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Avvento: significa ancora qualcosa? (1/2)


“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. (Is 35,1ss) Isaia ci pone nell’atmosfera più giusta per l’avvento, quella della gioia.

di Giuseppe Pollano

La gioia di cui parla Isaia non è quella dell’uomo, ma di Dio. Infatti l’avvento, prima di tutto, è la grande rivelazione della gioia con cui Dio desidera venire a noi piccoli e poveri di vita. E allora l’avvento diventa anche la nostra risposta.


L’AVVENTO: UN INCONTRO DI DESIDERI

Dio potrebbe lamentarsi un po’ con noi: io desidero tanto venire da te, perché tu mi desideri così poco? Ecco il grande interrogativo dell’avvento.
Che cosa significa oggi l’avvento? È una domanda molto realistica che ci sprona e ci sfida a verificare se teniamo in conto il grande desiderio di Dio di venire, di guarirci, di prendere il nostro destino nel suo cuore. Dobbiamo allora verificare il nostro rispondere al grande desiderio che Dio ha di noi, un desiderio indescrivibile, la cui misura è la croce stessa, sulla quale ha consumato il desiderio di averci a tutti i costi, e il costo è stato suo.

Un dizionario dei più recenti della lingua italiana definisce l’avvento come un periodo di quattro settimane che precede il Natale. È vero, ma questa definizione così stringata e arida, puramente cronologica, la dice lunga sulla nostra attuale cultura che è molto, o addirittura, del tutto inerte e apatica rispetto ad ogni evento religioso, dunque anche all’incarnazione di Dio. Anche noi Chiesa, che viviamo in questa cultura, dobbiamo essere attenti a non lasciarci influenzare da questa inerzia - intanto Natale viene e poi passa -, perché il tempo dell’avvento o ti prende il cuore e l’anima, oppure non è nulla. Perfino i segni natalizi, in ambito ecclesiale, rischiamo di impallidire, di essere sommersi da tutta una sceneggiatura che non è più natalizia; e poi c’è tutto il mondo natalizio che ha ben poco a che fare con il cuore e con l’anima.

Non ci abbatte per nulla tale situazione inerte e, in fondo, simulata di quello che è il cuore festoso del Natale; anzi ci sfida, ci provoca, ci obbliga a rendere l’avvento una questione interiore, tempo del cuore e dell’anima. È l’avvento vero, perché il cuore e l’anima sono gli unici capaci di rispondere al desiderio di Dio. Non ci basta un avvento che ha un richiamo tradizionale ereditato dai padri e dai nonni; non ci basta neppure un avvento che sia un bell’atteggiamento liturgico, anche se ci vuole. Se l’avvento non è l’esperienza personale che ti prende il cuore e l’anima, non c’è!

Da notare che di esperienze che prendono il cuore e l’anima e che si traducono in desiderio ne facciamo tutti. Due persone si amano e si incontrano, ma cosa le fa muovere? Evidentemente il reciproco desiderio, se una sola desiderasse l’altro, che delusione, che ferita quell’incontro! Dunque al desiderio gioioso e impetuoso di Dio di venire, non puoi rispondere se non con il tuo profondo desiderio di lui.
C’è un paradosso: noi siamo stati creati da Dio proprio per desiderarlo, quindi è questo il desiderio fondamentale che dovrebbe tenerci in piedi, ma proprio questo desiderio può sparire dal nostro cuore. Per tanti l’espressione “desiderare Dio” suona del tutto strana e incomprensibile, eppure, dice la teologia, Dio, volendo l’uomo tutto per sé, lo ha fatto persona e si è donato tutto, vuole essere un “tu” per l’uomo e vuole che l’uomo sia un “tu” per lui. Questo non è altro che la storia dell’amore applicata a Dio stesso, è per questo che desideriamo Dio, è per questo che cerchiamo di ricordarci che lui ci desidera.

Dunque l’avvento è il risveglio del desiderare Dio. D’altra parte la chiamata di Dio è tutto un risveglio, ti vuole bene e ti scuote. Ma non siamo sottratti al pericolo che la verità profonda di Dio che ci desidera impallidisca un po’, tanto siamo presi dalle cose e affannati.


IL DESIDERIO NELLA NOSTRA CIVILTÀ

Non è per nulla facile suscitare in noi il desiderio di Dio, perché siamo in una civiltà essenzialmente economica, che continuamente lavora per catturarci dentro mille altri desideri, poiché la vita di oggi deve essere mossa da un desiderio sempre nuovo e, se possibile, sempre più eccitante. La nostra certamente non è una civiltà quieta, devi continuamente desiderare. Sotto, evidentemente, ci sta l’esigenza egemonica del mercato, che ci cattura con cose belle e desiderabili, ma non ce ne accorgiamo neanche troppo. I sociologi, gli psicologi e anche gli psichiatri affermano che l’umanità cosiddetta normale si sta tutta ammalando, che il confine tra la salute e la malattia psicologica diventa sempre più incerto.

Quali sono le malattie che a poco a poco insidiano anche coloro che credono di essere sani? La malattia dello shopping compulsivo, a cui non sai dire di no, quell’irresistibile voglia di comprare, quasi un obbligo, che emerge appena entri in qualsiasi tipo di mercato. Il videopoker è già considerato una malattia classificata nelle dipendenze da non sostanza, cioè da non droga; è una dipendenza non meno grave di quella della droga che sta rovinando moltissime persone, tra cui gli adolescenti, non solo dal punto di vista economico, ma dentro. Si parla anche di internet dipendenza: sono i giovani lo strato più fragile da parte di questo assalto, giovani che non sono più capaci di tirarsi fuori da questo viaggio virtuale, non riescono più a farne a meno. Pensiamo poi alla dipendenza sessuale, anche questa compulsiva: l’istinto sessuale è eccitato, provocato in mille modi con mille intelligenze, al punto che la persona normale non riesce più a sottrarsi a questo impulso.

Sono tutte ipertrofie mostruose del desiderio, sotto sotto c’è sempre un desiderio gonfiato, fatto diventare gigantesco, che rovina la vita. È importante riflettere su questa realtà per rendersi conto che non siamo in uno stato di beata indifferenza e che, se non stiamo attenti, rischiamo di vivere in una situazione compulsiva, il che significa diventare schiavi, non essere più liberi. Guai se un cristiano si lascia prendere da questi meccanismi. Ma ne siamo poi tanto liberi? La mentalità utilitaria è quella che ci domina, siamo tutti sotto il grande ombrello dell’utile. Un buon osservatore della vita sociale ha scritto che se le persone non trovano quello che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano. È una espressione molto acuta, perché il desiderio lo abbiamo dentro, non possiamo distruggerlo, dobbiamo applicarlo a qualche cosa: vorrei cose migliori – noi siamo fatti per desiderare Dio – ma siccome ho davanti un piatto di lenticchie, mi accontento. La storia delle dipendenze è proprio l’accontentarsi triste, un po’ disperato e squallido di tanta povera gente che sembra, vedendola, la più felice del mondo. D’altra parte, come sono allegre, felici, entusiaste le voci degli spot pubblicitari! È questa l’unica felicità che vediamo, e fa proprio piangere a pensarci.


DARE ALL’AVVENTO IL GIUSTO POSTO

In questa cultura, accettiamo la sfida. Sulle prime in un mondo così l’avvento è proprio l’ultima cosa che potrebbe accadere, non sappiamo dove collocarlo. Invece io cristiano so dove collocarlo, perché ho la fede, perché posso capire quella Parola di Dio che mi sta dicendo: io voglio che tu esulti, mia piccola creatura. Ti senti steppa? Ti farò rifiorire, vedrai come ti renderò forte, fatti coraggio, non avere paura, vengo a salvarti. Ti senti incerto, ti senti confuso, non vedi, non capisci? I tuoi occhi li aprirò io, fidati, ti darò luce per la tua vita. Non sai dove andare, zoppichi? Io ti indicherò la strada. È Dio che me lo promette, uno che se promette mantiene, un Dio che, proprio adesso, si sta curando di ciascuno di noi. È meraviglioso. Ecco allora che il mondo dei desideri ingigantiti non ci impressiona, perché possiamo assumere una riflessione critica, e ci fa pena vedere che ci sono tanti che non sono capaci di alcuna riflessione critica e sono trascinati alla deriva da questo modo di vivere. Sono quelli che dobbiamo aiutare. Noi accettiamo la sfida e cerchiamo di risolverla a nostro favore.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore