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IN CAMMINO CON LUCA (4/18)

Il buon samaritanoINCONTRARE DIO SIGNIFICA AMARE [1]
La parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37) ci immerge nel problema sul perché del male nel modo. Dinanzi al mistero del dolore il vero credente in Dio risponde con il donare amore a chi sta soffrendo.

di p. Mauro Laconi


IL BUON SAMARITANO


C’è un povero disgraziato che ha fatto un brutto incontro: mentre percorre da solo la strada che da Gerusalemme scende a Gerico, ha trovato dei banditi di strada che lo hanno affrontato, derubato e picchiato, in modo così grave da lasciarlo mezzo morto. Anche se è un personaggio che non parla mai, che non viene descritto, quest’uomo è al centro di tutto. La sua presentazione, un fagotto sanguinante al bordo della strada, ferito, contuso, mezzo morto, è il punto di partenza della parabola.

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, particolare de La parabola del ricco stoltoÈ una scena di dolore, e Luca scandaglia in varie direzioni il comportamento dell’uomo di fronte al dolore: vi è chi il dolore lo procura, chi resta indifferente o lo ignora, chi lo vede e l’allevia. Il dolore è la base di partenza, la sua presenza, diretta o indiretta, si ritrova un po’ in tutte le parabole di Luca, anche dove a prima vista potrebbe sfuggirci, dove non è evidente quanto in quella di Lazzaro che descrive la sofferenza in modo persino aggressivo: un povero essere infelice muore di fame e di malattia, gli uomini sono insensibili e i cani gli leccano le piaghe. Nella parabola del figliol prodigo, a pensarci bene, vi è il dolore del padre che ha perso suo figlio; in quella dell’amministratore infedele, il dolore di chi improvvisamente perde il proprio lavoro; in quella del ricco stolto che è tutto contento per il copioso raccolto incombe terribile l’ombra della morte.


IL DOLORE DEL MONDO

In una religione che ha come centro la croce, è inutile cercare di immaginare un mondo, una storia umana in cui non vi sia dolore. Ciò sarebbe pure in contrasto con le beatitudini: beati voi che piangete,… Il dolore del mondo non è quindi contro il progetto di Dio, ma rientra misteriosamente nei suoi piani, anche se la nostra logica umana non riesce a capire la compatibilità della sofferenza del mondo con un Dio che è amore e continuiamo a chiederci: ma se Dio c’è, perché capita questo?
Il dolore ci fa rendere conto che siamo creature ancora faticosamente in gestazione, che ciò che chiamiamo vita è soltanto una preparazione alla vita. La nostra esistenza terrena si può paragonare alla fatica del seme che deve perforare la terra, quando germina, e quanta fatica costa rompere quella crosta, venire fuori. La nostra esistenza è una gestazione dolorosa alla ricerca della vita, è un movimento verso la vita, e il dolore ci aiuta a capirlo.

Hanna Varghese, Gesù piangeGesù si è incarnato e si fa incontro agli uomini sofferenti, non per togliere, ma per partecipare al loro dolore. Il progetto di Dio è di portare l’uomo pian piano attraverso questa dolorosa gestazione, dall’esperienza della sofferenza alla gioia dell’unione alla sua vita personale. Quando diciamo: “Signore, perché hai fatto questo? Perché permetti questo?”, noi, senza rendercene conto, vorremmo che Dio ragionasse con la nostra logica umana, usasse il nostro metro, i nostri pensieri. In questo modo cerchiamo di abbassare Dio al livello dell’uomo, oppure vorremmo capire la logica, i pensieri di Dio, ed allora tentiamo di portare l’uomo sino al livello di Dio. Dobbiamo invece piegarci ed accettare il mistero dei pensieri di Dio, della sapienza di Dio che regge il mondo e guida l’uomo, e lasciarci guidare da Dio per le sue vie, senza pretendere di capire tutto.


CHI PROCURA DOLORE

Se ci scandalizzassimo del dolore innocente, dovremmo scandalizzarci anche della croce, che è sì debolezza e follia (1Cor 1,23-25), ma divina, e quindi potente e sapiente. Il mondo non vuole accettare questo dolore innocente, e contesta Dio. Ma quegli stessi uomini che urlano di rabbia per la sofferenza, che ne hanno paura, proprio quelli spesso ne diventano causa, e questo non rientra nei progetti di Dio, anche se Dio riesce a servirsi pure di questo dolore. La parabola del buon samaritano mi dice anche questo: il dolore causato dall’uomo è violenza fatta contro Dio, è inaccettabile da parte di Dio e deve essere intollerabile anche per me.

È Dio che soffre nella persona che sta soffrendo: avevo fame e non mi avete dato da mangiare, sete e non mi avete dato da bere, ero malato e non mi avete curato,... (Mt 25,42-43). Il dolore che scaturisce dalla violenza provocata dall’uomo, questo sì è un mistero assurdo, incomprensibile, perché non porta a nulla, non crea nulla, distrugge soltanto, crea una spirale di violenza e di sofferenza che non finisce mai. Gesù che si commuove davanti al dolore del mondo, come in questa parabola, protesta implicitamente contro l’uomo che lo crea.


CHI ALLEVIA IL DOLORE

Luca, che ci ha presentato nella parabola chi soffre e chi procura il dolore (i briganti di strada), ci mostra un esempio di chi lo lenisce, il buon samaritano. Lenire il dolore del mondo è riflettere un po’ dell’amore paterno di Dio, è assumere un atteggiamento che è tipicamente di Dio. Quel povero disgraziato in mezzo alla strada, già mezzo morto, sarebbe diventato morto del tutto se il buon samaritano non si fosse commosso e, andandogli incontro, non gli avesse, in qualche modo, ridato la vita.

Ridare la vita è un gesto di Dio, un anticipo della vita eterna, della resurrezione, e andare incontro a chi soffre è in qualche modo ridare la vita, ripetere i miracoli di Gesù.

C’è chi provoca il dolore e chi lo lenisce, perché? La parabola ce lo dice: il movente di chi causa dolore, di chi commette violenza è l’avidità, la volontà del possesso. Certo possedere è una cosa indispensabile, ma ci sono dei limiti anche a questo. La volontà di possedere oltre il giusto limite sfalsa l’uomo, lo rende un essere incapace di capire gli altri, di andare loro incontro, e così si diventa nemici degli altri uomini, perché l’avidità mette gli uni contro gli altri, anche nell’ambito della stessa famiglia.
E qui possiamo ricordare la diffusa e giusta protesta contro il consumismo, questo modo di vedere che identifica la vita con l’avere e non con l’essere e che mi pare la premessa per dividere il mondo in due parti: io che mangio tranquillamente e in abbondanza, e l’altro che muore di fame. L’avidità priva dell’amore, ed è quindi privazione di Dio, che è amore.

G. Abram, Il buon samaritanoPerché invece il buon samaritano si prodiga verso il disgraziato che incontra per via? Perché non è schiavo del possedere, è distaccato dal denaro. Questo è un tema ricorrente ed insistente in Luca, che protesta severamente perché il cristiano del suo tempo è diventato avido, si è inserito pienamente nel ciclo economico, divenendo un homo oeconomicus. Si sono dunque creati dei forti dislivelli, grandi ricchezze accanto a miserie, perché il denaro non può accumularsi da una parte senza ridursi dall’altra.
Luca con questa parabola ci propone un esempio, mostrandoci il samaritano che dona, e poi dona ancora, e si serve di tutte le cose che ha per aiutare quel poveretto: gli mette a disposizione il suo asinello, lo porta alla locanda, dà del denaro ed è pronto a versarne ancora se sarà necessario. Il samaritano probabilmente era un mercante, il contesto quasi ce lo suggerisce, però aveva chiaro il limite in cui occorre restringere il possesso, aveva una certa libertà dai suoi averi, era pronto a donare. Questo lo rende capace di andare incontro al dolore degli altri, di vedere la sofferenza, mentre invece l’avidità, il desiderio del possesso che ha spinto i briganti a fare del male, all’occorrenza spinge anche ad uccidere.


L’INDIFFERENZA

Luca, prima di darci come esempio la compassione, la solidarietà, ci ha mostrato due esempi di indifferenza: un sacerdote e un levita, che scendevano da Gerusalemme verso Gerico. Cosa erano andati a fare a Gerusalemme? I sacerdoti erano divisi in 24 gruppi e, come si vede nell’episodio di Zaccaria sempre nel vangelo di Luca, facevano servizio al tempio per un certo numero di settimane e poi ritornavano a casa. Quindi il sacerdote e il levita venivano dal tempio, ed occorre chiedersi perché Luca abbia voluto legare il tempio a questa parabola che scandaglia il comportamento dell’uomo di fronte alla sofferenza.

Il tempio è il luogo dell’adorazione, momento in cui si incontra Dio, si incontra l’amore. Dall’incontro con Dio, dal tempio, dovrebbe scaturire l’amore, e quindi in quelli che vivono nella casa di Dio, che fanno l’esperienza dell’adorazione, dovrebbe crescere a dismisura la sensibilità nei confronti del dolore.
Proprio perché l’incontro con Dio rende più sensibili alla sofferenza, alle porte dei templi di tutte le religioni - chiese, moschee, sinagoghe, etc. - si affollano e si sono affollati in ogni tempo i malati, gli storpi, i poveri e, negli Atti degli Apostoli, lo stesso Luca ricorda che questo avveniva anche nel tempio di Gerusalemme.

Qui invece la situazione è rovesciata, come spesso accade nelle parabole: il sacerdote e il levita, uscendo dal tempio, da cui dovrebbero portare una speciale sensibilità alla sofferenza, l’amore verso gli altri, restano invece indifferenti passando vicini a quel poveretto. Corrono via veloci, magari per paura, ma la compassione dovrebbe essere più forte della paura, prevalere su di essa.
Luca vuole che noi ci chiediamo se sono dei veri adoratori, dei servi di Dio, se hanno incontrato Dio questo sacerdote e questo levita che non hanno alcuna sensibilità verso il dolore, in cui prevale la paura. Adorare Dio è prendere la propria vita e metterla nelle mani del Signore, perché lui ne faccia ciò che vuole.

a cura della redazione
Fonte: incontri con padre Mauro Laconi o.p. all’Arsenale della Pace

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