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Meditando Paolo (6/7)


Il capitolo 8 della lettera ai Romani ci presenta una grande sintesi di tutta la redenzione: lo Spirito che ci afferra, la trasformazione che ci è richiesta, la speranza missionaria ne sono il contenuto. Prima riflessione su “speranza e missione”.

di Giuseppe Pollano

Palloncini colorati che volano nel cielo
SPERANZA E MISSIONE


Siamo nell’ultimo nucleo tematico di Rom 8: pochi versetti, ma che sono in grado di reinterpretare la vita e, soprattutto, le tragedie della vita per renderci seminatori di speranza e missionari di vita. Raggruppiamo insieme i versetti che esamineremo in queste due ultime riflessioni.


IL DRAMMA DELL’UOMO

Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.(Rom 8,18)
L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta - nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. (Rom 8,19-21)
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. (Rom 8,22-23)
Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. (Rom 8,24-25)


LA CONTRADDIZIONE TRA LA TENSIONE ALLA FELICITÀ E LA PRESENZA DELLA SOFFERENZA

Statua raffigurante una donna sofferentePaolo inizia con il punto dolente della vita stessa: la sofferenza.
Noi non vogliamo soffrire, ed è giustissimo, però soffriamo: perché c’è in noi questa contraddizione? Il cuore e anche l’intelligenza dell’uomo sono presi da questo angoscioso interrogativo che, umanamente parlando, non ha spiegazioni possibili. Ma Dio ha la risposta, e Paolo parte concretamente dall’affermazione che siamo destinati alla gloria, alla felicità.
Ricercare la felicità è la questione centrale dell’esistenza. Ed ecco un’altra contraddizione: ho bisogno di felicità, ma non ne raggiungo la pienezza. Quindi ho bisogno di essere capace di sperare oltre ogni mia speranza già delusa (cfr Rom 4,18).


IL TEMPO PRESENTE DOMINATO DALLA SOFFERENZA, DALL’ANNULLAMENTO, DALLA SCHIAVITÙ

Paolo è molto realistico: la sofferenza c’è, le creature sono state sottoposte alla nullità e sono schiave della corruzione. Cerchiamo di capire bene queste parole.

Sofferenza. Madre Teresa di Calcutta ebbe l’intuizione di andare in India e qui fece l’insegnante in una scuola di suore per dame inglesi. Per circa vent’anni fece questo servizio, e diceva di essere felice; ma Dio non la lasciò felice in questo modo. Dalla sua finestra si vedeva quel che accadeva sui marciapiedi, e ad un certo punto Dio la travolse con la sofferenza degli altri: sentì che non poteva restare in quella bella scuola se, appena fuori, rispetto a quel paradiso, c’èra un inferno umano. E così se ne andò. La prima cosa che le accadde – ecco dove Dio ha travolto questa creatura con la sofferenza degli altri – è che si abbatté sul marciapiedi in una povera donna agonizzante rosicchiata dai topi. Se la prese in braccio, la portò in un ospedale, insistette per starle vicino, la pulì finché la vide morire in un letto. La sofferenza l’aveva conquistata. Teresa si era convinta che il tempo presente, al di là delle nostre illusioni, è soprattutto un tempo di dolore, e da quel momento ha iniziato la sua storia. Ed è ciò che afferma Paolo: le sofferenze del tempo presente.

Caducità. La nullità – come intesa qui - è quando si riduce una persona, che ha tutti i diritti di vivere, al nulla fisico, uccidendola o facendola sparire, o al nulla psichico, distruggendole la psiche e la mente.
Nel 1948 l’ONU ha deciso che bisognava cercare di mettere freno all’annullamento dell’altro, così nacque la parola genocidio e la convenzione relativa. In essa si riconosce come genocidio l’uccisione, la distruzione di tutti i membri di un gruppo, piccolo o grande; ed anche l’attentato in modo grave all’integrità fisica o mentale dei membri di un gruppo; ed ancora l’atteggiamento col quale ti obbligo a poco a poco a vivere in condizioni di vita tali da provocare la tua distruzione mentale o fisica. L’umanità quindi ha sentito il bisogno di opporsi a questo annullamento dell’uomo da parte dell’uomo con delle leggi che poi, nella realtà, non riesce a far rispettare.
Anche noi nel nostro piccolo qualche volta siamo stati un po’ annullati: non avete mai subito una grande umiliazione, non siete mai stati oggetto di una pesante calunnia, di una diffamazione, di una reale e dura ingiustizia? Tutto questo è essere annullati.

Schiavitù della corruzione. La corruzione non è da limitare ai costumi, ma da estendere a quel tipo di corruzione tale per cui tu diventi uno schiavo. Ad esempio se il denaro è il tuo obiettivo, tanto o poco ti schiavizza. La corruzione è questa: tu sei pagabile.


LA REAZIONE: FAR NASCERE LA DIVINA SPERANZA

Paolo, dinanzi a questo quadro del mondo, reagisce secondo la sua fede e il brano diventa ricco di positività. Al tempo presente di sofferenza oppone la gloria futura. Sottolinea l’ardente aspettativa dell’umanità (così è da intendere la parola creazione), alla rivelazione dei figli di Dio, cioè tutti noi protesi verso quella condizione in cui ci renderemo conto di chi siamo, della nostra grandezza, della nostra possibilità di gioia, della nostra beatitudine, figli di un Dio onnipotente e buono. E questo diventa tensione a vivere nella speranza di essere liberati dalla sofferenza, dall’annullamento, dalla schiavitù della corruzione.
Paolo pertanto entra con forza nel tema della speranza, cioè di una vita che si protende nel futuro. Paolo, con espressione molto forte e concreta, ci accompagna in un ragionamento paragonando il tempo presente alle doglie del parto. Dunque un grande e reale dolore per poter far nascere una condizione nuova; non è un dolore che ti porta a morire, è un dolore che ti fa generare una vita, ma fin che non l’abbiamo generata, restiamo in questo patimento profondo.Ron Di Cianni, Solo la Croce

Da questo quadro più generale che riguarda l’umanità tutta, Paolo poi passa a parlare di ognuno di noi, alla nostra attesa di adozione a figli, di redenzione del nostro corpo.
Noi portiamo dentro un gemito, un anelito, un bisogno di Dio: lo esprimiamo pregando, pensando, offrendo le sofferenze, implorando in tutti i modi in cui un cuore riesce a parlare al suo creatore e Padre. Spesso non ci rendiamo conto che anche il dolore della vita è un gemito che vuole arrivare a Dio e alla felicità.
Quando saremo felici? È la domanda che abbiamo il diritto e il dovere di farci. La sponda della beatitudine c’è, ma non è qua, e noi a poco a poco dobbiamo arrivarci. La speranza cristiana mette in campo Dio, non è una speranza che è dentro la vita, come tante altre cose. La speranza cristiana è l’unica speranza degna del nome: è quando spero nel Signore che io vivo, e, rovesciando le parole, mi sento vivo perché spero.
Allora, cristianamente parlando, non è che io vivo e poi spero, io spero e poi vivo, e sperare in Dio dà una forza tutta nuova. Infatti se le cose sono così, se la vita è un tempo presente dominato dalla sofferenza, dall’annullamento dell’altro, dallo svilimento dell’uomo, solo Dio può risolvere la situazione, non c’è uomo che possa venire a rimettere le cose a posto.
Se Dio non si impegna restiamo dei sognatori, perché non è che non siamo capaci di desiderare e sognare un presente di felicità, ma ci fermiamo lì.
È Dio che deve mettere le mani nella storia dell’uomo perché noi possiamo smettere di disperarci e di ribellarci, perché possiamo incominciare ad essere contenti e missionari. E Dio interviene: ha voluto morire, nessuno gli ha tolto la vita, l’ha offerta lui (cfr Gv 10,18) per poi riprendersela. Non è da poco entrare apposta nella propria morte per poter dire a noi, i suoi fratelli tanto amati da lui, che si passa anche attraverso la morte: lui ci è passato ed è di nuovo vivo per noi. Egli realizza il nostro sogno nella resurrezione: noi siamo stati salvati nella speranza, dice Paolo, noi l’attendiamo con perseveranza.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore