gli altri come te stesso") noi cristiani siamo dei disobbedienti. L'umanità non conosce neppure questo comando, sebbene lo intuisca, lo desideri. Chi oserebbe oggi dire che il popolo di Dio è caratterizzato non dal fatto che fa processioni e va a messa, ma semplicemente dal fatto che ama? Purtroppo dobbiamo accontentarci di isole belle, buone, dove si può parlare di amore con semplicità e naturalezza, perché è la regola del gioco accettata. Ma Dio non ha detto che il suo popolo sarà a pelle di leopardo, con macchie che amano e altre no: noi abbiamo tutti ricevuto lo Spirito Santo. Ognuno deve animare, far correre l'appello che se non c'è l'amore ad un grado sufficiente l'umanità continua a star male.
Dunque l'ingiustizia comincia nella disobbedienza al "dovere dell'amore".

4)   il dovere dell'amore

Usualmente ritroviamo il concetto di restituire nell'ambito della giustizia, della legalità, e parlando di dovere possiamo entrare in questo ambito, ma dando un forte significato spirituale.

4.1)   il come Dio ha pensato le cose

4.1.1) chiunque esista ha il diritto di essere amato
Se riduco il mio amore all'aspetto affettivo, sensibile, empatico, fisico, sicuramente non posso amare tutti, ma si sta parlando di un altro amore, quello capace di arrivare a tutti, cioè l'amore di Dio. Se superiamo l'idea un po' istintiva che amo chi è amabile e gli altri no, noi sentiamo l'amore come un dono: io ti amo perché voglio. Sento che l'altro mi obbliga perché ha il diritto di essere amato. Per il fatto che esiste io lo debbo amare. Dio stesso si sente obbligato ad amare ogni sua creatura, non è che ama se vuole, chi vuole, quanto vuole: per il fatto che ci ha posti nella vita, Dio che è amore, si sente obbligato ad amarci.
Allora se io ti amo sono giusto, se non ti amo incomincio a non esserlo. Principi come questi sono oggi detti e insegnati anche da altri pensatori, e tra questi soprattutto quelli di linea ebraica. È una cosa interessante, che ci fa riflettere: è come se Dio ci desse dei segnali per dirci che o arriviamo qui o non stiamo bene. C'è un filosofo che sostiene: "Tu sei per me una necessità implacabile del fatto che devo volerti bene"; non ami una persona per te, ma le fai sentire che è amata, la risvegli, le fai capire che questo è il modo di vivere, per cui si crea una circolarità di amore; se non ami così il tuo amore sarà egoistico, una sventura.
Tu hai il diritto che io ti ami, che mi curi di te, poi, poiché non posso fare tutto, farò quello che posso, ma intenzionalmente devo essere aperto a tutto e a tutti.

4.1.2) Dio, Amore, fa creature a cui è necessario l'amore
San Paolo scrive che Dio si è fatto tutto per tutti, dove tutto vuol dire proprio tutto (da Dio allo Spirito, alla grazia, fino alle necessità materiali) e tutti proprio tutti, quali che fossero. Questa è la misura vertiginosa di cosa vuol dire portare dentro di noi, piccoli cuori che siamo, il sovrabbondante amore di Dio. È questa la nostra bellissima sorte, perché Dio, che è Amore, fa creature a cui è necessario l'amore. Se Dio fosse pura e sola intelligenza, io sarei felice di essere un cervello che pensa, ma Giménezz, Il buon samaritanose Dio è Amore e io assomiglio a lui, mi porto dentro un desiderio di amare e di essere amato che mi costruisce e che, se non soddisfo, mi distrugge.
Questo merita attenzione. È pregando e contemplando il Dio Amore che si coglie la verità e la coerenza di questo disegno.

4.1.3) Dio si fa nostro Padre e ci fa a vicenda fratelli
Ecco perché Dio si fa nostro Padre. È Padre in eterno, chi lo obbliga a farsi nostro Padre? Chi lo obbliga a mandarci suo Figlio che diventa nostro fratello? Chi lo obbliga, facendosi nostro Padre, a farci tutti profondamente fratelli? Un filosofo non cristiano dice che la fraternità era prima dell'umanità, come a dire che siamo già stati fatti fratelli. È una bella idea che i cristiani hanno nel sangue. Prima c'è la fraternità, poi gli esseri umani. Ed è logico, perché Dio è fraternità.
Allora io mi devo inchinare davanti all'altro.

Questo è il come Dio ha pensato le cose, il quadro perfetto, che ha restaurato in Gesù Cristo. E poi c'è la realtà. Ne parleremo nella prossima riflessione.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore