Sermig

Per Carolina

di matteo Spicuglia - La battaglia di un padre dopo il suicidio della figlia, vittima di cyberbullismo. La storia di Paolo Picchio.
Carolina Picchio non c’è più, anche se per certi aspetti è più presente di prima. Vive nelle battaglie di suo papà Paolo che da quella notte di gennaio del 2013 non si è più fermato. Ha voluto capire. Senza sconti. Capire perché sua figlia di appena 14 anni avesse deciso di farla finita. Capire perché a volte adolescenti e giovani siano capaci di cattiverie indicibili.

A Carolina era successo. Giovanissima, una serata in discoteca, qualche bicchiere di troppo. Lei, ripresa di nascosto con il cellulare. Sul momento non si rende conto, ma il gruppo la molesta, la ridicolizza, per poi postare quel video sui social network. Per Carolina inizia l’incubo: con decine di insulti e prese in giro, diventa la zimbella della scuola. Troppo grande la vergogna, troppo il dolore e il senso di umiliazione nel vedere amici diventati carnefici, compreso il fidanzato.

Carolina non regge la pressione. Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio, mette la parola fine buttandosi dal terzo piano di casa. «Fu un dolore lancinante, – racconta oggi suo papà – anche perché sul momento non ci rendevamo minimamente conto delle motivazioni ». Fu la stessa Carolina a darle. Un messaggio su Facebook: «Scusatemi, non ce la faccio più a sopportare». Una lettera alla sorella: «Mi dispiace, Tati, amiche mie vi voglio bene. Non è colpa di papà». Un’altra lettera rivolta ai responsabili: «Le parole fanno più male delle botte. Ma a voi non fanno male? Siete così insensibili?».

Quelle frasi sono scolpite nella mente e nel cuore di Paolo. «Dopo il suicidio di mia figlia, ho capito che avrei dovuto fare qualcosa. Non potevo fermarmi lì, rimanere prigioniero di quel dolore». È iniziata così la battaglia insieme alla senatrice Elena Ferrara, ex insegnante di Carolina, per spingere il Parlamento ad approvare una legge contro il cyberbullismo. Obiettivo raggiunto quest’anno, il primo provvedimento di questo tipo in Europa. Gli effetti si vedranno già nell’anno scolastico in corso: oscuramento più veloce dei contenuti sul web, docenti anti bulli in ogni scuola, piano di azione e monitoraggio nazionale. La sfida è soprattutto educativa.

«Quando parliamo di cyberbulli e delle loro vittime – spiega Paolo – abbiamo a che fare con ragazzi giovanissimi. Nel caso di Carolina, avevano tra i 13 e i 15 anni. Sono stati tutti condannati, ma questo non basta. Noi dobbiamo prevenire, capire cosa spinge un adolescente a fare tanto male». Paolo ha deciso di andare diritto al cuore del problema. Da quattro anni, con la fondazione che porta il nome di Carolina, ha deciso di raccontarsi nelle scuole. Ha incontrato decine di migliaia di ragazzi, li ha ascoltati, provocati. «Di solito li guardo negli occhi e faccio un discorso molto semplice: ragazzi, sono qui per voi e per Carolina. Vi do il mio tempo, il dolore che ho vissuto, per far sì che non ci siano più vittime di cyberbullismo. Loro di solito ascoltano, rimangono colpiti e questo sblocca molte resistenze. Ho raccolto così decine di storie, di esperienze, di sofferenze nascoste».

È per questa umanità che Paolo ha capito di dover andare oltre. Ancora una volta. Perché al di là dell’ascolto, servivano risposte. È nato così al Fatebenefratelli di Milano il primo centro italiano sul cyberbullismo: una realtà particolarissima che attraverso figure specializzate si prende cura sia delle vittime che dei “carnefici”. Nell’ultimo anno sono passati da qui oltre 1200 giovanissimi, la punta di un iceberg spesso ignorato. «L’adolescenza è un’età fragilissima che interpella tutti, – dice Paolo – la scuola, i ragazzi, ma soprattutto le famiglie. Dobbiamo imparare ad ascoltare ». Nel suo piccolo, questo padre lo ha fatto. Il suo impegno è diventato ragione di vita, lo strumento per sentire ancora vicina Carolina. Perché il dolore non si può capire. Lo si può solo trasformare.

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO