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Mondiali di calcio: 76 anni di antropologia

Lo sport, specchio delle epoche…

di Alessandro Moroni

L’eco del trionfale Mondiale tedesco (per i colori azzurri!) si è appena spento, coperto dal frastuono della sentenza relativa a Moggiopoli e agli strascichi che inevitabilmente porterà con sè. Nessuno sport come il calcio è in grado di suscitare tanta partecipazione in tutto il pianeta; e nessun evento sportivo è in grado di scatenare la passione derivante da un Mondiale di Calcio: le Olimpiadi determinano un interesse analogo e, forse, globalmente superiore, ma quanto a passione suscitata rimangono parecchio indietro! Va aggiunto che fin dalla prima edizione, datata 1930, i mondiali di calcio hanno assunto un ruolo più ampio rispetto a quello che compete di solito ad un evento sportivo.
L’idea di mantenere lo sport al di fuori della particolare cornice storica e politica nella quale l’evento viene collocato si è sempre rivelata un’utopia. D’altra parte, sempre più lo sport e in particolare il calcio, oggi business di dimensioni impressionanti, si sono rivelati parte integrante della vita di una società; ecco quindi che la carrellata che andiamo a proporre è un vero e proprio spaccato politico-sociale di tre quarti di secolo.


Precedenti edizioni:
URUGUAY 1930
ITALIA 1934
FRANCIA 1938
BRASILE 1950
SVIZZERA 1954

URUGUAY 1930

Dall’inizio del secolo la neocostituitasi FIFA cercò di coinvolgere le nazioni associate nella disputa di un torneo a livello intrcontinentale. Il quadro dell’epoca vedeva in realtà il calcio chiuso nel binomio Europa-Sudamerica. Nel vecchio continente primeggiavano le tre grandi “danubiane” (Austria, Cecoslovacchia, Ungheria), con Italia e Spagna come forze emergenti, mentre la Germania non era molto considerata. Un discorso a parte merita l’Inghilterra, la nazione in cui il “football” era nato nella prima metà del 1800. Non degnando la FIFA di alcuna considerazione, gli inglesi, con un atteggiamento loro consono fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale, si mantenevano in uno splendido isolamento.

Non parteciparono alla prima edizione dei mondiali e neppure alle due successive; si riservarono però di sfidare la vincitrice del torneo, contando poi di umiliarla, così da mostrare al mondo l’entità della loro superiorità... per incredibile che possa sembrare, 70 anni fa queste cose succedevano! Quanto al Sudamerica, il ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale ha visto la superiorità dell’Uruguay (che vinse gli unici eventi calcistici di livello mondiale degli anni ‘20, vale a dire i due tornei olimpici del 1924 e del 1928), contrastato più dall’Argentina che dal Brasile.

E veniamo alla prima edizione di questa coppa Rimet, che prese il nome dal francese che ne fu il principale fautore. La scelta dell’Uruguay apparve subito ideale, visto anche che quell’anno ricorreva il centenario della sua Costituzione e di un calcio che, come abbiamo visto, all’epoca primeggiava.

La crisi economica mondiale, conseguenza del crollo di Wall Street del 1929, mise in crisi, tra le altre, anche l'economia uruguayana. La leadership del Paese tentò di superare il problema facendo leva sull'orgoglio nazionale e sul prestiigo derivante da una manifestazione sportiva di alto livello. Gli sforzi imposti alla popolazione vengono accolti con orgoglio misto a polemiche, soprattutto per la costruzione dell'imponente stadio del Centenario. Di fatto, mancò una partecipazione europea degna di tal nome: inglesi a parte, tutte le altre protagoniste attese (Italia compresa) valutarono la trasferta troppo dispendiosa. Il primo mondiale della storia divenne così l'ennesimo capitolo della sfida Uruguay-Argentina.

Le due nazionali partirono in sordina , ma acquistarono autorità cammin facendo. Le semifinali terminarono allo stesso modo: Stati Uniti e Jugoslavia si piegarono rispettivamente ad Argentina ed Uruguay con un tennistico 6-1. Il clima della finalissima, coincidente proprio con i festeggiamenti del Centenario della Costituzione, fu rovente: l'arbitro belga Langenus pretese addirittura una polizza sulla vita. Il primo tempo terminò con l'Argentina in vantaggio 2-1, grazie a una doppietta del grande Mariano Stabile. Il secondo tempo vide il ritorno della classe e dell'organizzazione uruguayana: la partita terminò 4-2 per la squadra di casa. La vittoria dell'Uruguay, a parte l’immancabile clima sciovinistico che la caratterizzò, sul campo apparve pienamente legittima, al punto che il Presidente della sua Federazione Calcistica disse che da quel giorno l’Uruguay poteva considerarsi “il padre del Football, perchè tutti sanno che la madre è l’Inghilterra”.

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ITALIA 1934
Scartabellando sui vari siti Internet e andando a caccia di libri, saggi e articoli vari sull’argomento troverete ripetuto fino alla nausea questo concetto: i successi calcistici italiani degli anni ’30 non furono che il risultato dello sciovinismo fascista, che millantò una superiorità fasulla, nello sport, come nella scienza, come nella politica estera. Bene, quegli articoli, quei libri, quei saggi sono superati; ovvero, sono inguaribilmente afflitti da virus ideologico: bruciateli! Sciovinismo e millanteria certamente ci furono, ma non tali da oscurare indiscutibili progressi che caratterizzarono la vita civile del Paese nell’intervallo tra le due guerre.

Rimanendo all’ambito sportivo: i successi conseguiti non solo nel ciclismo, che all’epoca poteva considerarsi lo sport nazionale, ma anche in sport più tradizionalmente “aristocratici”, quali la Scherma e la Ginnastica (i nostri ricchi medaglieri olimpici di quel periodo fanno sicuramente testo), testimoniano di un movimento internazionalmente emergente. Il Calcio si inseriva in questo filone: dopo i progressi continui degli anni ’20, già nella prima metà degli anni ’30 esplosero alcuni fenomeni destinati a rimanere negli almanacchi nazionali tra i migliori interpreti di sempre: in un caso almeno, quello di Giuseppe Meazza, geniale mezzala dell’Inter,

si ipotizza sia rimasto il miglior prodotto del nostro calcio. Difficile mettere a confronto epoche tanto diverse, ma indiscutibilmente calciatori come Baloncieri, Bernardini, Meazza, Ferrari, Schiavio, Monzeglio, Allemandi andarono a costituire il nerbo di una nazionale che un po’ alla volta seppe farsi largo fino ai massimi livelli. E, certamente, ci si “aiutò” con la politica di importazione degli oriundi: uno zio alla lontana, un avo veneto o calabrese furono sufficienti perché un calciatore cresciuto ed affermatosi in Argentina o Uruguay potesse conseguire il passaporto italiano.

Il miraggio di guadagni sostanziosi derivanti da una carriera professionistica in Europa ebbe sempre più spesso il sopravvento su considerazioni “patriottiche”. E così nel contesto di un gruppo già forte di suo andarono ad inserirsi i Monti, i Guaita, gli Orsi. Il mondiale del 1934 vide quindi la defezione in massa delle potenze calcistiche sudamericane: agli elevati costi di trasferta andò ad aggiungersi il progressivo disagio di Paesi privati dei propri elementi migliori. L’Argentina in particolare mantenne in vigore (fino agli anni ’70!) una norma rigidissima che vietava l’impiego in nazionale di giocatori militanti all’estero, mentre Uruguay e Brasile si dimostrarono sempre più elastici sull’argomento. Fu così che la seconda edizione della Coppa Rimet fu di fatto un grosso campionato europeo. Le sedici partecipanti procedettero ad eliminazione diretta. Liberatasi agevolmente degli Stati Uniti (7-1), nei quarti l’Italia dovette affrontare l’ostica Spagna e il suo mitico portiere Zamora. 1-1 al termine dei supplementari e, non essendo previsti rigori, partita ripetuta il giorno dopo (!). A Zamora venne riservato un trattamento piuttosto duro dagli attaccanti italiani nei contrasti, al punto che, al pari di altri 6 compagni di squadra (!!), il portierone non potè giocare la ripetizione, vinta dall’Italia per 1-0.

La semifinale con l’Austria (il mitico Wunderteam degli anni ’20 e ’30, i primi a battere – sia pure in casa loro – i maestri inglesi) conobbe momenti di intensità fisica gladiatoria.
Botte da orbi dall’inizio alla fine, ogni tanto anche un po’ di buon calcio. Risolse tutto Meazza con un goal di testa, molto contestato dagli austriaci. La finalissima si svolse a Roma allo Stadio Nazionale del Partito (l’antesignano del Flaminio), con un’altra tradizionale avversaria del tempo, la Cecoslovacchia, alla presenza dei Gerarchi al gran completo e di una folla di ferventi patrioti. Che tremarono molto quando l’ala sinistra Puc insaccò a 20 minuti dalla fine. La folla ammutolita venne rianimata 10 minuti dopo, a seguito di un’improvvisa esplosione dell’oriundo “Mumo” Orsi (uno che si faceva dormite di mezz'ore intere, per poi improvvisamente svegliarsi e regalare minuti di classe sopraffina che incantavano la platea): palla conquistata a centrocampo, tre avversari messi a sedere e terrificante destro da fuori, ad annichilire letteralmente il portiere Planicka. Nei supplementari, goal decisivo di “Anzolèn” Schiavio, vecchio guerriero del Bologna. Vittoria sofferta, che forse non avremmo conseguito lontani dai nostri confini. Ma rubata, no di sicuro...

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FRANCIA 1938
Due eventi essenziali segnarono il nostro primo quadriennio da Campioni del Mondo in carica: il primo fu la sfida tradizionale che l’Inghilterra ci lanciò, proprio in quanto detentori del Trofeo FIFA, nell’autunno del 1934. Va detto che in novembre a Londra, soprattutto in quegli anni freddi e nebbiosi, si trovava a proprio agio proprio solo l’Inghilterra... Va altresì riconosciuto che in quel periodo la cultura sportiva britannica era una spanna avanti a tutti: basti dire che gli azzurri rimasero esterrefatti ed intimiditi dal fatto che i giocatori inglesi si mettessero a correre tutti insieme e a fare esercizi ginnici già mezzora prima della partita: era la fase di riscaldamento, che dalle nostre parti evidentemente nessuno conosceva e praticava! Come risultato, gli inglesi partirono a razzo e ci rifilarono 3 goal in un quarto d’ora (e manco male che Ceresoli abbia parato un rigore!) Inoltre, nella nebbia persistente pochi si avvidero dell’infortunio occorso a Monti, che si fratturò un dito del piede e lasciò quasi subito il campo: con un uomo in meno (non erano previste sostituzioni) il nostro destino parve segnato, e ci fu chi pensò che sarebbe stato già molto evitare il tracollo dell’Uruguay, Campione FIFA nel 1930 che contro gli inglesi, nella sfida di 4 anni prima, ne buscò 6... Invece, serrati i ranghi a seguito dell’uscita di Monti, gli azzurri non subirono più i terrificanti assalti inglesi.

Nel secondo tempo “Peppin” Meazza si trovò un paio di palloni giocabili e li infilò da par suo. Andò a finire che all’ultimo minuto Orsi sprecò egoisticamente un pallone che avrebbe potuto mettere in mezzo ancora per un liberissimo Meazza, e riuscimmo così a recriminare per una sconfitta (comunque onorevolissima, per come maturò), che a un certo punto poteva benissimo diventare una disfatta... Strano a dirsi, quella sconfitta ci fece conseguire più stima, internazionalmente parlando, della vittoria mondiale: apparve chiaro a tutti che la nazionale azzurra non era un bluff. Seguì il trionfo all’Olimpiade berlinese del 1936 (medaglia d’oro, risultato mai più ripetuto). In quegli anni l’Italia si arricchì dell’ariete di valore assoluto che era mancato fin lì, “Silvione” Piola, un lomellino che per tanti aspetti si sarebbe rivelato l’antesignano di Gigi Riva. Altri elementi di valore assoluto che un po’ alla volta infoltirono la rosa, a volte sostituendo giocatori logori furono Foni, Rava, Biavati, Locatelli, Colaussi. Come risultato, invece della nazionale forte, ma che nel 1934 non avrebbe forse vinto lontano da casa, nel 1938 ci ritrovammo ai mondiali francesi una squadra fortissima, da tutti giudicata quella da battere. Peraltro, quell’edizione fu più ricca di contenuti tecnici rispetto alle precedenti: dal Sudamerica giunse un Brasile fortissimo, con autentici fuoriclasse quali Leonidas, Da Guya, Trim.

Gli azzurri dovettero, nella circostanza, affrontare condizioni ambientali non facili: schieratisi in campo per il primo turno eliminatorio contro la Norvegia a Marsiglia, si esibirono nel “saluto romano” d’obbligo prima della gara, e furono letteralmente subissati dai fischi, sentendone altresì di tutti i colori... non solo dai francesi: Marsiglia era la meta preferita di tanti italiani esuli, perseguitati dal regime, con le conseguenze che è facile immaginare. Superato con una certa difficoltà (2-1 ai supplementari!) quel primo ostacolo, si raccapezzarono meglio a Parigi contro i padroni di casa francesi sconfitti 3-1 (in un inferno ancora peggiore, specialmente considerando che avevano optato per la maglia di riserva... nerissima, con un bel Fascio Littorio che campeggiava sullo scudetto tricolore!), e nella semifinale col Brasile dettero vita alla prima lezione di calcio all’italiana contro il “futebol bailado” verde-oro.
Il possesso di palla azzurro non fu superiore al 30%, ma di fatto la “Seleçao” non tirò quasi mai in porta; i nostri di più, e con maggiore efficacia... 2-1, pienamente legittimo in base alle occasioni create, anche se già la stampa, soprattutto francese, dell’epoca non mancò di stigmatizzare il “cinismo difensivo e contropiedistico dei Campioni del Mondo”. Come si vede, certe tendenze nazionali (ed estere!) si manifestarono piuttosto presto...

La finale con l’Ungheria, nostra tradizionalissima avversaria di quegli anni, non ebbe storia: conoscevamo fin troppo bene i magiari, ormai decisamente superati sotto il profilo tecnico e tattico... 4-2 e tanti saluti al pubblico berciante, che tifò in massa contro di noi dall’inizio alla fine. Alla cerimonia di premiazione, avendo a mente i trionfi di Binda e Guerra al Tour de France di quegli anni, il Presidente della Federazione Francese sentenziò rancorosamente: “Ils gagnent tout, ces italiennes”. Insomma, succede...

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BRASILE 1950

La Guerra Totale con le decine di milioni di morti e le sofferenze inaudite che avrebbe inflitto segnò inesorabilmente la fine di tutto ciò che poteva suonare retorico o impregnato di nazionalismo. Per un certo periodo sembrò assurdo il fatto in sè che organismi con responsabilità nazionale ed internazionale avessero tempo e risorse da dedicare ad un argomento fondamentalmente di carattere “leggero” come lo sport. Pure, anche aggregare pubblico intorno ad una competizione in grado di suscitare entusiasmo può costituire un segnale forte di vita che continua. E così, nel 1950 ecco la Coppa Rimet attraversare l’oceano per la seconda volta, celebrando Rio de Janeiro e il suo monumentale stadio Maracanà, capace di oltre centomila spettatori.

L’Italia, nominalmente campione in carica (anche se 12 anni erano trascorsi dalla finalissima di Parigi, e il mondo non sembrava più neppure lo stesso) fece una ben magra figura, nella quale entrarono in gioco anche fattori esterni: poco più di un anno era trascorso dall’orribile schianto di Superga, che aveva annientato il Grande Torino, una delle più grandi squadre di ogni tempo e ossatura della nazionale nell’immediato dopoguerra.

Lo choc conseguente indusse i dirigenti federali a rinunciare alla trasvolata atlantica, optando per il viaggio in nave: 12 giorni per mare, con allenamenti ovviamente approssimativi, e una condizione atletica mai davvero raggiunta. Risultato: la figuraccia di essere eliminati da una Svezia composta da tutti giocatori dilettanti, visto che i migliori (i vari Nordahl, Liedholm e Gren) militavano da tempo presso ricchi club professionistici... in Italia; ed era consuetudine consolidata di un’epoca nella quale molte Federazioni inalberavano certi valori che i giocatori militanti all’estero (visti inderogabilmente come ingrati mercenari, immeritevoli della Patria!) non venissero chiamati in Nazionale.

I nostri Presidenti di club (allora come oggi sostanzialmente privi di vergogna, per noialtri i tempi non cambiano mai!) non fecero una piega... e saccheggiarono la Svezia una seconda volta: arrivarono così in Italia anche gli Skoglund e i Jepsson. Fu la prima e finora unica edizione “carioca” dei Mondiali: proprio il Brasile sembrò fin dall’inizio il vincitore designato di un torneo dalla formula rivoluzionata: per la prima e fortunatamente ultima volta non si disputò una finale! Le squadre vennero suddivise in 4 gironi eliminatori all’italiana. Le 4 vincitrici di ciascun girone (Brasile, Uruguay, Spagna, Svezia) entrarono a far parte di un girone finale, sempre all’italiana, che avrebbe conferito il titolo a chi l’avesse vinto. Di fatto, una quasi-finale ci fu: le due Europee fecero “da tappezzeria”, e le due Sudamericane si affrontarono per la partita decisiva rispettivamente con due vittorie (il Brasile padrone di casa) e 1 vittoria e 1 pareggio (l’Uruguay). Allo strafavorito Brasile sarebbe quindi bastato un pareggio per ottenere la sua prima vittoria nella Coppa Rimet.

In realtà nessuno, tra i cosiddetti esperti, volle mettere in dubbio neppure per un momento la vittoria della nazionale verde-oro. Da giorni erano pronti in Brasile ogni sorta di deliranti festeggiamenti, ivi incluso il disco celebrativo del successo. Eppure, un esame più attento avrebbe suggerito quantomeno di non prendere sottogamba l’Uruguay, squadra basata su uno dei più grandi giocatori della storia (Schiaffino), su un grande polivalente in cabina di regia (il capitano Varela), molti altri elementi validi, un temperamento tostissimo (come sempre) e una flessibilità tattica che la portava ad esaltarsi contro squadre dal potenziale tecnico superiore. Gli uruguagi, per nulla intimoriti dal ribollente Maracanà, impostarono una super-partita difensiva, non facendosi scrupolo di ricorrere al fallo sistematico e alle più ciniche e consumate tattiche intimidatorie, tali per cui al confronto il buon Materazzi diventerebbe un’educanda (il fair play... non era ancora stato inventato!).

Si capì subito che il Brasile trovava pane per i suoi denti: va anche detto che non era particolarmente abituato a soffrire, a differenza della squadra che si trovava di fronte, avendo stravinto con punteggi tennistici (o quasi) tutte le partite fin lì disputate. Ma in ogni caso, alla fine del primo tempo chiuso a reti bianche nessuno poteva ipotizzare lo sconquasso destinato a concretizzarsi di lì a poco: più o meno a metà del secondo tempo finalmente il Brasile riuscì a passare in vantaggio. Appena il tipo di digerire l’esultanza, e i centomila del Maracanà subirono la doccia fredda del pareggio di Schiaffino a un quarto d’ora dalla fine. La paura scese ad attanagliare gli 11 verde-oro in campo, mentre gli 11 “satanassi” in maglia celeste si esaltavano come lo squalo che sente l’odore del sangue. A tre minuti dalla fine il giovanissimo attaccante uruguagio Ghiggia (che manco a dirlo, ebbe poi un futuro professionistico in Italia) infilò la rete decisiva, gettando nello sconforto una nazione intera (un numero imprecisato di suicidi doveva compiersi, nel corso della serata e della notte successiva). Magia del calcio, ovvero ciò che ne fa qualcosa di unico: fu la prima circostanza in cui il pronostico unanime venne clamorosamente sovvertito; non l’ultima, come vedremo...

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SVIZZERA 1954
Un’edizione grigia, meticolosamente organizzata ma, nemmeno a dirlo, piuttosto povera di curiosità extrasportive. Ricchissima invece di contenuti tecnici, e non certo per merito dei colori azzurri: l’Italia si trovava tatticamente a metà del guado, ufficialmente ancorata al classico modulo WM inglese anche se in realtà le squadre di punta proprio in quegli anni iniziarono a far vedere qualcosa di nuovo. L’Inter vinse due scudetti di fila proponendo un difensore aggiunto in centro alla difesa “libero da obblighi di marcatura”. Erano i prodromi del “modulo all’italiana”, che poi dominerà quasi incontrastato a partire dagli anni ’60, fino ai ’90. Ma in nazionale non se ne parlava proprio: il vituperatissimo “catenaccio” veniva visto come un’invocazione al Diavolo. Non si fecero certo scrupoli gli svizzeri padroni di casa (che del catenaccio, come non tutti sanno, furono gli inventori...) ad utilizzarlo contro di noi, spedendoci fuori al primo turno complici anche un po’ di “aiutini” arbitrali. Non fu la prima nè l’ultima volta in cui un’eventualità del genere si verificò, quindi nulla di cui scandalizzarsi, ce ne andammo in punta di piedi meditando sulla nostra insipienza tattica. Persi gli azzurri, i mondiali ci guadagnarono in qualità.

Questa edizione fu caratterizzata dalla presenza di uno tra gli squadroni “mitici” del dopoguerra: la Grande Ungheria di Puskas, Kocsis, Hidegkuti, Palotas. Erano reduci da un’impresa: avevano appena definitivamente schiantato il mito inglese, andando ad espugnare Wembley (nessuno c’era ancora riuscito) per 6-3. Praticavano un modulo brillante e fantasioso (per l’epoca) con il solo torto di non coprire molto la difesa. E’ vicenda nota: le squadre particolarmente dotate di classe sono uno schiacciasassi finchè il fisico le sorregge, consentendo loro di nascondere la palla agli avversari; in differenti condizioni le cose cambiano, ma nessuno sembra darsene pensiero. Gli ungheresi iniziarono il torneo a mitraglia, seppellendo di goal la Germania Ovest (8-3), che in base al giudizio comune non era poi l’ultima delle squadre; ma nella circostanza persero Puskas per infortunio. L’unica alternativa credibile all’Ungheria era costituita dall’Uruguay campione del mondo in carica, che a sua volta perse il capitano Varela, regista della squadra, fin dalle prime partite.

Nonostante queste menomazioni, le due squadre si incontrarono in semifinale e dettero vita a una delle più grandi partite della storia del calcio. Gli ungheresi partirono a mille e dopo mezzora conducevano due a zero. Gli uruguagi non fecero una piega, ci diedero dentro col loro tipico furore ma non modificarono i propri schemi, in apparenza difendendo la sconfitta (!). Gli ungheresi erano, allora come sempre, costituzionalmente incapaci di giocare coperti per amministrare il vantaggio e col passare dei minuti si esposero fatalmente al contropiede dei campioni del mondo, che con due invenzioni di Schiaffino pervennero al pareggio a dieci minuti dalla fine. capitò che all’ultimo minuto il grande regista uruguagio liberò al tiro Haaberg, che centrò in pieno il palo!

Prendendo coraggio dallo scampato pericolo, gli ungheresi si riorganizzarono e nei supplementari chiusero la partita con due spettacolari goal di testa di Kocsis. Partita splendida, di grandi contenuti tecnici e tattici, davvero da ricordare.
Fu la finale tecnica: la finalissima Ungheria-Germania Occidentale sembrava poco più che una formalità, tanto più che gli ungheresi recuperavano Puskas, e i tedeschi erano già stati seppelliti di goal nella prima fase del torneo. Ma per la seconda volta una sorpresa non ipotizzabile era in agguato. L’Ungheria ancora una volta, forte della sua classe immensa, si portò avanti 2-0. Ma col passare dei minuti ci si avvide quanto la squadra si fosse logorata nell’intensissima semifinale con l’Uruguay. I tedeschi pareggiarono già entro la fine del primo tempo e intravidero la possibilità di un traguardo epocale, che conseguirono con un contropiede di Rahn a un quarto d’ora dalla fine.
Ancora una volta un vincitore designato crollava proprio sul traguardo... non per l’ultima volta, come vedremo!

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