Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (21/28)


Servire la pace (1/2) - di Giuseppe Pollano
- La pace è possibile. Discordie, gelosie, dissensi: sono soprattutto queste le armi da trasformare in strumenti di lavoro.
Leone e agnelloIsaia annuncia un tempo in cui le armi saranno tramutate in strumenti di lavoro. Il profeta parla a nome di Dio, dunque la pace è possibile ma l'uomo deve volerla.
Ci sarà pace se ci sarà riconciliazione, se ci si chiederà reciprocamente perdono, se l'odio si scioglierà, se emergeranno rispetto, concordia, mansuetudine.
Dedichiamo la nostra vita, la nostra preghiera incessante a convertire il "lupo" della guerra, della fame, della disoccupazione, della non vita e soprattutto il "lupo" che è in noi perché la pace, che è dono di Dio, si manifesti tra gli uomini. Serviamo la pace con tutto il cuore, un cuore disarmato che ha cancellato le parole nemico, rancore, mio per sostituirle con la parola "perdono".


Il titolo del paragrafo della regola su cui riflettiamo è una frase vocazionale. Di questa pagina cogliamo sette parole che meritano chiarezza.


1)  le armi

In genere, parlando di armi, pensiamo a quelle che uccidono, ma sarebbe ingenuo ritenere che le armi siano soprattutto quelle materiali costruite per combattere. Le armi l'uomo se le porta nel cuore, armi da cui derivano poi tutte le altre. È giusto sostenere che non si devono costruire e usare le armi che potenzialmente uccidono, ma non basta. Se con arma intendiamo tutto ciò che serve a far del male a qualcuno, allora è chiaro che anche il nostro cuore è un piccolo arsenale di guerra. Basta ricordare gli innumerevoli passi della Bibbia, soprattutto del Nuovo Testamento. Soffermiamoci allora su alcune armi potenti che portiamo nel cuore.

1.1)  il giudizio

La prima arma che portiamo in noi è l'abitudine a giudicare condannando. "Sei inescusabile, o uomo che giudichi" (Rm 2, 1s) dice Paolo al cristiano. Lo stesso insegnamento di Gesù, forte ed incisivo, è "guai a chi giudica" (Mt 7,1ss). Giudicare non significa constatare perché è dopo la constatazione che nasce un giudizio, che può essere di condanna o di misericordia. Siamo invitati da Gesù a fare come il Padre, che ha mandato Gesù a volgere la constatazione in un giudizio di misericordia. Ma per nostra attitudine siamo più portati, anche senza neppure pensarci, a volgere la constatazione in un giudizio secco di condanna.
Di per sé constatazione e giudizio possono essere giusti, eppure non siamo autorizzati a condannare, per il semplicissimo motivo che non conosciamo il cuore di nessuno.
Questa è la prima arma che mi porto nel cuore: Anonimo, Dito puntatose non sto attento, farò del male a qualcuno, lo avrò diminuito, condannato, escluso. Pensiamo anche solo alla forza che hanno i pre-giudizi, quei giudizi che abbiamo già programmato prima ancora di vedere una persona e che ce la fanno inquadrare in un giudizio di condanna che già ci siamo fatti per una qualsiasi ragione.

1.2)  la voce e l'espressività

La seconda arma è la lingua: "Se uno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua, la sua religione è vana" (Gc 1,26). La lingua, cioè la voce, l'espressività dell'uomo, può far molto bene o molto male, è la scintilla che può dar fuoco ad una foresta. Beato colui che in una giornata è in grado di non ferire nessuno con quest'arma.

1.3)  l'aggressività e le reazioni emotive

La terza arma che portiamo nel nostro cuore è la nostra aggressività che, in partenza, non è perfida. L'uomo è istintivamente aggressivo perché sente il bisogno di difendersi continuamente. La questione è che noi facciamo diventare nostro questo atteggiamento di violenza e così possiamo fare molto male agli altri. Pensiamo anche solo a quanto male può fare un litigio in famiglia: abbiamo incominciato a giudicarci un po' male e con freddezza, poi ne è venuta fuori una parola esplosiva, dopo di che è nato il litigio.
Paolo, nel suo celebre passo sulle opere della carne, fa un lungo elenco: "Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio." (Gal 5,19-21). Discordie, gelosie, dissensi: il parlare umano privato e sociale è sempre o quasi sempre offensivo subito, e il tono già aggredisce.

Le armi che devo prima di tutto trasformare in strumenti di lavoro (Is 2,4) sono soprattutto queste, perché se so frenare la mia mente, avere giudizi di misericordia, non dire mai parole capaci di ferire né direttamente né indirettamente (mormorazione, pettegolezzo, accusa, calunnia) e non ferisco con i miei modi e il mio stile, allora veramente sono uomo di pace.
Dobbiamo umilmente riconoscere che tutti siamo armati dentro il nostro cuore e dobbiamo cercare di superarci, Evgeniy Vuchetich, Uomo che forgia vomeri da una spadaperché queste armi ce le toglie soltanto la grazia di Dio.
In questa società che è sempre armata e che adopera le sue armi cominciamo allora a fare un inventario del nostro arsenale e a domandarci se la pace è possibile.


2)  ci sarà pace

Leggiamo che il profeta parla a nome di Dio, dunque la pace è possibile. È un'affermazione giusta che la pace è possibile con Dio. Se trasformiamo l'affermazione in domanda, ci chiediamo "la pace è possibile?". È una interrogazione permanente della scienza politica e della filosofia. Molti pensatori antichi e moderni si sono misurati con questa domanda. Ci sono due filoni.
Uno, predominante e di tipo pessimista, sostiene che la pace di fatto nella vita umana non è possibile. Ci saranno tentativi, periodi, trattati di pace, ma, prima o poi si ricomincia con la guerra. Questo concetto pessimistico dell'uomo che è lupo per l'uomo, diventa una prassi politica, per cui si è convinti che l'unico modo per risolvere con l'altro i problemi di ogni genere è essere più forti, il che prevede la guerra come mezzo inevitabile, anche con un costo che può essere altissimo.
Ci sono anche degli ottimisti che sostengono che se l'uomo desidera la pace, essa è possibile. Però spesso i nostri desideri si scontrano con il peccato che c'è in noi: rimane il desiderio di pace, però non c'è più la forza di metterlo in pratica da soli. Questo naturalmente vale anche per tutte le altre virtù.
Per noi cristiani la pace è possibile, a condizione che lavoriamo assieme al nostro principale alleato, lo Spirito di Gesù che è a nostro fianco e lavora per la pace. Come mai, se è così, non c'è la pace? Perché non sono tanti quelli che lavorano fianco a fianco con Dio: infatti anche noi cristiani, riferendosi anche solo a quelle armi che portiamo nel cuore, se lavorassimo di più con lo Spirito di Gesù vivremmo una giornata diversa, mentre spesso ci abbandoniamo non a Dio ma al giudizio e alla violenza, per cui non otteniamo nulla. Non è Dio l'assente in questa collaborazione! Dobbiamo essere molto attenti e pronti a cogliere lo Spirito che è in noi.
Il nostro ottimismo, la nostra certezza, si basa sulla nostra alleanza con il Dio della pace, altrimenti dobbiamo essere disposti a riconoscere che praticamente sarebbe impossibile, rimarrebbe un'utopia. Il modo del Sermig di pensare e vedere la vita, l'essere in un Arsenale di Pace, vuol dire che nella misura della nostra fede e del nostro impegno secondo la fede siamo in grado di provocare pace prima di tutto fra noi.
Dunque noi rispondiamo in modo positivo alla domanda se è possibile la pace ma, allo stesso tempo, ci rendiamo conto che è un lavoro impegnativo. Infatti questo impegno è delineato nella terza parola chiave.


3)  se emergeranno ...

La pace non viene da sola, richiede dal soggetto responsabile il più serio di tutti gli impegni. Ci vuole una completa immersione nel rispetto, concordia, mansuetudine. Non nasciamo istruiti, occorre che la nostra intelligenza emerga dalla confusione, dalla pigrizia mentale, dall'errore e diventi una conoscenza seria.
La condizione di pace è sempre frutto di fatica e costruzione incessante: oggi son vissuto nella pace, ma non mi serve per domani, quando accadranno altre cose, incontrerò altre persone, per cui dovrò riprendere la fatica della pace. In effetti notiamo lo sforzo di molte Nazioni di costruire alleanze, armonie, equilibri. La pace non si ottiene al primo tentativo. Ad esempio voglio riconciliarmi con una persona e vado da lei, ma vengo rifiutato; non posso chiudere solo perché ho provato a riconciliarmi o perché non c'è stato alcun miracolo: ci vuole pazienza. La pace non si costruisce con sbarre di metallo, ma con i fili della dolcezza, dell'insistenza, dell'umiltà. La pace è come un rammendo, ci vuole industria e finezza. Certe volte ci vogliono anni per ricostruire una pace interrotta con uno strappo che si è fatto in pochi secondi. Non dobbiamo spaventarci: si può se si vuole, ma bisogna faticare.

3.1)  esigenza di una progettazione positiva

In questa fatica ci vuole una progettazione positiva, come d'altra parte si fa per la guerra. Pensiamo a quanto si studia, si pensa, si spende, si usa intelligenza per progettare un'azione bellica fino nei minimi particolari! Nella bontà e nella pace non possiamo essere dilettanti ed improvvisatori, dobbiamo progettare la pace. In una famiglia dove ci sono tensioni, se si cerca solo di andare avanti, non si risolve niente, occorre progettare, con l'aiuto di qualcuno, qualcosa di più fine ed intelligente, conoscere meglio i caratteri, analizzare le cause, vedere come si è evoluta nel tempo la questione. Insomma, Teresa Walsh, Il regno della pacedobbiamo appropriarci delle tecniche di una progettazione che vuole riconciliare. Teniamo presente che oggi esiste l'irenologia, la scienza della pace, che si avvale della psicologia, della sociologia, e così via. Non dimentichiamo che poi abbiamo anche la grazia di Dio.
Bisogna allora pensare attentamente alla costruzione della pace, mai rassegnarsi a dire che l'altro mi è nemico. Certamente io da solo non sono in grado di costruire la pace, ma l'Onnipotente non è bloccato. L'alleanza con Dio c'è, bisogna allora progettare meglio i tentativi di pace.
L'Arsenale della Pace è un luogo ove questa scienza può essere ben coltivata.

3.2)  esigenza di un metodo tenace

Alla progettazione positiva ed intelligente deve accompagnarsi metodo e pazienza. Ricordiamo Gesù che ci dice: "Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano". (Mt 18, 15-17). È un metodo che non prevede la rassegnazione, se proprio poi il mio fratello non vuole riconciliarsi, accetto la sua libertà.

Beato chi ha già fatto esperienza di essere stato capace di risolvere in pace e secondo la pace una situazione che era difficile. Prendiamo ad esempio due sposi: un po' di conflitto è inevitabile essendo due persone diverse, ed allora devono riorganizzare la pace avendo una situazione di non pace; non è questione di stare zitti ed accettare, ma è l'armonia che si costruisce con pazienza nell'intreccio delle due sensibilità, dei due cuori, delle due intelligenze. È un coinvolgimento totale, ben espresso da due espressioni di notevole rilievo che ritroviamo in questo capitolo della Regola: "la nostra vita" e "la nostra preghiera incessante" dedicate a convertire il lupo della guerra.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore