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In cammino con Luca (16/18)

Fraternità è amare coi fatti, non con le parole [1] di p. Mauro Laconi - Concludiamo con la parabola dell'amministratore infedele o - come oggi si preferisce chiamarlo - abile, le riflessioni sul viaggio che dobbiamo percorrere alla sequela di Gesù per appartenere veramente alla sua Chiesa.


Quando Luca scrive il suo Vangelo, negli anni 80, la Chiesa ha perso il fervore della prima generazione cristiana, ha bisogno di una conversione continua, da attuare ponendosi costantemente in cammino con Gesù. Questo seguire Gesù nel suo cammino verso la croce è talmente essenziale che Luca negli Atti degli Apostoli impiegherà la parola "via" per indicare il cristianesimo: Miguel Ángel González Jurado, Cammino verso il Calvariola Chiesa deve camminare nel mondo seguendo l'insegnamento evangelico senza compromessi.


Il contesto.

Siamo sempre nella situazione di scontro con i farisei, che criticavano l'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, introdotta dal capitolo 15. Gesù ha detto loro le tre parabole della misericordia, mentre qui, nel capitolo 16, si rivolge ai discepoli, ma i farisei sono sempre presenti, come si vede al versetto 14. Alla parabola (Lc 16,1-8) seguono tre insegnamenti (Lc 16,9-13), che toccano uno dei temi fondamentali dell'opera lucana: il pericolo dei beni mondani, e la necessità di mettere i nostri averi a disposizione anche degli altri, per attuare concretamente la fraternità cristiana, segno distintivo della Chiesa, costruzione del Regno.


La parabola

Un ricco proprietario terriero si accorge che il suo amministratore lo froda, ed allora lo licenzia; di qui nasce il dramma: non sa cosa fare, è il dramma del licenziamento, purtroppo sempre attuale in ogni epoca della storia umana. Al nostro amministratore però viene un lampo di genio: risolvere il problema con un'altra frode, che viene ad aggiungersi a quelle già perpetrate. Con questa frode non si procura direttamente del denaro, che sarebbe comunque durato poco, lasciandolo presto nuovamente in difficoltà, ma degli amici, che lo aiuteranno in futuro, offrendogli magari un nuovo posto di lavoro.
Nella parabola il padrone loda l'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. «Poiché è Gesù l'autore della parabola, la lode è sua: elogia la scaltrezza di questo rappresentante dei figli di questo mondo, superiore a quella dei figli della luce» - Immagine: Gustave Doré, Gesù predica alla follaPoiché è Gesù l'autore della parabola, la lode è sua: elogia la scaltrezza di questo rappresentante dei figli di questo mondo, superiore a quella dei figli della luce.


Impegnarsi sul vero problema

Abbiamo qui una situazione rovesciata rispetto alla parabola del ricco stolto, in quanto non vi è apparentemente alcuna critica per l'operato dell'amministratore infedele - peraltro definito figlio di questo mondo -, ma il messaggio è lo stesso: qual è il vero problema della vita? Ci troviamo nella parabola di fronte ad una difficoltà di non poco conto, e certo la disoccupazione, il trovarsi senza mezzi e senza casa, sono dei problemi reali, concreti. Senza negarne l'importanza, anzi appunto a causa della loro importanza, viene drammatizzato l'atteggiamento dei discepoli, dei figli della luce, di fronte al problema che dovrebbe mettere in secondo piano tutto il resto, quello della salvezza.

Nella nostra esistenza terrena abbiamo molti problemi che ci appaiono importanti e a volte ci angosciano: essi sono però una piccola cosa di fronte al grande problema di fondo. Eppure siamo così decisi, così determinati, interessati, abili, nel risolvere i piccoli problemi contingenti, e tanto fiacchi, molli, incerti, senza interesse per l'unico problema che investe in modo intero ed assoluto la nostra realtà.
Questa è un'accusa che ci tocca direttamente: i discepoli di Gesù, e quindi ognuno di noi, non impiegano per l'unica cosa che conti veramente la stessa energia, lo stesso dinamismo, la stessa capacità, sensibilità, convinzione che usano per risolvere i problemi contingenti.

Gesù parte sempre da situazioni concrete della vita di ogni giorno, per farci confrontare coi grandi problemi assoluti, con la dimensione dell'eternità: la perdita del lavoro è un dramma che rende insicura l'esistenza, ma vi è una perdita ben più grave che non dovrebbe mai darci tregua. Il grande problema della salvezza ce lo poniamo, sì, ma con distacco, con calma. Non sentiamo il dramma terribile della salvezza/perdizione, ci limitiamo forse a sperare di cavarcela: in fondo Dio è così misericordioso... Eppure abbiamo visto, nelle pagine precedenti di Luca, un richiamo continuo, dove le possibili conseguenze del non prendere sul serio il cristianesimo ci sono illustrate senza mezzi termini: il fico sterile verrà tagliato e gettato sul fuoco.
Beato Angelico, Il giudizio universale
Dunque Luca ci rimprovera per la nostra fiacchezza, per il nostro disinteresse, per la poca determinazione. È bene però non restare nel vago, vediamo dunque, attingendo dall'insieme dell'opera lucana - Vangelo e Atti - in che cosa debba consistere concretamente il nostro impegno. Cerchiamo quindi di stendere un brevissimo elenco essenziale dei grandi impegni che dovrebbero, secondo Luca, essere fatti propri da ogni discepolo di Gesù, ossia dalla Chiesa collettivamente e da ciascuno di noi in particolare.


Gli impegni a cui siamo chiamati

Il discepolo di Gesù ha da compiere una missione molto urgente e molto importante: diffondere il Vangelo nel mondo (da questa missione fondamentale deriva il termine missionario). Certo vi sono molte cose belle e importanti che è bene diffondere: la cultura, l'arte, la tolleranza, e così via, ma il grande impegno cristiano è innanzitutto diffondere il Vangelo nel mondo. Per Luca non basta che alcune persone specializzate, chiamate appunto missionari, vadano alcune qua ed alcune là, sparse per il mondo, a diffondere il Vangelo. Per Luca tutta la Chiesa, ciascun fedele incluso, è e deve essere missionaria. Per questo impegno ciascuno di noi dovrebbe profondere fantasia, decisione, intelligenza, dovrebbe provare ogni mezzo, non lasciar nulla di intentato.

L'impegno alla missionarietà è però solo uno degli aspetti del compito essenziale di ogni cristiano, costruire il Regno (ricordiamo la parabola della torre) iniziando da noi stessi: per annunciare la Parola, dobbiamo in primo luogo viverla intensamente, e per viverla dobbiamo ascoltarla. Alessandra Cimatoribus, Marta e MariaLuca sembra dirci che la Chiesa è pronta a parlare del Vangelo, ma poco decisa ad ascoltarlo, mentre dovrebbe porsi costantemente in ascolto, organizzarsi comunitariamente per sentire la parola.
La Chiesa deve essere profetica, ed un profeta, prima di parlare, deve ascoltare Dio. Il silenzio dell'ascolto della Parola è più difficile della predicazione, e per questo motivo Luca in tutto il Vangelo non perde occasione di richiamarci decisamente a questo impegno.

Per costruire il Regno iniziando da noi stessi dobbiamo poi fare un'altra cosa estremamente importante: pregare. Però la nostra preghiera non deve essere solo un atto, una manifestazione di religiosità, ma la prosecuzione della preghiera personale di Gesù che dialoga col Padre, che lotta per il Regno, come abbiamo meditato riflettendo sulla parabola dell'amico importuno e della vedova e il giudice.
Fedeli riuniti in preghieraVi è la preghiera comunitaria, che deve essere frutto della collaborazione di tutti, liturgia viva, reinventata e ricreata, alla quale ciascuno deve dare il suo apporto. Se la Chiesa non celebra in modo vivo il mistero di Cristo, se non lo vive dentro, non riuscirà a comunicarlo missionariamente per costruire il Regno.

In Luca infatti il Regno non è qualcosa che un giorno verrà, ma un'esperienza che si sta già vivendo adesso. Una Chiesa di persone tristi, scontente, deluse, non sta facendo l'esperienza del Regno. Che non deve essere qualcosa di limitato all'ambito personale, individualistico, ma vissuto comunitariamente: fare esperienza insieme della gioia del Regno.

Il Vangelo di Luca è stato anche definito della gioia, non perché questo tema sia una sua prerogativa esclusiva, ma per l'insistenza con cui lo sottolinea, per riportare la sua Chiesa in un clima di fiducia e di gioia. «Il Regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21), e vivere già nel Regno, sia pure attendendone la futura completa attuazione, significa vivere nella gioia, perché le promesse di Dio sono già in corso di realizzazione.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all'Arsenale della Pace

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In cammino con Luca