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In cammino con Luca (13/18)

Essere pietre vive della Chiesa [2] di p. Mauro Laconi - Siamo chiamati a costruire la Chiesa. Siamo chiamati a combattere quotidianamente contro un forte esercito di stimoli, di istinti, di richiami che ci bombardano a mitraglia, ininterrottamente.


Il buon Samaritano, Precious Moments Inspirational Park and Chapel, Carthage, Jasper County, MissouriAbbiamo visto come incontrare Dio non voglia dire biascicare quattro preghiere in Chiesa, ma essere totalmente disponibili con i fratelli (il buon samaritano). Ci è stato detto che la preghiera deve essere forte, costante, impegnativa, come una perenne battaglia (il giudice e la vedova, l'amico importuno) e che Dio deve essere messo al primo posto, poiché è l'unica cosa che conti (il ricco stolto). Ci è stato ricordato che dobbiamo dare frutti copiosi (il fico sterile). Infine siamo stati ammoniti che non vi è vincolo di studio, di lavoro o di famiglia che possa essere anteposto al grande impegno che il Vangelo ci chiede. Non debbo essere impedito da alcuna remora, da alcun legame, da alcuna catena, ma debbo essere libero - anche da me stesso -, per dedicarmi interamente a ciò che Gesù mi chiede. Cosa sia poi in concreto per me ciò che mi viene chiesto deve essere definito grazie ad un sincero dialogo personale con Gesù, possibilmente assistito da una direzione spirituale.


Colloquio tra un sacerdote e una ragazza Costruire

Il Vangelo mi dà comunque una indicazione chiara per essere pietre vive della Chiesa, non limitata alle due parabole oggetto della precedente riflessione (Lc 14,28-32), ma estesa anche ad altri testi, non solo lucani: sono chiamato a costruire, a combattere. Il concetto di costruire costituisce il finale del discorso delle beatitudini sia in Luca sia in Matteo. Anche Paolo d'altronde ci ricorda che dobbiamo edificare il corpo di Cristo, ossia la Chiesa. Costruire la Chiesa come realtà viva, autentica, come corpo di Cristo, significa per me un impegno concreto in un qualche aspetto pratico, ad esempio nella liturgia. Luca, soprattutto negli Atti degli Apostoli, ci dà l'impressione di vedere la liturgia come qualcosa di vissuto attivamente, di costruito da tutti. Anche Paolo parla della liturgia come di qualcosa che scaturisce dall'apporto di tutti. Ad esempio leggiamo in 1Cor 14,26: "Quando vi radunate, uno ha un salmo, un altro ha un insegnamento; uno ha una rivelazione, uno ha il dono delle lingue, un altro ha quello di interpretarle: tutto avvenga per l'edificazione". Se tutti portano il loro contributo, allora un incontro liturgico diventa veramente qualcosa di vivo, perché ognuno partecipa alla sua costruzione. Questo è solo un esempio, per ricordare che tutti insieme - ossia con l'apporto personale di ognuno di noi - e ogni giorno dobbiamo partecipare alla costruzione della comunità cristiana.

Quando Cristo parla a Francesco, gli ordina di costruire, di riparare la sua casa che va in rovina. Dapprima Francesco interpreta questo comando in senso letterale, e ricostruisce la Porziuncola, ma è la Chiesa che va costruita e ricostruita, di continuo. Se un edificio non riceve una manutenzione regolare e continua, con riparazioni e anche parziali rifacimenti, si sgretola e va in rovina.

Dobbiamo ricostruire la fede dei fratelli e non limitarci a dire che tanti hanno perso la fede. Cosa ho fatto io per costruire o ricostruire la fede negli altri? Facendo parte di un solo organismo vivente, la Chiesa, si è responsabili vicendevolmente gli uni degli altri. Evidentemente per edificare la vita del fratello occorre anche costruire se stessi, costruirsi in Cristo.

Uomo in preghieraCostruire se stessi è una attività che deve essere estesa ad ogni aspetto di noi, della nostra esistenza: emozioni, sentimenti, carattere, conoscenze. Occorre impegnarsi, lavorare a fondo con molto coraggio e perseveranza, perché Gesù mi chiede espressamente che io porti a compimento, che io edifichi la torre senza tralasciare neppure l'ultimo pezzo della sua merlatura.


Combattere

Mi si chiede poi di combattere, tema ricorrente nel Nuovo Testamento. Abbiamo già visto, riflettendo sulla parabola della vedova e del giudice e su quella dell'amico importuno, che per Luca e Paolo persino la preghiera è combattimento. È pure nello stesso tempo un'arma, perché serve a ritemprarci le forze, a renderci capaci di affrontare qualsiasi difficoltà, senza più timori.

Quando Luca parla dell'impegno missionario, che deve essere proprio ad ogni cristiano, probabilmente ha in mente una specie di combattimento per Cristo, con le armi della Parola. L'Apocalisse infatti ci presenta Gesù con una spada che gli esce dalla bocca, cioè con la sua parola, con la quale combatte il mondo e vince. Occorre combattere il mondo non per demolirlo, ma per amore degli uomini che sono nel mondo, per salvarli. Bisogna costruire la Chiesa, costruire se stessi, combattendo. Siamo sottoposti ad un cumulo enorme di sollecitazioni che sfaldano le nostre convinzioni di tipo etico, la nostra voglia di fare, il nostro slancio iniziale. Possiamo dopo un certo tempo ritrovarci ancora all'interno della Chiesa, ma con la fede talmente attenuata da poterci chiedere se siamo ancora cristiani o non lo siamo più, perché abbiamo cessato di combattere.

Essere cristiani significa affrontare difficoltà, prove, nemici, perché vi è sempre qualcosa o qualcuno che cerca di impedirmi di essere veramente in cammino dietro a Gesù.


Essere coscienti

Cristo chiamandoci vuole che noi siamo pienamente coscienti che il mettersi in cammino dietro di lui non significa fare un viaggio di piacere, ma affrontare qualcosa di grande. Gesù vuole che ne siamo coscienti non per spaventarci, ma per stimolarci ad arrivare sino in fondo, ben sapendo che tralasciare il lavoro a metà è peggio del non averlo neppure iniziato. Un cristiano che vive malamente il Vangelo fa più danno alla Chiesa dei pagani. E il nostro combattimento è in primo luogo con Satana che, ci dice Luca, «quando esce dall'uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: "Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito." Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-27).
Ciò significa che se un cristiano, pur continuando magari a considerarsi tale, ritorna preda di Satana, si ritrova in una condizione peggiore di quando era pagano. Berardino Del Bene, Ipocrisia religiosaE quanto male fanno alla Chiesa i cattivi cristiani, anche se continuano ad andare in chiesa regolarmente!

Questi insegnamenti sono sferzanti come colpi di frusta: se uno non odia padre e madre, se uno non lascia tutto, se non odia perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù ci dice espressamente che ci chiede molto: costruire non per edificare una piccola capanna ma una torre solida e imponente, la Chiesa, e combattere non qualche scaramuccia, ma una battaglia difficile e decisiva.

Certo ci sentiremmo smarriti di fronte a questo invito, se misurassimo le nostre sole forze. Come Mosè e tanti altri personaggi biblici, se guardiamo a noi stessi ci scopriamo del tutto inadeguati alla chiamata. Ma non dimentichiamo che siamo anche l'albero che Gesù diserba, zappa, concima, irriga, che siamo i tralci uniti alla vite dove scorre la sua linfa, che è lui che ci dà la forza e vuole agire attraverso di noi. Ci chiede un impegno totale, ma se qualche volta ci smarriremo per via, proveremo la gioia della sua misericordia, come ci dirà il successivo capitolo di Luca, dedicato appunto alle tre parabole della misericordia.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all'Arsenale della Pace

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In cammino con Luca