Sermig

100 milioni di SI' alla pace


 In 70 paesi centodieci milioni di persone hanno manifestato per la pace. Quella di sabato scorso è stata una festa, una lunga interminabile catena che ha unito uomini e donne dei 5 continenti nella domanda di pace, nel no alla guerra.
"No war" è la richiesta, la dichiarazione che campeggia su migliaia di cartelli e di manifesti nelle piazze di tutto il mondo, accomunando in un unico disegno popoli diversi per cultura, lingua, tradizioni politiche e sociali.


Un milione a Londra, cinquecentomila a Berlino, 300.000 ad Atene, cinquecentomila a New York, la città occidentale che porta i segni più tragici della violenza terroristica, e ancora 500.000 a Sidney, 100.000 a Melbourn, decine di migliaia a Baghdad e tante, tante altre. A Roma la manifestazione più numerosa: 3.000.000 secondo gli organizzatori, una folla incalcolabile nelle impressioni di chi ha partecipato. Ma anche altre piccole e grandi città italiane hanno dato vita a manifestazioni spontanee per la pace, contro la guerra preventiva all'Iraq. A detta di molti commentatori è stata la più grande manifestazione del dopo guerra. Per la televisione pubblica che ha negato la diretta è un autogol.
"No alla guerra senza ma e senza se" il tema delle iniziative di pace italiane. Qualcuno ha scritto che è stata la paura a spingere tanta gente in piazza a manifestare per la pace. E' una visione riduttiva. La paura da sola non basta a spiegare questo movimento immenso, transnazionale di persone che vuole la pace ad ogni costo, che è convinta che la guerra è sempre sbagliata, che non accetta la logica della violenza e del terrorismo, che lavora per realizzare politiche della pace. Mai come sabato abbiamo visto in piazza giovani, uomini e donne che sono costruttori di pace, che ogni giorno nelle associazioni, nelle organizzazioni, nelle parrocchie, spontaneamente, liberamente, con convinzione fanno gesti si pace. Si occupano degli altri, hanno a cuore le persone che muoiono di fame, che non hanno l'acqua nemmeno per i bisogni più elementari, che non hanno soldi per pagarsi le cure, che non hanno scuole, che non hanno lavoro, che non hanno futuro. Questa è gente che non ha paura! Questa è gente che lotta e fatica per sconfiggere la miseria e la disperazione di una buona fetta dell'umanità, che lotta per affermare i diritti universali li dove non sono rispettati: è il popolo della pace.
A Roma c'erano anche i giovani della pace, con le bandiere della pace, quei giovani che a Torino il 5 ottobre in centomila hanno detto chiaro basta guerre; hanno gridato a tutti , anche ai grandi della terra, che non accettano il terrorismo come arma per affermare idee e diritti, che non accettano l'intolleranza religiosa e il razzismo, le disuguaglianze, le ingiustizie, che vogliono la pace per tutti. La pace non è né di destra, né di sinistra. La pace è di tutti. La pace dipende da noi. Ora la parola torna nel campo della politica.
Tocca ai governi cogliere questo slancio di pace oppure annacquarlo o peggio ignorarlo. Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera, ha detto che sarebbe un errore non ascoltare la gente che ha manifestato per la pace. Altre voci di esponenti della maggioranza e dell'opposizione si aggiungono alla sua in queste ore in favore delle ragioni della pace. C'era nell'aria la sensazione della inevitabilità della guerra, aleggiava il convincimento, sostenuto dai media, che non ci fossero spazi per ulteriori manovre diplomatiche, per soluzioni alternative. Questa falsità è stata per ora smascherata dalla gente di tutto il mondo che ha marciato per la pace.
Il no alla guerra ha segnato positivamente anche le varie confessioni cristiane. Cattolici, ortodossi anglicani, protestanti, tutti hanno preso fermamente posizione contro la guerra all'Iraq, contro le guerre. Intanto il Card. Etchegaray torna dall'Iraq, dove ha incontrato Saddam, portando buone notizie. Speriamo che anche il dittatore di Baghdad si lasci commuovere dalle folle della pace evitando agli iracheni, (così duramente provati da anni di guerre interne ed esterne, da deportazioni e stragi terribili -pensiamo alla vicenda curda-, da un embargo che ha colpito solo la popolazione più debole e i bambini), ulteriori tragedie non giustificabili.
I colori delle decine di migliaia di bandiere della pace sono un augurio e una benedizione per il nostro futuro.
 
17 febbraio 2002
Claudio Maria Picco