Sermig

Essere credenti oggi (3/3)


Un ripasso sulla ricchezza della fede attraverso alcune affermazioni dell’enciclica Fides et Ratio.

di Giuseppe Pollano


In questa terza tappa ci soffermiamo sulla domanda se è ragionevole credere a Gesù Cristo, sulla certezza che Dio fornisce le risposte in più che ci mancavano e infine sulla considerazione che non è Gesù Cristo in sé l'ostacolo, ma la sua esigenza etica.Icona di Cristo


Comprendere l'oggetto della fede con l'aiuto della ragione (n. 42)

Il Papa ci dà un consiglio che serve per la vita quotidiana: mettere insieme l'intelligenza e il credere, il fidarsi degli altri e il fidarsi di Gesù. Ci indica due modalità per attuare questa unione.
Innanzitutto la ragione ci aiuta a comprendere Gesù. Oggi Gesù è figura innegabile, è storica, perché la nostra intelligenza ci ha lavorato sopra in maniera colossale: nessun personaggio è stato analizzato e studiato come Gesù. Un buon libro di teologia può anche aiutare a parlare con chi non è credente: accade spesso che un libro serio, indubitabile perché fatto da scienziati, aiuta a ridimensionare alcune cose, a far cadere tanti pregiudizi, tante superstizioni, tante banalità, a mettere la persona di fronte alla serietà della ricerca su Gesù.

La ragione ha molto da dire su Gesù Cristo anche sulle cose che ci ha insegnato. Facciamo un esempio. La ragione ci dice che è intelligente vivere un cuor solo un'anima sola come la prima comunità cristiana dove nessuno giudicava suo quello che aveva, perché da un gruppo così non salta fuori il ladro e l'assassino. Se invece cessa il principio di condividere con serenità tutto e di vivere nella pace con gli altri, scattano le forze personali ed aggressive e tutto crolla.
Noi possiamo allora dire che crediamo nel vangelo perché l'informatore è al di là di ogni dubbio, perché non mi bastano tutti gli informatori orizzontali come me, e perché la mia ragione mi dice che è molto intelligente e ragionevole per me credere.


Ammettere con la ragione la necessità del contenuto della fede (n. 42)

È il secondo modo indicato dal Papa per usare fede e ragione come sinergia. Le domande a cui non so rispondere non sono una cosa strana, non sono la sorte di un uomo condannato all'inquietudine e all'angoscia. Le domande che ho devono avere risposta e allora ammetto con la ragione che Dio dà alle mie domande la risposta giusta.
Questa sintesi tra fede e ragione è forse il messaggio più forte del Papa. Non è perciò il "Vedo e credo", è il fatto che ho capito, ho elaborato, mi convinco lentamente, sono sempre più intelligentemente convinto e sono sempre più contento di credere integrando fede e ragione, perché Dio ha fatto l'uomo per questa armonia.
Ma se le cose stanno così, perché non sono tutti credenti?


Si può sfuggire la verità, temendone le conseguenze (n. 28)
Cristo tra la folla
Tutti credono ad Einstein, allora perché non c'è un consenso altrettanto uniforme a quell'informatore che è Dio stesso fatto uomo? L'informazione avuta da Einstein non disturba, quella di Gesù sì, tanto che è stato crocifisso. Se Gesù fosse un infallibile filosofo che parlasse soltanto alla nostra intelligenza, saremmo tutti cristiani, ma Gesù ci ha detto non solo di credere, ma anche di fare. Non è Gesù Cristo in sé l'ostacolo per molti, ma la sua esigenza etica.
In noi c'è qualcosa che si sente scomodato da Gesù. Quando facciamo dei peccati, cioè agiamo in modo spiacevole a Dio e non secondo la sua verità, è perché in quel momento abbiamo preferito assecondarci in un altro modo: un altro bene ci ha attratti, abbiamo sperimentato in noi il conflitto e abbiamo fatta una scelta sbagliata. Tutti siamo peccatori, e che Gesù ci riprenda nella sua verità con amore e pazienza senza fine è una bellissima risorsa cristiana.

Molte volte il vangelo ci sembra duro, tanto è vero che ci si avvicina sempre più ad uno stato di non peccato solo in proporzione all'amore, perché non basta la convinzione che Gesù è la verità assoluta: è necessario amarlo. Gesù ha impostato la sua vita sull'amore: non ha detto che faceva la volontà del Padre perché è onnipotente, ma per fargli piacere. Quando si ama una persona, la prima regola è compiacerla, anche con rischi perché l'altro potrebbe essere un campione di immoralità, ma con Dio non ci sono rischi. Guidati dall'amore, dal voler compiacere Dio, poco per volta ci si uniforma. Se si toglie dal cristianesimo l'amore, esso rimane una stupenda struttura (teologia, riti, …), ma una struttura morta, perché più niente si muove. La distesa di ossa raccontata da Ezechiele si anima, prende vita quando scende lo spirito di Dio.
Se nel cristianesimo viviamo l'amore tutto funziona, altrimenti, prima o poi, io sfuggirò la verità, che conosco benissimo, temendone le conseguenze.

Se levo l'amore dalla mia vita, è quasi impossibile accettare che altri valgano come me, con la conseguenza che il mio egoismo ha paura di questa ipotesi, anzi si ribella, la considera una sventura e resiste. Ogni giorno porterà questa sventura, perché ogni giorno incontrerò una persona che attende da me una risposta, che tende ad entrare nel mio io, nella mia vita, di muoversi come fosse a casa sua, che richiede una cosa mia (tempo, affetto, risorse, etc.) perché le serve. Magari non me la chiede, ma è lì e io so che dovrei dargliela, e questo viola quel tanto di casa mia che mi ero costruito. Per superare questa situazione devo di nuovo accettare il donarmi, e so che qualche volta il mio egoismo dirà “no” e troverà, schiavizzando la mia intelligenza, ragioni per farlo. Apparentemente possono essere buone ragioni, ma se mi impediscono il vangelo, alla prova dei fatti si vede che erano cattive ragioni.
Dunque l'amore diventa molto concreto e spiega perché il famoso divario fede ragione in realtà vada a finire dentro il cuore e interroghi la coscienza. Questo però è molto bello, perché se poco per volta la fede cresce, continuo a fissare Gesù, mi convinco e mi lascio informare da Lui attraverso la Chiesa, la coscienza, la comunità, l'esempio che ci diamo, le parole che ci diciamo e siamo continuamente sotto informazione sotto questo punto di vista.


Conclusione

Allora noi cristiani non crediamo perché vediamo. Capiamo perciò la beatitudine “beati coloro che crederanno senza aver visto”. Colette David Isabella Misso, San Tommaso tocca le piaghe di Cristo RisortoNaturalmente vedere qualche cosa aiuta, tanto che la Chiesa ha accettato le immagini e le icone e quando ci sono stati dei moti ereticali che hanno negato le immagini perché sembrava loro di materializzare Dio (iconoclastia), la Chiesa con Concili e scomuniche ha rivendicato il diritto del popolo di Dio di avere immagini dinanzi agli occhi. Con tutto ciò rimane che è l'ascolto che ti fa cristiano, non l'immagine, neanche la visione.
Chi crede perché ha visto, in ultima analisi non crede che a se stesso, ossia non accetta altro da sé come fonte di verità, perciò il suo cammino è destinato all'incredulità. Si comprende allora la forza del "Beata colei che ha creduto", riferito a Maria (Lc 1,45).

Siamo perciò interpellati a capire quanto siamo credenti, recuperando anche quelle parole di Gesù "Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli". I bambini non hanno senso critico, anzi psicologicamente non riescono bene a distinguere tra il pensato e quello che accade, e certamente sono una fiducia incarnata. Infatti ingannare i bambini è un crimine, perché sono preda.
Se tu sei un bambino con Dio, Lui non ti ingannerà mai, non farà di te una preda, ma ti riempirà della sua verità. Fidati, il che quando siamo grandi vuol dire affidati, abbandonati, credi che va bene anche se va male, credi che Dio guida tutto; e lì si diventa eroici nella fede. La beatitudine di credere senza aver veduto è legata al fatto che nasce dal pieno affidamento a Dio.
Dobbiamo augurarci di essere tutti più credenti.
Dopo tutte queste considerazioni viene fuori il grido dell'uomo del vangelo: "Credo Signore, ma aumenta la mia fede".
Il mondo ha bisogno di questi testimoni.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore