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I tre doni di Dio (2/2)


Il progetto di Dio per l’umanità passa attraverso tre doni: il Padre che ci chiama ad essere attraverso la creazione, il Figlio che ci salva e redime (temi dello scorso articolo) e lo Spirito che ci ispira, ci spinge, ci guida.

di Giuseppe Pollano

 

Antonio Vincenti, PentecosteLa Pentecoste è il terzo e ultimo dono di Dio. Non c’è più altro dono dopo la Pentecoste: è il dono dello Spirito che attraverso Cristo viene e ci dà l’intima vita di Dio, il che significa che non c’è nient’altro che amore. È amore puro, non c’è nessuna mescolanza con altro. È chiaro che quando una goccia d’amore entra in una vita, qualcosa cambia. È chiaro che noi, battezzati e cresimati, siamo presi dentro la forza di una carità che ci supera e che è capace di renderci ‘uno’. È per questo che esiste anche la cresima. Con il battesimo si accetta di essere con Cristo, di morire alle opere della carne e vivere secondo lo Spirito attraverso una continua scelta, con al cresima si accetta che la vita di Dio ci prenda, ci porti, ci conduca, ci dia a poco a poco un’altra personalità: tutto si pacifica. Lo Spirito rende facile, bello, attraente essere cristiani.


IL TERZO DONO: LO SPIRITO CI RENDE FACILE L’ESSERE CRISTIANI

È grazie allo Spirito Santo che quando abbiamo qualche fatica capiamo che non è una maledizione ma è un dono di Dio. Tutte quelle cose che sarebbero dei malanni, umanamente parlando, grazie allo Spirito riusciamo ad accettarle come dei vantaggi. Altrimenti non faremmo quello che facciamo. Ad esempio tutto il bene che si fa è frutto della gratuità, è aver capito che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). È una cosa ritenuta così assurda! Se si va alla Borsa Valori a dire: “Signori, c’è più gioia nel dare che non nel ricevere” si è presi per matti, anche perché commerciare (io do e tu mi dai), quando si fanno le cose per bene, fa parte della vita. Ma chi ci ha fatto capire questo assurdo che “c’è più gioia” e quindi provare gioia? Lo Spirito di Dio ci rende capaci di questo. Ma non solo. Infatti quando si è ricevuto un perdono, quando si è stati umiliati, feriti, offesi e si è avuto il coraggio di offrire l’altra guancia, come dice il vangelo, si prova una forte gioia e questa gioia ha origine in Dio, è gioia divina, ha come protagonista lo Spirito. Più si diventa cristiani e più si entra in questo clima di Dio, che non è nostro.

Il frutto dello Spirito SantoDelle diverse cose che si possono dire dello Spirito, si può scegliere il celebre passo di Paolo in Gal 5, 22:
il frutto dello Spirito
è amore, quindi capacità di comunione;
è gioia, non l’insieme delle gioie, piccole o grandi, che ci vengono dalla vita, ma quella che ci dà Dio quando ci incontriamo con lui e stiamo bene con lui.
è pace, non la pace che ci dà il mondo, il cercare di andar d’accordo, ma la pace che riesce perfino ad abbracciare i nemici, e questo è al di là dell’umano;
è pazienza, non quella di chi è passivo, di chi sta zitto perché ‘tanto non serve’ e poi sotto sotto è amareggiato e un giorno o l’altro scoppia, ma è proprio la pazienza di Dio;
è benevolenza, una benevolenza attiva: io vedo il bene che ti servirebbe e siccome l’ho visto lo faccio;
è bontà, l’atteggiamento costante, unico, di una persona dinanzi a tutte le situazioni o condizioni di vita;
è fedeltà. La fedeltà costa sempre, un amore che non costi niente vale poco o niente;
è mitezza, che non vuol dire saper incassare bene, ma riamare l’altro mentre ti fa soffrire, mentre di mette in croce;
è il dominio di sé: è singolare che Paolo abbia riservato un solo frutto dello Spirito al mondo, che per noi è il più preoccupante. Cosa vuol dire il dominio di sé? Quei dinamismi che abbiamo dentro, chiamali passioni, istinti, conflitti che dal mattino alla sera ci fanno dramma, si trasformano in dominio di sé: non ne siamo affatto impassibili. Dal mattino alla sera si reagisce, si sente, si soffre eppure non ci si lascia prendere dalle passioni perché nello Spirito si riesce ad essere quieti, sereni. Che esempio ci danno certe persone a cui buttiamo una parola proprio per ferire e ci accorgiamo che la freccia si è spuntata, non è capitato niente; magari si è ricevuto in cambio uno sguardo sereno. Questo è il dominio di sé, che non elude il soffrire, ad esempio, per una ferita o ingiustizia subita. L’ideale evangelico non è l’ideale stoico; lo stoico si vantava di non soffrire più niente, di essere diventato apatico. Gesù non è apatico sulla croce. Non è stoico il cristiano, è forte e si domina.
Il frutto dello Spirito crea una personalità che nelle situazioni impara a reagire vivendo la presenza di Dio.


È chiaro che noi possiamo dire: “Io sono ancora molto vivo nel primo dono, cioè vivo la vita, però sono ancora un po’ sulla frontiera del secondo, mi affaccio a Cristo che mi fa le sue proposte, un po’ le accetto e un po’ no, sono tra il sì e il no”. Può capitare a tutti, ma potrebbe anche darsi che noi possiamo dire: “sto sbarcando nel terzo dono, il dono della Pentecoste, nella vita dello Spirito”. Bisogna anche sentire il richiamo dello Spirito Santo. In questo senso c’è il diritto, umilmente, di dire: “Ci pare che stiamo ricevendo tutti i doni, cerchiamo di farli vivere”. Ci saranno rischi di sbilanciamento, che qualche volta capitano. Ci saranno momenti in cui ricadiamo un po’ nella tentazione del primo dono: “La penso come voglio io, mi tolgo questo capriccio, faccio questa trasgressione”; può capitare, però veniamo riassorbiti nello Spirito. Che bella gioia accorgerci che stiamo crescendo in armonia, che coltiviamo i nostri doni, perché bisogna coltivarli e non trascurarli. Sarebbe sbagliato dire: “Io sono spirituale e quindi mi dimentico di essere intelligente e non penso”. Il dono è completo quando uno si aggiunge all’altro; quindi bisogna curare la vita, l’intelligenza, la propria persona, i valori dell’esistenza in tutto quello che rende dignitosi, presentabili ed anche piacevoli, perché i doni di Dio sono i doni di Dio: se sei intelligente perché non devi esercitarlo? Non diventare arrogante ma se sei intelligente, coraggio! Se sei una persona bella, non diventare vanitosa.

Ecco perché la Pentecoste va inquadrata in un disegno generale, altrimenti rischia di restare una bella celebrazione relegata a un giorno e di cui siamo spettatori, perciò staccata dalla vita e, soprattutto, dalla nostra cresima. Invece siamo protagonisti di questi misteri e Dio si fida.

Più si pensa in grande il proprio essere cristiani riferendoci sempre alla Trinità, e meglio ci si trova. Quando il cristianesimo incomincia a diventare un pezzetto di cristianesimo, fatto di alcune abitudini, di qualche pratica, di devozioni che magari danno anche qualche buona esperienza, certamente si è meno soddisfatti e, soprattutto, quando si devono fare delle scelte un po’ più forti, non ci si sente più motivati. È quello che si dice oggi in Italia sul progetto culturale: la valenza culturale del messaggio di Gesù è diventata debole. In altre parole: il messaggio di Gesù non fa cultura, cioè non fa più pensiero, criterio di giudizio, valore, punto d’interesse, meta. Si ha invece una grande visione soltanto quando si dice: “Dio-Trinità esalta, muove, fa capire che è quotidiano con me, perché ogni giorno i tre doni di Dio sono con me e li devo gestire con libertà.”Cornelis Monsma, il frutto dello Spirito

Lo Spirito si fa sentire, ci ispira, ci spinge, ci guida: fidiamoci e lui da solo ci plasma. Tutto questo avviene perché per far suonare una tastiera c’è bisogno che il tasto sia docile al dito. Se siamo tasti docili al dito il dito dà il suono, crea l’armonia, fa il capolavoro. È bellissima questa maniera di essere; è quella di Maria: “Si compia in me, si faccia. Suona e io darò l’armonia”.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore