Sermig

IL PRINCIPE DELLA PACE (1/4)


Gesù non è uno dei tanti legami possibili con la pace, ma l’unico. Una riflessione per aiutarci a contemplare e a capire il principe della pace.

di Giuseppe Pollano



Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. (Gv 14, 25-29)
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”: in Gv 14,27 Gesù fa questa affermazione molto precisa parlando di pace. Evidentemente stabilisce tra sé e la pace un legame molto stretto. La pace è una profondissima e insopprimibile aspirazione di tutti gli spiriti umani, ma è resa possibile soltanto dalla venuta di Dio. Questo ci deve responsabilizzare massimamente.


QUALE PACE DA UN PUNTO DI VISTA UMANO?

Cominciamo con il capire bene che cosa si intende con il termine pace da un punto di vista puramente umano. Tutti lo intuiamo, ma poiché la pace è oggetto di studio di non poche scienze umane, è bene ricordare che ci sono due maniere di interpretarla, una in modo limitativo e negativo, una in modo positivo e costruttivo.
La prima è quando ci accontentiamo di perseguire la pace come assenza di conflitto, sia esso collettivo e sociale, quindi una guerra, sia esso anche interno, per esempio psicologico. Tutti sappiamo cosa significhi perdere la pace per una questione interna e tutti vediamo che cosa significhi la guerra. Ci accontenteremmo che non ci fossero guerre.
La seconda invece vede la pace come il frutto di una riflessione umana, di un patto tra i popoli e di una regolamentazione dei rapporti nazionali e internazionali in modo tale che essa sia promossa e garantita. Questo movimento di carattere socio politico e culturale è quello che da due secoli in qua si definisce ‘pacifismo’, cioè lo sforzo continuo di una parte di umanità di riuscire a tenere insieme la vita con leggi di pace, con ricerche su di essa. Purtroppo il pacifismo, nel quale ci sono persone veramente grandi, non è riuscito ad eliminare realmente la conflittualità, anzi ha subito una serie di sconfitte. Le ultime grandi questioni di cui si è interessato sono stati gli armamenti nucleari, la guerra nel Vietnam, la guerra del Golfo, ma non ci sono stati effetti sensibili: le Nazioni hanno agito secondo le loro politiche e le loro strategie. Il pacifismo ha prodotto grandi figure, pensiamo anche solo a Gandhi, all’Abbé Pierre, ..., ma purtroppo è perdente di fronte al ritorno continuo della conflittualità che sembra ci portiamo nel sangue.


LA PACE CHE CI DÀ GESÙ

Di fronte alle paci che ci offre il mondo, che di fatto non riescono a creare la pace di cui l’umanità ha urgentissimo e tragico bisogno, è confortevole l’affermazione di Gesù “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi”. Viene proprio da dire che c’è un’altra pace, possibile certamente, perché è nel segreto di Dio.

Per capire la pace cristiana dobbiamo riferirci all’ambito religioso, a Dio, ricordando alcuni grandi concetti della teologia tradizionale che parlano di pace. Sant’Agostino nella Città di Dio, il suo grande libro sulla storia umana, dette con soli due termini una definizione della pace che è rimasta celebre: tranquillitas ordinis, la tranquillità che viene dall’ordine delle cose. È un concetto intuitivo, eppure è profondissimo e ci permette di renderci conto che c’è un rapporto tra l’ordine delle cose e la tranquillità che ne viene.


TRE ATTEGGIAMENTI NECESSARI

La tranquillitas ordinis non è data, ma conquistata, tenendo conto, e qui la riflessione teologica è andata avanti, che ci sono vari ‘ordini’. Tommaso ad esempio diceva che il primo ordine che l’uomo deve avere è verso se stesso, il secondo verso Dio e il terzo verso gli altri, intendendo con la parola ordine la giusta relazione tra gli elementi che compongono una qualsiasi realtà. Quindi l’uomo deve trovare una giusta relazione con se stesso, con Dio, con gli altri. Questo triplice ordine crea una mirabile tranquillità, una pace profonda che non sgorga da rapporti esterni regolati in qualche maniera, ma dal profondo del cuore dell’uomo che si è messo in ordine. Ecco perché dal punto di vista umano la pace rimane un’utopia, ecco perché purtroppo hanno ragione i pessimisti i quali dicono che la pace è un sogno. È proprio così, perché se non c’è l’intimo del cuore che vive questo insieme di relazioni ordinate, non è possibile la tranquillità che, uscendo dall’uomo, si spande attorno.


Giusta relazione dell’uomo con se stesso

La prima relazione che devo avere con me stesso è mantenermi vivo, curare la mia esistenza, dunque mangiare e bere in modo proporzionato. Ma se eccedo o perché mangio troppo poco per avere uno stile di magrezza, o troppo o perché bevo, è chiaro che non sono in una giusta relazione con me stesso. Ho una relazione con me stesso perché mangio, bevo, mi mantengo, ma in modo sbagliato.
Di ogni tipo di vita interiore possiamo avere una relazione giusta e una sbagliata per la nostra dignità, per la nostra crescita nella vita, per la nostra intelligenza, affettività, sessualità: in ogni campo prima di tutto bada di essere ordinato con te stesso secondo il testimone della tua coscienza. Molti conflitti interiori nascono proprio dal fatto che dentro di noi non riusciamo ad essere signori di noi stessi al punto di garantire questo primo ordine.


Giusta relazione dell’uomo con Dio

La relazione con Dio è centrale, perché da Dio tutto mi viene: la vita, la sapienza, il senso. Una giusta relazione con Dio è una giusta religione, un giusto pensare a Dio, un giusto onorarlo, un giusto amarlo e obbedirlo. Ci sono però altre posizioni: sotto il nome di Dio si pensano e si dicono cose che non hanno un vero rapporto con lui; oppure non c’è interesse ad avere una relazione con Dio, cioè siamo in presenza di un ateismo pratico e convinto che, forse, è la faccia più evidente delle nostre culture occidentali.
Eppure se tu non curi una giusta relazione con Dio, la mancanza di vera pace ti ricade addosso in molti modi: prima con il non dare più senso alla tua vita, poi con i sensi di colpa, perché Dio è pur uno che ti guarda e se tu ti senti guardato e non sai o non vuoi dare risposta, questo sguardo invisibile di Dio ti pesa, ti segue e diventa pesante. Cadendo il senso delle cose cade la speranza, per cui ci dobbiamo accontentare di speranze piccole ma che muoiono prima ancora che noi moriamo. In altri termini viviamo un sottile senso di tristezza, di inutilità.


Giusta relazione dell’uomo con il prossimo

Infine la relazione con il prossimo, che per noi, essendo esseri sociali, è obbligata. Eppure molto spesso ci ritroviamo soli o, molto peggio, cattivi, ostili. La mancata relazione con il prossimo è come la morte, perché per vivere abbiamo un grandissimo bisogno di un prossimo da amare e che ci ama. La solitudine felice è una cattiva utopia, è un sogno bugiardo. Ci vuole amore tra noi. L’esperienza ci dice come sia difficile creare amore tra noi e come ci accontentiamo di non farci troppo male.


a cura della redazione
fonte: incontro all’Arsenale della Pace
con Giuseppe Pollano