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In cammino con Luca (7/18)

Lottare con Dio nella preghiera [2] di p. Mauro Laconi - La preghiera deve essere forte, non solo come intensità, ma anche come continuità, deve essere un bussare energico e persistente: questo si aspetta da noi il Signore.


Il silenzio di Dio

Riprendendo il racconto delle parabole, notiamo che la situazione iniziale è di qualcuno che chiede, e si vede opporre un rifiuto. Anche a noi molte volte pare che Dio non ci ascolti, noi chiediamo qualcosa e quel qualcosa non arriva. Allora ci viene naturale chiedere a Dio perché, come dimostrano molti esempi nei Salmi. Signore perché non ci rispondi? Perché non ci mostri il tuo volto? Signore, dove sei? Lorenzo Basile, Il silenzio di DioÈ l'esperienza del silenzio di Dio. Capita spesso di sentir qualcuno dire: “Dio non c'è, perché se ci fosse questo non capiterebbe”. È un'amara esperienza di millenni, ma oggi il problema è particolarmente sentito. E di fronte al silenzio di Dio non ci si limita alle accorate espressioni del salmista, ma si giunge talvolta al rifiuto di Dio.

In altre epoche il rifiuto di Dio è stato dettato da un atteggiamento di rivolta: Dio mi limita e io non voglio essere limitato, voglio disporre di me, della mia vita, come mi pare. Oggi il rifiuto di Dio è spesso motivato dall'angoscia che opprime il mondo, che lo stringe, l'attanaglia. La storia umana è una storia fatta male, se Dio ci fosse le cose non andrebbero così. Perché capitano queste cose? È una domanda che fa stupire, in una religione basata sulla Croce. Gesù ai suoi discepoli non ha promesso il successo, ma ha chiesto loro di prendere anche essi la Croce. E nel discorso escatologico, Gesù non promette un nuovo paradiso terrestre, ma al contrario dice chiaramente che le guerre, gli scontri tra uomini, le calamità naturali ci saranno sempre. Eppure oggi molti hanno l'impressione che la storia umana sia sbagliata, ci sfugga di mano, e si chiedono: “Dio che cosa fa?”. Questo contestare Dio, rifacendosi alla preghiera di Giobbe, è praticato anche da anime profondamente religiose, che intendono la preghiera appunto un contestare Dio, un chiedergli: “Ma cosa fai?” finché egli non starà a sentire.


La nostra disponibilità

Rifacendoci invece alla preghiera di Gesù realizzatrice, attiva, anche noi dovremmo pregare per fare e dare la nostra disponibilità.
La parabola dell'amico che giunge di notte precede l'insegnamento del Padre nostro (Lc 11,2-4): dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano. A noi, non solo a me. Ci scandalizziamo se molti muoiono di fame, chiediamo a Dio il pane, eppure Dio potrebbe dirci: Bambini in missione che ricevono il pastoma il pane c'è già, il pane c'è, occorre solo distribuirlo. Il pane per i fratelli ce l'hai tu, ce l'hanno tanti altri, e non dovete tenerlo egoisticamente per voi, ma condividerlo.
Anche a Madre Teresa di Calcutta, all'inizio della sua vita religiosa, veniva naturale la preghiera di contestazione. Era già in India, giovane religiosa, e vedeva l'inutilità del suo lavoro, goccia d'acqua in un deserto. Le veniva dunque naturale, di fronte alla gente che moriva di fame in situazioni di angoscia disumana, di fronte a condizioni di vita paurose, di chiedere a Dio: dove sei? Una sera andò a dormire con questa ossessione, e si addormentò stanca. A un certo punto si svegliò, e ancora chiese: Signore, non fai niente? E si sentì rispondere: “Ma io ho fatto te, e tu puoi fare qualcosa. Questo ho fatto, ho messo te al mondo”. Da allora Madre Teresa fece qualcosa di importante e, pur senza cambiare il mondo intero, ne ha però certo cambiato una parte. Ed anche a noi, quando chiediamo a Dio dove è, casa fa, dovremmo sentire la stessa risposta: “Ma io ho fatto te!”. Se un'unica Madre Teresa ha fatto ciò che ha fatto, quale sarebbe il risultato di dieci, cento, mille, un milione di Madre Teresa!

Se volessimo, potremmo veramente cambiare il mondo, invece spesso lo rendiamo peggiore, con il nostro egoismo. Non è necessario realizzare grandi cose, si può cominciare dalle piccole, piccolissime cose, anche in famiglia. L'angoscia non dovrebbe spingere al rifiuto di Dio, ma all'apertura verso i fratelli.


Chiedere cose grandi

Continuando la lettura delle due parabole notiamo che il rifiuto iniziale dà poi luogo, grazie alle insistenze degli interessati, alla soddisfazione delle richieste. L'amico importuno e la vedova hanno perseverato nella loro domanda sino a che le hanno ottenute. La parabola dell'amico si colloca dopo che Gesù ha insegnato il Padre nostro, che è una preghiera di domanda: sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, perdona i nostri peccati. Quante domande! E come nella sua preghiera Gesù chiedeva al Padre cose grandi, le cose che ci ha insegnato a chiedere sono veramente immense. La nostra preghiera deve essere continuazione di quella di Gesù, dobbiamo avere i desideri del cuore di Gesù, dettati dal suo amore (cfr Sal 33,11).

Il mio animo deve essere grande come quello di Gesù e chiedere ciò che egli chiedeva, perché c'è qualcosa di importante e di urgente da realizzare, qualcosa che è urgente eppure non sbuca mai, non si vede mai, anche se si deve realizzare: il Regno.
Venga il tuo Regno. Questo era il problema di Gesù, che deve diventare il nostro, il mio, e debbo chiedere la sua realizzazione continuamente, senza stancarmi mai, con il cuore e non solo con le labbra.

Per ottenere queste cose grandi Persone assorte in preghierala mia preghiera deve essere forte per avere effetti forti. Luca insiste: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Se chiediamo cose grandi, la nostra preghiera deve essere grande. Purtroppo molto spesso la nostra preghiera è tanto piccina, e noi pretendiamo di ottenere con una invocazione tiepida, modesta, meschina, delle cose grandi.
Gesù, incominciando la parabola della vedova, dice: “Pregate sempre, senza stancarvi mai”. La preghiera deve essere forte, non solo come intensità, ma anche come continuità, deve essere un bussare energico e persistente: questo si aspetta da noi il Signore.


La preghiera come lotta

Spesso ci si immagina che la preghiera sia come un gettone per un apparecchio di distribuzione automatica: si infila il gettone, si schiaccia il pulsante, ed esce l'oggetto desiderato. La preghiera è un'altra cosa. Dio deve vedere in noi un desiderio intenso che si traduca in una preghiera forte e perseverante. La conclusione delle due parabole è proprio questa: la preghiera veramente forte, si tratti di quella dell'amico importuno o della vedova, vince ogni resistenza. Dato che chi prega siamo noi e chi resiste è Dio, ciò significa che dobbiamo giungere a prevalere su Dio, obbligarlo a risponderci positivamente.

La mia preghiera deve essere talmente forte da piegare Dio, la natura della mia preghiera deve rendermi più forte di Dio. L'idea è un po' paradossale, ma è quella di Luca e trova certamente risonanza nei salmi: “Svegliati! Perché dormi, Signore?” (Sal 44,24). Fino a quando dovremo aspettare? Luca, di cultura ellenistica, è rimasto affascinato dall'idea della preghiera come lotta con Dio che ha trovato nell'Antico Testamento. Ma anche nel Nuovo Testamento si ritrova: “Perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l'amore dello Spirito, vi raccomando: lottate con me nelle preghiere che rivolgete a Dio,...” (Rm 15,30). Paolo esorta i Romani a lottare con Dio, così da giungere a piegarlo. Ma ci sono anche altri esempi, come nella lettera ai Colossesi: “Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio” (Col 4,12).

D'altra parte il popolo di Israele doveva avere ben presente questo concetto di lotta con Dio, perché è all'origine del suo stesso nome, della sua storia. Gen 32,23-33 ci presenta Giacobbe che combatte tutta la notte con un essere sconosciuto, e questi al mattino gli dice: Marc Chagall, Israele“Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto”. I padri della Chiesa hanno visto in questa lotta con l'angelo rappresentante di Dio, l'immagine della preghiera come combattimento, che prevale per la sua insistenza.


Conclusione

Il nostro Dio non è un Dio debole, ma forte, e si aspetta da noi una preghiera forte, un desiderio intenso, la domanda di qualcosa di grande.
Il mondo così com'è non piace a nessuno, e chi ama le creature si rende conto che deve essere cambiato radicalmente: bisogna realizzare il Regno di Dio. Perché questo avvenga occorre l'intervento attivo di Dio, e questo intervento dipende dalla mia preghiera.

Dobbiamo realizzare una storia completamente nuova grazie all'azione efficace di Dio, e ci vuole una preghiera veramente forte e costante per questo. Quante volte diciamo “venga il tuo Regno” senza nemmeno renderci conto di che cosa chiediamo, senza aspettarci di ottenerlo! Se amo le creature di questo mondo, i ragazzi, i bambini, io il mondo lo debbo cambiare, e posso farlo soltanto se Dio interviene, di fronte ad una preghiera irruente che scrolla le Sue resistenze.

Mani giunte in preghiera su una pagina della BibbiaSi ritorna così al tema dell'amore per il prossimo, al tema della sofferenza, trattato nelle parabole del buon samaritano e del povero Lazzaro, alle quali, come abbiamo visto, sono abbinate le parabole della preghiera all'inizio e alla fine del percorso in cui Luca ci vuol guidare.

Devi amare tutti se vuoi essere discepolo di Cristo, che è venuto per tutti,. Ma se ami veramente gli altri, arrivi come lui a desiderare una cosa immensa, per la cui realizzazione occorre una preghiera forte, intensa e continua, come quella di Gesù.
La mia preghiera deve essere grande come Dio, deve arrivare al suo livello, deve prevalere su di lui.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all’Arsenale della Pace

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