Sermig

In cammino verso la Pasqua (4/7)

"Voi siete di quaggiù, io di lassù" - di Giuseppe Pollano - Le letture del martedì della V settimana di quaresima ci ricordano la condizione umana in cui viviamo e ravvivano in noi il senso di una grande missione.


Num 21,4-9

Il re cananeo di Arad, che abitava il Negheb, appena seppe che Israele veniva per la via di Atarìm, attaccò battaglia contro Israele e fece alcuni prigionieri. Allora Israele fece un voto al Signore e disse: "Se tu mi consegni nelle mani questo popolo, le loro città saranno da me votate allo sterminio". Il Signore ascoltò la voce d'Israele e gli consegnò nelle mani i Cananei; Israele votò allo sterminio i Cananei e le loro città e quel luogo fu chiamato Corma.
Serpente di bronzo, Monastero VatopaidiGli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: "Perché ci avete fatto salire dall'Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero". Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d'Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti". Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita". Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Nella pagina dell'antico testamento, profondamente simbolica, il popolo che cammina verso la terra promessa - siamo noi - a un certo punto non sopporta la fatica del viaggio, che non è tanto un viaggio fisico, quanto un viaggio morale, profondo: la fatica di santificarsi, la fatica di fare le cose e soltanto le cose che piacciono al Padre.
Questo non è certo un gioco, e ci si stanca, o ci si può stancare, allora si mormora contro Dio, o contro Mosè. In altre parole, ci si stacca da Dio con il dissenso e la sfiducia, con la ribellione e così si pecca. A questo punto comincia a verificarsi, nella storia di tutta la Chiesa e in particolare di chi è più sensibile a questi misteri, la grande e tremenda regola che Paolo ci ricorda: il salario del peccato è la morte (Rom 6,23). Chi si lascia andare al peccato, come accade sempre, sulle prime se ne compiace, altrimenti non lo commetterebbe, ma deve sapere che il peccato porta alla morte.
Il popolo in cammino a un certo punto è tormentato da serpenti - animale simbolico per gli ebrei, un animale repellente e pericoloso, il simbolo del male - che uccidono. È la raffigurazione di tutto ciò che ci accade quando, contro di noi, si rivolta ciò che ci ha fatto peccare. Le passioni che ci fanno peccare, che ci travolgono e ci travagliano, quelle che la Chiesa ha elencato denominandole i vizi capitali, a un certo punto ci portano alla morte, non alla vita che speravamo, e questa è una verifica che chiunque può fare. L'orgoglio, non produce morte in noi e negli altri? L'avarizia, l'avidità, l'innamoramento del denaro, quanta morte produce, quanti gli uccisi da questa passione! L'ira, la passione che ci travolge, che travolge i capi dei popoli, che travolge l'umanità intera, lascia al suo seguito un mare di cadaveri! E poi l'accidia, che rende egoista, che forse non uccide nessuno, ma lascia morire. Giovanni Cocco, GolaEd ancora: la gola, che sembra una cosa da nulla, ma fa precipitare in tutte le sazietà possibili e immaginabili, quanti ne uccide! E così la lussuria e l'invidia. Il salario del peccato, cioè delle passioni assecondate, è la morte.
Dentro questa umanità molto travagliata, e perciò molto uccisa dalle passioni proprie e degli altri. la Chiesa cammina con fatica. È una Chiesa santa, ma anche una Chiesa peccatrice, conosce queste esperienze. C'è un solo modo per salvarsi da questa morte, bisogna che il serpente, la passione, sia inchiodato sulla croce. Paolo ricorda che Gesù è stato trattato da peccato. Gesù, carico delle nostre passioni, è inchiodato e noi siamo salvati.
La pagina dellantico testamento ci fa riflettere, perché nessuno di noi è libero dal morso dei serpenti: ci morde l'invidia, ci morde l'ira, ci morde l'avarizia, ci morde la lussuria, ci morde l'accidia, ci morde la gola, ci morde l'orgoglio e soltanto se guardiamo a Gesù Cristo, crocifisso, noi siamo salvati.


Gv 8,21-30

Georges Rouault, CrocifissoDi nuovo disse loro: "Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire". Dicevano allora i Giudei: "Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: "Dove vado io, voi non potete venire"?". E diceva loro: "Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati". Gli dissero allora: "Tu, chi sei?". Gesù disse loro: "Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo". Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite". A queste sue parole, molti credettero in lui.

Il primo impegno della Pasqua è essere liberati dalle passioni, però non è sufficiente, noi vogliamo molto di più, o meglio, Dio vuole molto di più da noi. Il brano di Giovanni è una pagina provvidenziale per aiutarci a realizzare questa nostra volontà. Gesù gioca tutto sulla grande differenza tra se stesso e quelli che lo ascoltano, differenza che si concentra tutta in quel dire di se stesso "Io sono", due parole a cui bisogna dare il senso più grande, perché qui c'è la presenza di Dio e la grandezza, la santità, la bellezza, la potenza, la sapienza dell'eterno. Torna in mente lantico "dirai agli israeliti, Io sono mi ha mandato a voi" (Es 3,15). Se non credete che io sono, voi non avete ancora capito nulla di me, il mio mistero vi sfugge; se io sono allora capite anche ciò che oso dire: voi siete di quaggiù.
Siamo tutti di quaggiù, nati qui, viviamo qui, moriremo qui, ed egli, a questa nostra condizione piccola e povera, oppone se stesso che è di lassù, da dove scendono amore, bontà, salvezza, benignità sconfinata.
Nel suo progetto Dio si è messo - come ha detto il Papa nella sua enciclica sull'amore - contro se stesso per amore nostro. Infatti il Padre, con una sconvolgente decisione, non risparmia il Figlio per poterci salvare. Gesù è di lassù, dove Dio è amore, però l'amore crea anche un abisso, tant'è vero che, dopo averlo incontrato, dopo aver ascoltato affermazioni audaci e esplicite, molti hanno subito creduto in lui, ma il seguito della storia ci dice che quella fede è svaporata presto: ha esagerato Gesù, secondo loro, ha preteso troppo, non si può sopportare un personaggio così, bisogna toglierlo di mezzo per continuare a vivere come prima: non venga il lassù a disturbarci. L'incarnazione che finisce con la croce, nel progetto salvifico di Dio, è dal punto di vista umano il fallimento di questo amore, la grande delusione che però ci salva.
Gesù è venuto perché il quaggiù e il lassù non fossero separati, e ha pagato cara questa missione. Dinanzi allinsuccesso Gesù non è andato via, non ci ha abbandonati, ha continuato la sua strada, è diventato il ponte tra il lassù e questo nebuloso vivere nostro: se noi saremo infedeli, dice la scrittura, lui non è infedele perché ci ama.
La Chiesa, tutti noi, quando è santa, quando è onesta, quando ama davvero, quando non è mondanizzata in nessun modo, continua semplicemente questa mediazione straordinaria, predica che Gesù è, predica il lassù a cui siamo incamminati, e poi si china su tutti quelli che vivono quaggiù, tende una mano al cielo e una al vivente. Sokey A. Edorth, AffamatiLa Chiesa non vive per sé, non ha dimora stabile qui, perché quando ce l'avesse cesserebbe di essere veramente Chiesa. All'uomo d'oggi che si è chiuso nel quaggiù, un uomo disperato, la Chiesa grida forte che il quaggiù non è un mondo chiuso, ma aperto al dono del Signore che è sempre presente. Ecco la missione della Chiesa. Le persone che credono in Gesù Cristo portano in sé questo impegno di missione, sono quaggiù in mezzo a tutti gli altri, gomito a gomito, non sono quaggiù per vivere quaggiù, ma per essere indirizzate al lassù e soprattutto per portarsi dietro tanta gente che non sa il sentiero, che soffre dessere quaggiù e non sa cosa fare. I testimoni di questa mediazione sono un'icona molto convincente di come si fa a vivere quaggiù per lassù a vantaggio di molti, una dedizione nel quaggiù che in qualche modo richiama al lassù.


La missione

Il mondo che sembra sprofondare sempre di più nei suoi serpenti che mordono, nelle passioni che stanno diventando un involucro di questo pianeta, va potentemente sollevato dalla fede, dall'amore dei credenti che, in nome di Cristo e con la fortezza dello Spirito, reagiscono al peccato perché sanno che non c'è un serpente di rame sull'asta, ma c'è Cristo sulla croce che ha vinto il mondo accettando la propria passione.
Siamo quaggiù come tutti gli altri, sentiamo anche noi la fatica di vivere, sappiamo anche noi che si soffre, e abbiamo anche noi i nostri peccati, però non ci rassegniamo a questa situazione, diciamo fieramente e umilmente che abbiamo fede, che abbiamo speranza, che non viviamo come se Dio non fosse. E ci prendiamo anche l'impegno di ottenere dal Padre, come ottenne Gesù Cristo, che si chini su questo poverissimo mondo. Nessun altro che il Padre può salvarci, egli deve raccoglierci come si raccoglie un ferito grave, prenderci sulle sue braccia e portarci a salvezza.
Lo farà, ma c'è una variabile che dipende da noi, dalla nostra generosa spontaneità. In che senso? "Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8,29), ecco il segreto per accelerare il gesto di Dio, che raccoglie il mondo malato e lo salva.
Non possiamo tirarci indietro, accettiamo di fare meglio, sempre meglio, le cose che piacciono al Padre. Sta scritto che se facciamo la volontà di Dio, Dio fa la nostra, è una promessa splendida, stupenda: Padre sia fatta la tua volontà, io voglio fare la tua volontà, voglio fare le cose che ti sono gradite come ha fatto il Signore e tu farai la nostra, e tutta questa povera gente intorno a noi la prenderai nel tuo braccio di misericordia. È una bella maniera di rinnovare unalleanza concreta, che impegna ciascuno di noi, perché sappiamo in che cosa potrebbe meglio fare quel che piace al Padre.
Il Padre non aspetta altro che limpegno di noi, suoi figli. Tutto è pronto, dipende dalla nostra generosità il tempo di Dio in cui si compiranno questi miracoli di salvezza.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore