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Profezia e Parola


Il nostro mondo che rifiuta Dio rifiuta anche il profeta che parla in nome di Dio. Riappropriamoci della profezia e della Parola.

di Giuseppe Pollano

Le letture della IV domenica del tempo ordinario dell’anno B sono abbastanza differenziate. La prima pone la questione del profeta: Dio promette che non farà mancare al suo popolo colui che parla a Suo nome; la seconda lettura pone la questione della piena appartenenza a Dio ed il tema specifico che Paolo tratta è quello della verginità rispetto alla condizione coniugale; Gesù nel Vangelo pone il problema di fondo dell'autorità totale e benigna a cui dobbiamo abbandonarci.
Soffermiamoci sulla prima lettura: Deuteronomio 18,15-20.


LA QUESTIONE POSTA: LA VERA PROFEZIA

Porre la questione della vera profezia significa in realtà rispondere ad una domanda di estrema importanza per noi: “Di chi possiamo fidarci, a chi dobbiamo affidarci?”. Le domande classiche sull'enigma dell'uomo le aveva poste a suo tempo Kant, quando aveva proposto questi interrogativi: "Che cosa possiamo conoscere in questo mondo? Che cosa abbiamo diritto di sperare? Che cosa dobbiamo fare?". In sostanza: "Chi siamo?". Domande perenni, come percepiamo tutti, anche se non formulate nello stesso modo; domande che rimangono nel nostro cuore. Ma, per come la storia è andata, per tanti crolli, per tante incertezze in più, è importante domandarsi di chi possiamo fidarci e a chi affidarci per avere una piattaforma di sicurezza per andare avanti tranquilli nella vita.

Siamo superati dal mistero delle cose. Abbiamo una stupenda intelligenza che ci ha permesso di affrontare tutti i problemi possibili ed immaginabili che l'esistenza ci pone, ma con tutto questo però non siamo riusciti a darci delle chiarezze, sicché, tutto considerato, la nostra vita è piuttosto spaurita dal timore di sbagliare non solo nelle piccole cose, ma anche nelle grandi, come nelle scelte della vita: ad esempio il matrimonio, la collocazione sociale, tutto è sotto il segno dell'incertezza, il che fa prosperare maghi ed indovini, perché c'è la necessità di andare a cercare anche solo un piccolo chiodo a cui attaccare la nostra incertezza.
Siamo timorosi di sbagliare, ognuno ha commesso degli errori anche importanti e - se non avessimo la certezza che Dio c'è sempre, che accompagna anche i nostri errori e poi ci aiuta a tirarcene fuori - la nostra condizione rasenterebbe la disperazione, soprattutto quando abbiamo commesso o ci sembra di aver commesso degli errori irrimediabili. Abbiamo bisogno di una parola che ci superi, che sia più grande di noi, ma che ci assicuri nel modo giusto; non abbiamo cioè bisogno di dittatori, ma di sicurezza e di pace.

La nostra cultura è diventata capace di dare moltissime risposte, ma non la risposta globale. Ogni scienza si interessa di settori della esistenza umana, cioè le nostre scienze considerano ciascun uomo come un portatore di molti problemi: il medico vede l'uomo come un malato, l'avvocato come uno che ha bisogno di giustizia, l'architetto come uno che ha bisogno di una casa; etc. Però, anche mettendo insieme tutte queste risposte, non si ottiene la risposta di fondo. Le nostre scienze, per come sono strutturate, vanno avanti a stella, si allargano: scompongono l'uomo insomma, ma non sono poi in grado di ricomporlo. Ci accorgiamo di questa situazione quando, al di là delle risposte buone, ci rimangono dentro e senza risposta le domande di fondo e di sempre sulla sofferenza, sulla vita, sulla morte. Una filosofia dice che il soggetto umano, ognuno di noi perciò, è soltanto il supporto di un lavoro di produzione. È vero! Basti pensare a uno che lavora: il lavoratore di una fabbrica, per l'azienda o per la società stessa è uno che sostiene un piccolo pezzetto di un grande lavoro che lo supera. È il lavoro che importa, non il soggetto.

Frazionati così come siamo, spesso non sappiamo neppur più a chi chiedere consiglio. Infatti siamo spesso perplessi. Questa è un po' la condizione culturale in cui ci troviamo noi oggi. Complessi, problematici, capaci di ragionare; tutte cose positive, capaci di scomporre la nostra semplicità. Se arriva chi sa parlarci in modo rassicurante, ci solleva. Il fatto è che la società di oggi ha cancellato la figura del profeta come colui che ti parla in nome di Dio, fatto del tutto spiegabile, poiché di fatto ha cancellato Dio come protagonista importante (noi cristiani diciamo necessario) della vicenda umana, avendolo definito una ipotesi superflua, non utile, non redditizio.

Il profeta non esiste oggi perché se è inutile Dio, tanto più chi parla a suo nome. Nella stessa Chiesa non è facile trovare tale ruolo profetico in maniera credibile; spesso, anche chi dovrebbe esserlo per sua vocazione, non è all'altezza di questo servizio preziosissimo al popolo di Dio.
Al profeta si chiede per prima cosa che sia del tutto disinteressato, un modello di gratuità totale. Poi che sia trasparente, cioè che non fermi a sé l'attenzione degli altri, ma, all'opposto indirizzi a Dio; è una trasparenza non solo di gesto e di parole, ma di vita, per testimoniare che egli lascia veramente arrivare a Dio trattenendo nulla per sé. Infine che sia coerente e portatore delle cose che dice. È difficile trovare questo tipo di profeta perché, se relativamente al disinteresse è abbastanza facile arrivarci, quando si tratta di trasparenza è più difficile, perché bisogna essere poveri di spirito e voler soprattutto tanto bene a colui che deve annunciare: Gesù.


IL CONTESTO CULTURALE DA CUI SI PARTE

In questa civiltà non siamo ricchi di profezia e allora capita che tutti fanno i profeti, chiunque ha qualcosa da dire la dice con molta sicurezza. C'è chi dice le cose come se sapesse tutto, come se avesse tutte le soluzioni sia per le cose piccole che per quelle grandi. Ma ci sono anche, al contrario, quelli che predicano il niente, il tu sei niente, vali niente: questo nichilismo è molto diffuso non solo nella teoria, ma anche nella pratica, toglie senso all'esistenza. Questa posizione deriva dal ragionamento che dietro all'apparenza c'è il niente, per cui si afferma che ognuno è vuoto e deve arrangiarsi.

C'è poi chi ha delle soluzioni parziali, contraddistinte dal non farsi problemi troppo grossi e limitarsi a quelli che permettono di passarsela bene, dall'accontentarsi di questo. Forse questo è l'atteggiamento più diffuso che però non soddisfa: questa non è profezia, ma adattarsi. Infine c'è chi è semplicemente scettico: la cosa più inutile è porsi delle domande, è sufficiente allora, poiché gli istinti non fanno domande, soddisfarli e zittire il cervello se fa domande. La cultura alta e bassa, basti pensare al tono dei programmi che ci propinano i mass media, galleggia su queste posizioni, cerca di essere un po' evasiva, vuota, però stimola emozioni che ci fanno vivere in questo modo.

I Romani avevano capito, con il loro senso politico, che la gente può andare avanti senza farsi troppi problemi e senza lamentarsi se otteneva pane e spettacolo. Questo è l'opposto della profezia, la quale, come ci insegna Gesù, va al cuore dell'uomo, ai suoi problemi più nascosti, diventando quella spada buona e benefica che apre il cuore, che permette di rendersi conto che c'è qualcuno capace di ascoltare e di rispondere: è particolarmente bello quando nella vita troviamo una persona che ci dà questo regale.


IL SENSO DELLA PAROLA A QUESTO RIGUARDO

La Parola di Dio sottolinea il primato fortissimo, unico, monopolistico di Gesù che scioglie il mistero dell'uomo. Gesù parla chiaro, ci invita a non scervellarsi da soli sui problemi che non si possono risolvere, perché lui è presente, è venuto apposta per chiarirci le idee sulla vita, sulla morte, su tutto, è lui la persona da ascoltare perché lui è il profeta per eccellenza, la Parola di Dio mandata a noi. Ecco perché la parola di Dio, tra le parole ascoltate ogni giorno, è inconfondibile, un lampo che nella notte illumina. La saggezza di riferirsi ogni giorno alla Parola è quella più grande che oggi si possa avere. Quando si dice Parola di Dio dobbiamo puntare sul “di Dio”, perché se si punta su 'parola' si rischia di degradarne l'efficacia. Quando Dio parla non c'è che da inginocchiarsi, ascoltare, ringraziare, e poi camminare.

Il Concilio ha molto rivalutato la ricchezza della Parola di Dio, tuttavia dobbiamo ancora riappropriarci di questa profezia continua che ci è data e che abbiamo tra le mani. È Dio che ci parla, e ci parla adesso. Dio, con la sua contemporaneità ci segue attimo per attimo, sicché la Parola non è stata detta per quelli del tempo in cui fu redatta ed ora noi ci limitiamo a leggerla, ma è per me adesso, come se Dio la dicesse per la prima volta. È di questa allora che ci lasciamo nutrire.

Più si è ricchi di Parola, più si è ricchi di verità e si diventa profeti per qualcun altro. Infatti noi non siamo soltanto passivi nel ricevere la profezia, il popolo di Dio è per natura sua profetico, ossia capace di quella disinteressata trasparenza per cui riesce a dire a qualcun altro qualche cosa di Dio. Siamo tutti ripetitori, ma non come gli scribi che ripetevano e la gente non ne aveva alcun vantaggio, ma ricchi della potenza di Dio, in modo che si fa pervenire ad altri un poco della verità di Dio che mai sarebbe arrivata.

La Chiesa sa benissimo che oggi far arrivare la Parola è una missione difficile e che l’evangelizzazione è fatta soprattutto dai laici. Ogni giorno perciò, con il proprio stile e buonsenso, siamo chiamati ad essere profetici, perché la sete della Parola rimane, poiché siamo stati creati per dissetarci di essa.
Dobbiamo essere perciò profetici, dopo esserci riempiti della sapienza del Profeta: leggere la Bibbia, assaporarla, lasciarla entrare in noi, rimasticarla e poi, dopo che sappiamo, andare in giro nel mondo e incontrare la gente.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore