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IN CAMMINO CON LUCA (5/18)

Icona del buon samaritanoINCONTRARE DIO SIGNIFICA AMARE [2]
di p. Mauro Laconi Le parabole del buon samaritano e del ricco epulone che non si accorge di Lazzaro ci dicono entrambe che l’amore scaturisce dall’incontro con Dio.



ADORAZIONE, AMORE, SOLIDARIETÀ

Non si adora entrando in chiesa e recitando qualche preghiera, ma entrando nello Spirito Santo e lasciandosi trascinare dalla sua forza, in modo che tutta la nostra vita sia abbandono nelle mani di Dio. Giovanni, nel quarto capitolo del suo vangelo, ci trasmette le parole di Gesù alla samaritana: sono veri adoratori del Padre quelli che lo fanno in Spirito, e il Padre cerca questo tipo di adoratori. Se il sacerdote e il levita, come abbiamo visto nella precedente riflessione, fossero stati degli adoratori, avessero realmente incontrato Dio, passando davanti a tanto dolore, ad uno che muore per strada, avrebbero vinto la paura: forse non si sarebbero fermati a fasciarlo come il samaritano, a versare sulle ferite olio e vino, Uomo che chiede l'elemosina tra l'indifferenza dei passantima almeno lo avrebbero frettolosamente caricato sulla loro cavalcatura, e poi sarebbero corsi via veloci.

Luca parlava ai cristiani del suo tempo, e parla a noi. Ci chiede di riflettere sul nostro comportamento verso gli altri, ci chiede se alla domenica, in chiesa, noi incontriamo Dio oppure no, se lo adoriamo veramente nello Spirito. Forse anche noi, come il sacerdote e il levita, andiamo ad incontrare Dio solo con il nostro corpo, ma non sentiamo la sua parola, non sentiamo il suo amore che dovrebbe colmarci di gioia e spingerci fortemente ad alleviare quel dolore che Dio non accetta, perché causato da un uomo ad un altro uomo. Adorazione, amore, solidarietà, non possono essere disgiunti. Per contro il samaritano, che nel tempio di Gerusalemme non vi era mai stato, è un vero adoratore, perché ha sentito il bisogno di compiere quel grande gesto di bontà: in lui Dio, l’azione dello Spirito, si è fatta sentire misteriosamente, potentemente.
Negli Atti degli Apostoli Luca ci presenta il primo pagano che si converte, il centurione Cornelio (At 10), molto attento alle sofferenze degli altri: le sue preghiere e le sue elemosine erano già salite, gradite, innanzi a Dio, ben prima della sua conversione.

Di persone che adorano Dio in Spirito, con preghiere sincere e sensibilità fattiva verso gli altri, ve ne sono molte nel mondo, un po’ dappertutto. Anche chi non conosce il tempio può sentire, accogliere nel cuore quel qualche cosa di divino che consiste nell’attenuare la sofferenza, il dolore degli altri.
In Rabindranath Tagore, scrittore indiano a cavallo tra il 1800 e il 1900, vi è una poesia che parla di un predicatore dell’amore di Dio che percorre le strade dell’India, senza recarsi nel tempio. Il re allora gli manda dei messaggeri che lo invitano a predicare in quel grande e stupendo tempio, costruito con molte cupole d’oro. Il profeta risponde al re che certo il suo tempio è bello, ma non vi è Dio, perché è stato costruito con grande dispendio e sforzo mentre la gente moriva di fame per la carestia. Analogamente Luca ci dice: se non senti il bisogno di andare incontro agli altri, di attenuare un poco quella grande sofferenza che c’è nel mondo, ebbene, tu Dio non lo hai incontrato; sei forse stato in chiesa con il tuo corpo, ma non hai incontrato Dio.

Gesù come esempio di amore verso gli altri, come modello da imitare, non ha indicato un ebreo, ma un samaritano, e come esempio negativo di mancanza d’amore non ha portato un pagano, ma addirittura un sacerdote del tempio. Attenzione, la polemica non è contro Israele, ma contro la Chiesa, contro quei cristiani che si recano in chiesa per incontrare l’amore e rimangono poi insensibili alla povertà, alla sofferenza. Ciò significa ingannare se stessi, perché solo dove vi è amore si rivela la presenza di Dio.
Ed ecco la conclusione di Gesù: “va’ e anche tu fa lo stesso”. Gesù non ci dice soltanto di fare il bene, ma di imitare il bene, ovunque esso sia. Occorre fare il bene sapendo che altri lo fanno, sapendo che dobbiamo cercarlo, conoscerlo per imitarlo.

Mancino, L'elemosinaEcco il vero tratto che caratterizza la chiesa: tutti riuniti per fare del bene, perché partecipi dell’amore di Dio. È infatti l’amore stesso di Dio che si manifesta in noi che ci rende capaci di essere sensibili verso gli altri, è la bontà di Dio che è con noi, che ci fa sentire la voce di chi ha bisogno di aiuto.


IL RICCO EPULONE

Chi adora Dio vede chi soffre, il ricco no, non nota nulla. Entrambe le parabole, il buon samaritano e il ricco epulone dicono le stesse cose, con protagonisti molto diversi. Avevamo già premesso che le parabole di Luca sono pietre miliari di un circuito ad anello, dove l’inizio e la fine si incontrano e che la parabola del buon samaritano è strettamente connessa a quella del ricco epulone.
La parabola raccontata in Lc 16,19-31 è enigmatica. Ci parla di un uomo che vive comodamente, e che alla fine della sua vita precipita all’inferno. Ma cosa ha fatto di male? Ci parla poi di un povero disperato che mendicava, coperto di piaghe, e che morendo va in paradiso. Ma cosa ha fatto di bene? Questo ricco non ha fatto nulla di male, però non si è mai accorto che davanti alla sua porta vi era qualcuno che stava morendo di fame: questo è il peccato.

Illustrazione della parabola del ricco EpuloneAffacciati alla tua finestra, non sei mica solo in questo mondo, affacciati e vedi se tutti sono vestiti come te, se mangiano come te, se stanno bene come stai tu. C’è chi soffre, c’è chi sta morendo, e tu non fai nulla. Ecco lo sbaglio del ricco: non si è accorto di nulla. Ecco il peccato mortale. Se dimentico che esistono gli altri, se non sento il richiamo di chi soffre, ebbene, sto distruggendo il Vangelo.

Il ricco finito all’inferno chiede ad Abramo di mandare Lazzaro dai suoi cinque fratelli, perché non si perdano anche loro, ed Abramo risponde: “se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno resuscitasse dai morti saranno persuasi”. Se non sentiamo la voce di Dio, anche uno che resuscitasse dai morti per noi, non ci servirebbe a nulla. Questo “uno” che resuscita dai morti è Gesù Cristo. Se non vedo la sofferenza degli altri, non ne sento il richiamo, allora non mi serve neppure Gesù risorto, la resurrezione di Cristo per me è stata inutile.

La carità vede la sofferenza, sente il grido di dolore al quale non si può non rispondere se si ha incontrato Dio. Don Mazzolari, un sacerdote per alcuni versi discusso, ha detto giustamente che chi ha molta carità vede molti poveri, chi ha poca carità vede pochi poveri, chi non ha carità, di poveri non ne vede. È la carità, ossia il nostro partecipare all’amore di Dio, che ci fa vedere.


CONCLUSIONE

Luca ci ha detto che l’amore scaturisce dall’incontro con Dio, che amare è qualche cosa di divino, e si può al riguardo citare una frase di Sant’Agostino: “Vides caritatem, vides Trinitatem”, se vedi l’amore, vedi la Santissima Trinità, perché il Dio cristiano è un solo Dio in tre persone, e la sua unità è fatta di incontro, di comunione di persone. Nella Trinità le persone si incontrano, si cercano, comunicano, si amano di un amore infinito, vi è un continuo dono reciproco di amore. Dio poi si comunica all’uomo attraverso l’amore: «Dove c’è Dio, la c’è l’amore, dove vi è amore là vi è la santissima Trinità»dove c’è Dio, la c’è l’amore, dove vi è amore là vi è la santissima Trinità.

Questa è una sintesi della parabola di Luca, che prendendo in considerazione la mancanza di amore dei cristiani si chiede a cosa servono tutte le chiese se entrandovi non si sente il bisogno di amare, di fare del bene in un mondo dove c’è tanto dolore. Se in noi manca l’amore, la sensibilità verso le ferite, la fame, la sofferenza, allora in noi Dio non c’è. Incontrare Dio, significa incontrare l’amore, significa andare incontro a qualcuno che sta aspettando proprio me, perché soltanto io lo posso aiutare. Se qualcuno sa amare, come sa amare Dio, il mondo poco a poco si modifica, cambia ogni volta un po’, diventa migliore.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all’Arsenale della Pace

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