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In cammino con Luca (10/18)

Chi ama porta frutti copiosi [1] di p. Mauro Laconi - Il tema della conversione introdotto da Luca al capitolo 13 dagli episodi della disgrazia relativa alla torre di Siloe e dei galilei fatti uccidere da Pilato, viene sviluppato attraverso la parabola del fico sterile.


Siamo ormai a metà della strada che ci siamo ripromessi di percorrere assieme a Luca, scrittore garbato, che però sa parlare con molta franchezza creando, da bravo pittore, dei quadri pieni di luci ed ombre, di chiaroscuri.
Ci siamo anche abituati ad iniziare le nostre riflessioni prendendo in considerazione il contesto in cui è situata ogni parabola: un fatto di cronaca, un incontro di Gesù, un episodio ai quali segue un breve insegnamento, illustrato poi in una parabola.
Alexey Pismenny, La parabola del fico sterileLa parabola del fico sterile, al capitolo 13, parte da un dialogo di Gesù con alcuni - non dice a quale categoria appartenessero - circa due fatti di cronaca, due avvenimenti in cui vi erano stati numerosi morti.


Gli episodi

Il primo episodio riguarda l'eccidio di un gruppo di Galilei nel Tempio, ad opera di Pilato. Erode aveva fatto costruire, in onore del suo grande amico romano Antonio, la torre Antonia, che si alzava sul Tempio. Da quella torre i Romani potevano vigilare che non scoppiassero disordini, tumulti, perché la loro dominazione era mal tollerata.
Ed erano proprio i Galilei, che venivano dal Nord, i più accesi nel provocare focolai di rivolta: anche nel 70, quando ci sarà la grande reazione contro Roma, i più decisi saranno i Galilei.
Ma ritorniamo al tempo di Gesù: un gruppo di Galilei ha tentato una piccola sommossa e Pilato, con molta decisione e durezza, manda dei soldati nel Tempio, che, con la loro daga, trucidano i rivoltosi, mescolando il sangue degli uomini con il sangue delle vittime da loro offerte in sacrificio.

Il secondo episodio riguarda invece diciotto abitanti di Gerusalemme, rimasti uccisi dal crollo della torre di Siloe, vicino all'omonimo bacino idrico, serbatoio d'acqua per la città di Gerusalemme, nominato nel vangelo di Giovanni.
A Gerusalemme infatti non vi erano sorgenti di acqua sorgiva, ed allora il re Ezechia, verso l'anno 700 a.C., aveva fatto incanalare le acque di una fonte che sgorgava ai piedi del monte e le aveva convogliate in città, attraverso un tunnel scavato nella roccia viva, in un bacino cui si accedeva con una scala elicoidale. Data l'importanza che rivestiva per la città il rifornimento idrico assicurato da questo impianto, si pensa che, nelle adiacenti mura di difesa, fosse stata costruita una torre fortificata, la torre di Siloe, per meglio proteggerlo in caso di necessità.
Forse durante dei lavori di manutenzione, che dovevano essere piuttosto frequenti, vi era stato un crollo, e la torre era rovinata sopra diciotto persone, uccidendole.

Perché sono andati a riferire a Gesù l'episodio relativo ai Galilei? Perché - pensate al vangelo di Giovanni, episodio del cieco nato (Gv 9,2) - era diffusa la credenza che malattie o disgrazie fossero dovute a peccati commessi. Era la teoria della retribuzione che si pensava avesse già luogo qui, su questa terra: Dio premia i buoni e punisce i malvagi già durante la loro esistenza terrena.
Sembra quindi che qualcuno voglia stuzzicare Gesù: guarda un po' quei tuoi conterranei cosa hanno combinato ed ora, a causa di quei disgraziati, di quei peccatori, rischiamo di andarci di mezzo tutti.

Apparentemente Gesù si lascia prendere nella polemica, e risponde citando una disgrazia accaduta questa volta a dei Giudei, a degli abitanti di Gerusalemme. L'atteggiamento di quelle persone verso Gesù ricorda un po' cosa capita a noi italiani quando andiamo all'estero: c'è sempre qualcuno che si premura di citarci la mafia e, se noi conosciamo qualche lato debole della nazione cui appartiene il nostro interlocutore, possiamo buttarlo lì, per riequilibrare le cose. In realtà le cose non stanno così.

Partendo da questi fatti di cronaca Gesù non vuole polemizzare, ma farci percorrere un cammino, forse non del tutto lineare, forse un po' tortuoso, per indurci a riflettere su noi stessi e su cosa Dio attende da noi.


L'insegnamento di Gesù

Magari, se Gesù avesse solo difeso quei Galilei uccisi da Pilato, la sua sarebbe sembrata una difesa interessata, essendo stato coinvolto in una polemica. James Tissot, La torre di SiloeEgli quindi accenna ad un fatto accaduto a Gerusalemme, ma per concludere che né i Galilei né i Giudei morti, erano più peccatori degli altri, dei suoi stessi interlocutori. Se questi avevano citato quel fatto di cronaca in modo un po' polemico, certo erano gente che si sentiva a posto: guarda un po' a quelli lì, che sicuramente non osservavano la legge come noi, cosa è capitato. Noi invece... La prima cosa da fare è quindi, per Gesù, togliere a chi gli parla l'illusione di essere a posto, di poter distinguere tra peccatori (gli altri) e giusti (loro stessi): “Peccatori lo siete tutti”.

È necessario sentirsi sempre in una situazione di difetto nei confronti di Dio. Se ci si presenta a Dio sentendosi giusti, si proclama l'inutilità dell'Incarnazione, della Redenzione, perché si dichiara implicitamente che l'uomo può salvarsi da solo.
Se invece abbiamo il coraggio della sincerità e confrontiamo la nostra vita con il progetto di Dio, con l'amore che Cristo ci ha dimostrato con la sua Passione e morte, con ciò che Dio ha fatto per noi, allora non possiamo che concludere: la mia risposta all'amore di Dio è troppo poca, il mio contributo alla realizzazione del progetto di Dio è troppo misero.

Gesù chiama quindi alla conversione i suoi interlocutori, che probabilmente si sentivano giusti, e tutti noi, e ci vuol far riflettere, con la parabola del fico sterile (Lc 13,6-9), su cosa Dio si attenda da noi, e sulla nostra risposta al progetto di Dio.


La parabola

Si tratta di un racconto molto breve, ma molto bello, preso dal mondo agreste, dall'amore del contadino per le piante che coltiva, basato sul contrasto tra l'atteggiamento del padrone dei campi e quello di chi vi lavora.
Il padrone viene a cercare frutti, non li trova, e dice al contadino di tagliare l'albero: sfrutta la terra inutilmente, al suo posto si può mettere qualcos'altro che renda.
In verità il padrone è già stato paziente: è il terzo anno che non trova frutti sul fico, ma al contadino spiace egualmente tagliare quella pianta sterile, e intercede: lasciamola ancora un anno, la diserberò, le zapperò intorno, la concimerò e, se non risponde a tutte queste mie cure, vuol proprio dire che si tratta di un caso senza speranza, e potremo tagliarla senza rimpianti.

Phillip Medhurst, La parabola del fico sterileL'atteggiamento del contadino è tanto più rimarchevole in quanto si tratta di un albero di fico, per la cui coltivazione generalmente non si fa nulla: non richiede scerbature né zappature, e fruttifica crescendo su un muretto a secco, tra i sassi, in qualsiasi condizione. Non si tratta di una pianta come la vite, che richiede mille cure, o altri alberi da frutto per i quali, senza una potatura, i frutti saranno piccoli e brutti. Il fico produce spontaneamente: per quella pianta il non fruttificare è un vero controsenso.

In questa parabola vi è quindi la pazienza del padrone del campo, Dio, l'intercessione del contadino, Gesù, ma alla fine se l'albero, ovviamente ciascuno di noi, non avrà dato frutto malgrado le cure addirittura sproporzionate a lui riservate, non vi potrà essere alcuna scusante, e la fine sarà terribile.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all’Arsenale della Pace

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In cammino con Luca