Sermig

Dom Luciano, sei sempre presente


Sono passati già due anni dalla telefonata che, il 27 agosto 2006, ci annunciava la morte di uno dei più cari maestri della nostra Fraternità, Dom Luciano Mendes de Almeida. Lo ricordiamo oggi con le parole di Ernesto Olivero, rivolte ai giovani di tutta Italia che stanno trascorrendo un’esperienza di una settimana all’Arsenale della Pace di Torino, e con uno dei suoi scritti inediti indirizzati alla Fraternità del Sermig.

a cura della redazione

 


Buona Giornata di Ernesto Olivero - mercoledì 27 agosto 2008



BEATI GLI OPERATORI DI PACE

L’operatore di pace è in continuo cammino per vivere innanzitutto la pace con se stesso, il suo passato, il suo modo di essere; con la natura; con gli altri; con i diversi imparando a scoprire le loro qualità; con quelli che offendono. Agisce per la ricostruzione della pace dopo i conflitti e gli atti perversi, e per l’avvicinamento dei popoli, la comunione fra chi, da secoli, non si accetta e cerca di distruggersi.

Ha la capacità di riconoscere i propri sbagli e di rifare la propria strada, di mantenere la libertà del cuore e la limpidezza della coscienza acquisita ogni giorno attraverso la padronanza di sé, sapendo amministrare il proprio sguardo, i propri pensieri e le proprie fantasie.

Rispetta la dignità di ogni persona. Si educa a condividere la vita con i diversi da sé, perché il futuro sia vissuto da un’umanità pluralista che sa riconoscere la bellezza dell’unità e che non perde la ricchezza delle diversità. Alla luce della positività del pluralismo, è indispensabile il rispetto per chi è alla ricerca della verità e dell’incontro con l’assoluto, per chi professa la propria fede o la propria incredulità, nella certezza che l’importante è la fedeltà alla propria coscienza e il suo cammino verso la verità.
luciano_ernesto.jpg
Dopo queste premesse, si possono indicare alcune proposte di vita per gli operatori di pace. Vediamone nove.

Prima. Aprire il cuore alla bellezza della natura per trovare il Creatore. La vita è il frutto dell’amore di Dio che nella sua infinita perfezione ha voluto darci la gioia di condividere la sua vita. Amare la vita è amare chi l’ha creata in noi.

Seconda. Saper riconoscere la dignità di ogni essere umano, senza distanze né discriminazioni. Questo significa aprire gli occhi per riconoscere i doni di Dio negli altri. Chi si chiude in se stesso non sarà mai capace di rallegrarsi per il bene altrui. Riconoscere la dignità di tutte le persone e di ogni persona è lodare il Signore che ha creato ogni suo figlio e figlia. In fondo, si tratta di intuire in ogni persona la dignità della vita divina che Dio ha comunicato ad ogni essere umano.

Terza. Sapersi meravigliare scoprendo la bontà, la bellezza, l’originalità di ogni essere umano, identificando nella diversità la ricchezza creativa di Dio e la complementarietà degli esseri creati da Dio. Ogni essere è bello perché frutto della meravigliosa e artistica bontà divina. La razze, le differenze di cultura e tante altre ricchezze indicano la infinita perfezione divina. Non vedere negli altri solo quello che assomiglia a me, ma proprio quello che identifica l’altro nella sua originalità.

Quarta. Credere alla capacità di ogni essere umano di sviluppare le sue potenzialità, superando le prime impressioni che possiamo avere riguardo agli altri per credere alla possibilità - con l’aiuto divino - che ogni persona ha di emendarsi e correggere i propri difetti, per portare avanti il suo slancio vitale verso la verità, la libertà, la bontà. Ogni persona può sempre superare se stessa, vincere la sua fragilità e camminare verso la perfezione. Credere, dunque, alla bellezza della misericordia e mai scoraggiarsi, abbattersi davanti agli errori, all’egoismo, alla perversità degli altri, sapendo che in ogni cuore umano c’è sempre l’azione restauratrice di Dio Padre, che perdona e rifà la vita di quelli che Lui ama come figli e figlie. L’operatore di pace crede all’amore che può restaurare qualsiasi errore del cuore umano.

Quinta. Non giudicare gli altri secondo la mia strettezza di visione o secondo un angolo di visuale meschino e personale o l’insufficienza del mio sguardo, ma imparare con Dio a vedere l’unità della storia di ogni persona, le circostanze e i problemi che ha dovuto subire; e soltanto allora permettersi di pronunciarsi sui fatti e sulle intenzioni, sempre con la riservatezza di chi sa di non conoscere il mistero di ogni essere umano.
luciano_preghiera.jpg Sesta. Essere disposto a guardare verso l’orizzonte della vita terrena e non lasciarsi chiudere nella visione dei pochi anni che viviamo su questo pianeta. Siamo fatti per vivere eternamente. Qualsiasi giudizio sarà incompleto se non aspetta la meraviglia della infinita misericordia divina. Così possiamo e dobbiamo contemplare ogni vita umana alla luce dei doni divini ancora - tante volte - da svilupparsi e che possono abbellire e perfezionare, oltre ogni ragionamento evidente, la vita di qualsiasi fratello e sorella.

Settima. Sapere aspettare l’ora di Dio, senza precipitare i giudizi sulle persone, è credere all’infinita bontà creatrice e rinnovatrice di Dio. Se Dio non guarda l’orologio è perché vuole che pure noi sappiamo aspettare l’ora esatta dell’amore e della misericordia.
Ottava. Davanti alla violenza, alla perversità, alla durezza del cuore umano, alle manifestazioni di odio, rancore, invidia, dominazione, sapere amare con il cuore di Dio rispondendo con amore, restituendo con il bene, all’offesa e al male. Il segreto della pace è nella capacità di perdonare e di ricostruire l’immagine degli altri dentro di noi. L’operatore di pace è un uomo, una donna, di perdono. Solo chi perdona può creare un mondo diverso dal nostro, senza vendetta né cattiveria.

Nona. Davanti alle ingiustizie di questo mondo preso dalla cupidigia, dall’ambizione, dalla malattia di chi sa solo accumulare ricchezze per sé, è necessario che l’operatore di pace sia una persona che vive il distacco dalla ricchezza - come san Francesco d’Assisi - imitando Gesù, per essere capace di liberarsi dall’attaccamento e attrazione dei beni materiali (o anche spirituali quando egoisticamente posseduti) e pertanto di condividere per sollevare le necessità altrui. Fin quando in questo mondo ci sarà la cupidigia, nata dall’egoismo e dalla chiusura in se stessi, il mondo continuerà a rimanere prigioniero dell’attaccamento e della dipendenza dai beni e ricchezze materiali. Solo la libertà di cuore e l’apertura all’assoluto di Dio ci può far staccare dalla dominazione dei beni terreni e aprirci alla gioia della gratuità e della mistica del dono di sé.

In poche parole, la predisposizione propria dell’operatore di pace, che porta ad assumere atteggiamenti che gli permettono di compiere la sua missione in questo mondo, è quella di essere un mistico che cresce nella vita di preghiera e che impara a contemplare l’opera di Dio nei cuori umani e nella storia, senza anticipare giudizi definitivi, senza perdere la speranza, senza dimenticarsi o stancarsi di fare il bene, sapendo che tutto conduce al bene per quelli che sanno di essere amati da Dio e che questo non vale solo per me, ma per tutti i figli e le figlie di Dio (Rom 8,28-32).

Dom Luciano Mendes de Almeida
da Nuovo Progetto aprile e maggio 2008