Sermig

Mercoledì delle ceneri


Non solo un rito liturgico, ma l’impegno a fare di tutto per cambiare questa umanità.

dom Luciano Mendes de Almeida


Il mercoledì delle ceneri apre la porta alla quaresima, che è un invito alla speranza. Un tempo da vivere insieme a tutta la comunità cristiana che si prepara alla Pasqua e alla promessa della resurrezione che Gesù, vincitore del peccato e della morte.ceneri.jpg

La Chiesa ci invita durante la quaresima alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, tre esercizi della pietà cristiana. La preghiera apre il nostro cuore alla fiducia verso il Signore e ci dà forza per la conversione personale e per il servizio a Lui. Il digiuno sembra una pratica un po’ vecchia, però possiamo tradurlo non solo nel privarsi di un po’ di cibo, ma nel controllo di se stessi, ad esempio per quanto riguarda alcol, fumo, divertimento, istinti, etc. per essere sempre disposti a compiere la volontà del Signore, a fare sempre il bene. E l’elemosina non fa pensare solo ad aprire il portafoglio, perché elemosina significa misericordia. Il Signore è pieno di misericordia verso di noi, e allora anche noi dobbiamo avere rapporti di misericordia verso gli altri, aprire il cuore per accogliere chi è escluso e vive nel bisogno. D’altronde nella tradizione della Chiesa la quaresima è un tempo di misericordia, è un tempo di riconciliazione: tra marito e moglie, tra figli e genitori, tra amici, riconciliazione nel seno della società tra persone che non si sopportano, che non sono capaci di parlarsi, di stendere la mano. Allora il tempo quaresimale è di grande importanza nella nostra vita di cristiani, perché innanzitutto ci chiama alla preghiera, poi ci aiuta all’autocontrollo di se stessi, infine ci fa aprire il cuore ad un atteggiamento di misericordia.

Il rito penitenziale delle ceneri è un simbolo per riconoscere che siamo polvere, siamo fatti di terra, ma siamo allo stesso tempo chiamati alla conversione. La vera penitenza infatti è la conversione del cuore e convertirci vuol dire guardare non in basso ma in alto, e trovare così la gioia della misericordia del Signore.
Per dare un senso al mercoledì delle ceneri possiamo farci aiutare dalle situazioni di ingiustizia che affliggono il mondo. Ce ne sono tante. Due realtà prese come esempio possono aiutarci.

Una situazione di ingiustizia riguarda l’immigrazione. Un numero così grande di persone che vengono da tanti posti del mondo induce a domandarci perché emigrano. Che cosa vive oggi l’umanità? Una specie di ingiustizia generalizzata. Sarebbe così bello che uno potesse vivere nella sua casa, con la sua famiglia, condividere la vita con i suoi amici, familiari, avere un lavoro, uno stipendio, una cultura propria, un futuro! E invece vediamo migliaia e migliaia di persone che si spostano, tante volte con dei rischi enormi: sono situazioni molto difficili!
Tempo fa mi trovavo in una riunione a Dallas con vescovi dell’America Latina e degli Stati Uniti per riflettere sul come accogliere i migranti sudamericani in un modo dignitoso e cristiano. E i vescovi statunitensi si domandavano se erano capaci di accoglierli dato che le leggi degli Stati Uniti non favoriscono l’entrata di nuovi immigrati sudamericani. Noi vescovi allora vedevamo che è proprio il mondo che genera queste mobilità dell’umanità. C’è una mobilità che è frutto dell’abbondanza, quella del turismo. Ma c’è anche quella che è frutto della miseria, della sofferenza. Nel mondo tantissimi sono obbligati a spostarsi a causa della loro religione, della nazionalità, della miseria, della fame, della guerra. Tutto questo è il nostro mondo!

Celebrare il mercoledì delle ceneri è mettersi davanti all’ingiustizia e capire anche che la mobilità umana è frutto della miseria e dell’ingiustizia che è proprio nel cuore delle persone. L’ingiustizia pervade le pagine della Bibbia come sinonimo di peccato. Non essere giusto è la situazione di chi entra nel vortice del peccato.dialogo.jpg
“Signore, noi vogliamo veramente una conversione” non significa solo dire che se io avevo dei cattivi pensieri non li voglio più avere e chiedo la grazia del Signore per non averli più d’ora in poi, ma più di questo è vedere se noi siamo capaci, animati dalla grazia di Dio, di far sì che l’ingiustizia sia superata dalla giustizia sociale, dalla giustizia che è frutto della fraternità cristiana. Come mai noi cristiani non siamo stati capaci di creare una società cristiana, almeno ispirata dai principi cristiani? C’è qui il senso missionario di trasformazione della società alla luce del Vangelo.

Un secondo motivo di riflessione mi è dato da una lettera che mi ha fatto molta impressione. Una lettera venuta dalla Bosnia, al tempo della guerra civile, di una suora giovane ancora in noviziato. Un giorno una ragazza si era affacciata al monastero chiedendo pane perché tutto aveva perduto a causa della guerra, e allora le avevano dato tutto ciò che avevano. Però c’era una sofferenza che aveva nel cuore, quella di essere stata violentata. Questa giovane suora pensava che le ragazze che erano in monastero, le suore, fossero privilegiate, preservate da certi pericoli. Non sapeva che il giorno dopo sarebbe toccato a lei di essere violentata dai soldati che, entrati nel noviziato, avevano abusato di tutte le suore.
Dopo qualche giorno, appena riavuta dalla sofferenza brutale scrive alla superiora dicendo che lei in quel momento si era unita alla passione del Signore immaginando la sofferenza di Cristo che è stato condannato, percosso e crocifisso ingiustamente. Univa la sua sofferenza a quella di Gesù implorando da Lui che perdonasse quelli che avevano fatto soffrire lei e le sue consorelle: tutto questo lo chiedeva al Signore perché riunisse nuovamente la Bosnia, dove fratelli si ammazzavano ogni giorno. Offriva allora la sua vita, la sua sofferenza, la sua condizione perché il Signore fosse così buono da riunire il suo popolo e perdonare chi causava sofferenza.

Non solo l’ingiustizia ma la violenza fa sì che la nostra storia sia una storia che necessita la conversione dei cuori. Poi alla fine di questa lettera, che è bellissima perché è piena di Dio, diceva che lei è povera e lascia il convento perché non si sente di stare lì, ora che aspetta un bambino, ma vuole ringraziare per tutto ciò che ha ricevuto, soprattutto la consacrazione che è interamente conservata nel suo cuore. Dice che si sente di tornare al suo paese, alla sua povertà e vivere per la creatura che non ha mai desiderato di avere e non sa neppure di chi sia figlia, passare la vita per offrire a questa nuova vita che il Signore mi ha dato la lezione dell’amore. “Nient’altro, dice, voglio insegnare che l’Amore”, nella convinzione che la più grande dignità di una persona è il perdono. Ma perché questa lettera ci viene oggi ad aiutare per vivere il mercoledì delle ceneri?

Noi vogliamo capire che convertire il cuore è lottare per la giustizia e per la pace, impegnarsi veramente perché il mondo sia più giusto, dove ognuno rispetta la dignità dell’altro ed è capace con il perdono di superare la violenza per aprirsi alla pace.
La parola forte del Vangelo che troveremo tante volte in questo tempo di quaresima è “amate i vostri amici ma io vi dico amate chi vi perseguita e vi fa soffrire”. Ecco la conversione del cuore dell’umanità. Allora il mercoledì delle ceneri non è solo un rito liturgico ma è l’impegno ai fare di tutto per cambiare questa umanità.mondo.jpg

“La giustizia e la pace si abbracciano”: le parole del salmo possono essere interpretate come un invito all’educazione politica per cambiare le leggi affinché ci sia più giustizia e pace.
Giustizia e pace che si abbracciano significa il risveglio della coscienza cristiana, che ci insegna a non trattare bene solo gli amici ma tutti, perché tutti siamo fratelli. Come sarebbe bello che noi tutti superassimo le frontiere politiche delle nazioni, dei popoli, per vivere da fratelli in questo mondo che il Signore ci ha dato.
Allora il mercoledì delle Ceneri è come una luce nelle tenebre che ci fa cominciare questo impegno di riprendere in mano la Parola di Dio e di impegnarsi nella conversione dei cuori, di tutti i cuori, perché ci sia sulla terra l’Amore che Gesù ha portato.


tratto da un’omelia all’Arsenale della Pace
di dom Luciano Mendes de Almeida