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IL PRINCIPE DELLA PACE (4/4)


La pace di ogni uomo con se stesso, con Dio e con tutti gli altri si declinano in tre atteggiamenti: empatia, zelo, perdono. In questa riflessione esaminiamo il secondo e terzo atteggiamento.

di Giuseppe Pollano

Con la precedente riflessione ci siamo soffermati sulla necessità di portare pace a chi non ce l’ha dentro di sé. Continuiamo il cammino per aiutarci a meditare sugli atteggiamenti necessari per costruire l’agostiniana “tranquillitas ordinis”.


LO ZELO DI PROPAGARE IL VANGELO DELLA PACE

L’ordine nei riguardi di Dio potremmo caratterizzarlo con una parola del tutto biblica: lo zelo, che è l’avere verso un obiettivo una forma di impegno fervoroso, non mediocre o di poca forza o che si stanca subito. Sicuramente è un atteggiamento religioso, ed è proprio nell’atteggiamento religioso che raggiunge le sue espressioni più alte ed anche più eroiche. Ai cristiani è prescritto: “State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace” (Ef 6,14-15). Paolo sta presentando la figura del cristiano prendendo come modello di riferimento il soldato pronto al combattimento, e sottolinea che adopera i calzari (non le pantofole!) per propagare il vangelo della pace. Non è perciò uno stile che si accontenta di andare d’accordo. Tu parti per propagare il vangelo non con la spada, ma con armi di pace. Questo è lo zelo che ti mette in rapporto con Dio, perché si tratta di quella pace profonda che, prima di tutto, ti fa dire a Dio che è buono, che con lui si sta bene.

Certamente lo zelo non si improvvisa e non è un entusiasmo passeggero, nasce dalla composizione di due sentimenti profondi. Il primo battito di cuore che ti muove è l’amore a Gesù e agli altri. Ecco una grande idea che ti rende fervido e operoso, perché vale la pena impegnarsi per Gesù e per gli altri. Insieme a questo però anche il senso di obbedienza al mandato evangelico: come il Padre ha mandato Gesù ad essere operatore della pace, Gesù manda noi ad essere la stessa cosa. D’altronde (Lc 10,3-12) le prime istruzioni che Gesù dà ai suoi discepoli sono quelle di andare dalla gente a offrire la pace. Dicendo la parola pace si provoca la grazia di Dio. Questo è vangelo che, calato nella nostra quotidianità, significa che per portare pace a casa mi devo fermare sulla porta a mettere il cuore in ordine, perché è questo che Dio mi chiede. Devo dunque obbedire al mandato del Signore: sono in ordine con lui nella misura in cui mi comporto con zelo, cioè faccio ciò che il Signore vuole da me. Questo è l’essenziale.

D’altra parte Gesù insiste perché diventiamo perfetti come il Padre. Essere perfetti non significa essere onniscienti od onnipotenti, ma essere misericordiosi come il Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, cioè è buono con tutti. Il giusto rapporto con Dio è proprio questo: se certe volte andiamo in chiesa e ci sentiamo aridi come pietre, non riusciamo a pregare, ci sembra di essere nel buio più assoluto, esaminiamo un po’ come stiamo con gli altri, perché se non abbiamo un giusto rapporto con gli altri certamente non troveremo Dio, non saremo guardabili da lui. Non avendo avuto misericordia, Dio ci fa provare cosa vuol dire non ricevere misericordia; poi Dio è buono e la misericordia ce la ridona sempre, ma su questo punto la sua pedagogia è severa, e noi dobbiamo imparare con umiltà.
Sta certo che la tua religione è buona se il tuo rapporto con Dio è un rapporto che ti rende buono con tutti.


LA GIUSTIZIA È IL FONDAMENTO DELLA PACE, IL PERDONO LA COSTRUZIONE

Infine bisogna essere operatori di pace tra gli altri. Anche questo è un comando forte che si traduce nel dovere di edificare la pace. Quando diciamo la parola ‘edificante’ ci viene da pensare ad una persona buona che dà il buon esempio, ma non basta; l’edificazione di cui si parla nella Bibbia non è solo questo, equivale a ‘costruzione’ e costruire è molto di più che dare il buon esempio. Tutti possiamo essere edificanti, ma la pace richiede costruzione, lavoro, fatica. Ebbene il discepolo del principe della pace accetta il lavoro di costruire la pace, cioè in certe situazioni a tutti i livelli entra e agisce in modo così originale e nuovo da creare opportunità diverse.

Qui la parola ‘creare’ non è esagerata: siccome lavori con il Creatore, è il suo Spirito creatore che ti adopera per le sue opere rendendoti creatore di pace perché con la tua presenza, la tua voce, i tuoi interventi fai ciò che egli non farebbe da solo. Solo quando tu costruisci situazioni nuove puoi dire di aver capito la beatitudine di essere costruttore di pace. Non accontentarti dunque di essere una persona edificante, perché non basta, perché le situazioni del mondo sono macerie da mettere di nuovo in piedi con un grande lavoro e fatica.

Due rilievi. Il giusto rapporto con gli altri non può essere fatto solo di buone maniere, buone opere, di carità, di elemosine, di interventi di emergenza, perché presume la giustizia nei rapporti reciproci. Non ci si può illudere di fare pace se non c’è giustizia: sarà sempre un aggiustamento, ma non quello inteso dal principe della pace. Infatti Gesù rimproverava le mancanze pratiche di giustizia economica, sociale, ... La giustizia però non è ancora la pace, ma ne è la condizione indispensabile.
Alla giustizia allora si deve aggiungere qualcosa, perché anche quando c’è giustizia l’esperienza ci dice che la pace può essere in ogni momento violata o offesa. Tutti infatti possiamo avere ciò che è nostro diritto, ma questo non garantisce che ci vorremo bene, che non ci insulteremo, che non ci invidieremo, che non ci oltraggeremo. La giustizia è il fondamento, ma non la costruzione, che si fa con lo spirito di Cristo.

Dei molti modi di costruire la pace uno è essenziale, perché se non c’è non si riesce a ricostruire creativamente quei rapporti che in qualche modo si deteriorano continuamente: è l’aspetto della pacificazione che si chiama perdono. Non è un caso che Gesù abbia tanto insistito sul perdono, in maniera quasi paradossale ed esagerata per noi, impossibile diremmo. Ma Gesù ci dice che è impossibile a noi, ma non a noi con lui. Il perdono è assolutamente necessario perché troveremo sempre chi, volendo o non volendo, ci farà soffrire e, se non siamo capaci di perdono, tutto finisce.

Il perdono non significa non avere reazioni e sentimenti e quindi risentimenti. Il perdono parte dal nostro spirito e dalla nostra volontà di pace per voler il bene dell’altro malgrado ci stia facendo soffrire; il risentimento c’è, mi fa soffrire perché sono molto ferito, ma non lo trasformo più in rivalsa, in odio, in ostilità, in vendetta; si è placato: soffro, ma non ti faccio niente di male fratello, prego Dio perché ti aiuti. Proprio come faceva Gesù in croce: soffriva ma perdonava.
Certe ferite della vita non si dimenticano, certe fatiche per guardare una persona in faccia sono continue, ma se fai la fatica hai già perdonato. Il perdono è una profonda arte che nessuno ci insegna e che impariamo nella misura che abbiamo fede. Bisogna credere nel perdono.

Alla fine dell’enciclica “Dio ricco di misericordia” il Papa fa proposte culturali di carattere civico, politico, sociale che sembrano persino eccessive: “Il mondo degli uomini può diventare sempre più umano solo se introdurremo, nel multiforme ambito dei rapporti interumani e sociali, insieme alla giustizia quell’amore misericordioso che costituisce il messaggio messianico del vangelo”. È una proposta nuova e molto avanzata. Far diventare una categoria sociale addirittura l’amore misericordioso è molto forte. “Il mondo degli uomini potrà diventare sempre più umano solo quando tutti i rapporti reciproci che plasmano il suo volto morale subiranno l’introduzione del momento del perdono”. Non parla solo dei rapporti reciproci religiosi, ma di tutti, quindi di rapporti politici, sociali, economici, etc. Il Papa ha continuato a proporsi come uno che chiede perdono, non per senso di inferiorità, ma di umiltà. Però dire che la società sarà nuova soltanto se accetterà come suo parametro anche il perdono, è un concetto nuovo. Le parole del Papa non hanno avuto grande risonanza, sono troppo provocatrici, ma devono avere un futuro. Infatti “la Chiesa ritiene giustamente come proprio dovere e scopo della sua missione quello di custodire l’autenticità del perdono in questo mondo”. Cosa fai Chiesa? Custodisco l’autenticità del perdono in mezzo a voi, povera gente, che continuate a straziarvi. Il perdono è un segreto di pace.

Tutto questo mi riguarda da vicino: primo, se ho qualche perdono da dare non perdo tempo, non perché sono vicino al Natale, ma perché il vangelo me lo chiede; secondo, sapendo che i miei passi devono essere quelli del “messaggero di pace” che dove va porta un pezzo di pace, capirò gli altri (empatia), avrò lo zelo verso Dio e vorrò costruire; non sempre ci riuscirò, ma vorrò aver tentato la pace. In questo mi riconoscerò non come un cristiano eccezionale, ma semplicemente come un discepolo del principe della pace. Se si è così si diventa moltiplicatori di vangelo, convincenti testimoni del Signore.
Possiamo chiederlo attraverso Maria, ricordando che le vicende a cui stiamo assistendo, anche se sono tragiche, non sono nuove, perché da sempre il mondo si è trovato in situazione di non pace. Ogni volta che i cristiani germogliano di nuovo, cambia qualcosa.


a cura della redazione
fonte: incontro all’Arsenale della Pace
con Giuseppe Pollano