Sermig

Costruttori del regno

 

La regalità del Signore comporta un programma, perché dire che Gesù è re implica il regno e quindi gli operai del regno stesso.

di Giuseppe Pollano

La regalità di Gesù: Re di potenza, sapienza, amore
Nel manifestarsi di Dio a noi c’è una triade infrangibile e indivisibile che avvolge tutti i particolari della nostra vita: potenza, sapienza ed amore. Pensiamo anche solo a come saremmo più in pace se, di fronte a qualsiasi avvenimento della nostra vita, soprattutto i meno facili, noi fossimo pronti a credere che ciò che mi sta accadendo è passato nella potenza, nella sapienza e nel cuore di Dio, perciò posso fidarmi. Infatti quando Gesù ha detto “Io sono venuto a servire” ci ha messo a disposizione per la nostra gioia la sua potenza, la sua sapienza, il suo cuore. È tutto questo che Gesù, umilmente, ha raccolto nel titolo “Io sono re” (cfr Gv 18,33-37).
Va allora capito questo re di un regno che, non essendo umano, non può dividere regnante e governati: nel disegno di Dio noi regneremo tutti e stiamo già ora lavorando per il regno e nel regno.

Gesù nel dialogo con Pilato, andando all’osso della questione, precisa che la sua regalità non appartiene a questo ordinamento, cioè al nostro modo umano di mettere insieme gli uomini e di difenderlo. In poche battute, Gesù definisce la mentalità pilatesca: uno può e gli altri possono molto di meno, e chi ha potere lo mantiene in maniera coercitiva; una mentalità presente anche nei sistemi sociali in apparenza più democratici o permissivi, egualitari o benigni, dove poteri più o meno occulti gestiscono quello che riguarda la nostra vita sociale. Il potere è una forza spesso tragica, anche solo quella piccola fettina che ognuno si conquista e che diventa capace di renderci prepotenti: non avremo le guardie, ma avremo le parole che tagliano più delle spade delle guardie, avremo l’aggressività, l’intolleranza, la critica, etc.
Gesù conferma a Pilato la sua regalità legandola alla verità. La verità è che ogni cosa si trova nell’ordinamento di Dio. Tutto è già regolato dalla sua potenza, sapienza e bontà; il prenderne coscienza ci aiuta a essere aperti al dialogo col Signore sia davanti al tabernacolo come al piccolo fiore che nasce e a renderci più forti e più sicuri perché ci sentiamo fasciati dalla presenza di Dio.
La non verità è cancellare questa triade che emana da Dio per sostituirla con quella dell’uomo, creando un mondo di menzogna e di errore dove si vive male e con paura.

“Non vogliamo che costui diventi nostro re” (Lc 19,14)
Anche dentro di noi, se siamo umili, dobbiamo riconoscere che qualcosa continua a gridare o brontolare “io non voglio che Costui regni sopra di me”, almeno “non più di tanto”.
Una delle cattive arti di chi conosce Gesù è cercare di conservare per tutta la vita una prudente distanza nei rapporti con lui. Gli daremo qualche cosa che non ci sbilanci troppo, per esempio le nostre buone devozioni, l’aspetto cultuale del cristianesimo, alcune nostre buone opere, ma non la vita.
Il verbo importante di questa frase non è tanto “non vogliamo” ma “diventi nostro re”. Diventare è un verbo che descrive un processo, un qualcosa che non capita di colpo come un fulmine, una lenta trasformazione ed è proprio la potenza di Dio, la sapienza e il cuore di Dio che l’uomo non accetta: “Tu - sembra che l’uomo dica a Dio - hai tutte le intenzioni di conquistarmi, ma non ci riuscirai”.

La nostra epoca è dominata da gente che continua a ripetere che non appartiene ad una società religiosa, né tanto meno cristiana; allora è molto importante che noi acquistiamo la consapevolezza di essere una minoranza di tipo evangelico, il seme che deve crescere, il lievito nella pasta che deve affrontare quel no al regno di Cristo che seduce o aggredisce o carezza in tutte le maniere per smussare il nostro cristianesimo.
Allora, minoranza che si salverà come minoranza della purezza di cuore che vuole continuare a vedere Dio, come minoranza della pace che vuole continuare ad essere sorriso di questo mondo, come minoranza della povertà che vuole continuare a condividere con tutti, ma minoranza che si salva soltanto con lo stile fermo e ascetico, col coraggio della croce. Non vogliamo caricare la croce addosso a nessuno, semplicemente la vogliamo prendere noi. Dobbiamo impegnarci a salvare la nostra originalità cristiana in ogni ambiente. Anche in quelli che sembrano più favorevoli si possono trovare delle insidie se cala il fervore.

Il regno. Noi dobbiamo prendere coscienza che, se il re è maestro, il regno è il compito che ci dà e noi viviamo per svolgere questo compito. Certo abbiamo tanti altri compiti come la famiglia, il lavoro, etc., ma questo è quello più profondo e totalizzante. Infatti ogni nostro gesto, parola, sguardo, ragionamento, azione è regno: tutto è regno, come per Gesù, incarnato fino alla punta delle nostre unghie, uomo come noi.

Il regno dei Cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma ... (Mt 13,24); a un granellino di senape (Mt 13,31; Lc 13,18-19; Mc 4,30-31); al lievito (Mt 13,33; Lc 13,20-21); a un tesoro (Mt 13,44); a un mercante (Mt 13,45); a una rete (Mt 13,47); a un re che volle ... (Mt 18,23); a un padrone (Mt 20,1); a un uomo che diede una grande cena .... (Lc 14,15-24; Mt 22,2-14); a dieci vergini (Mt 25,1).
Il granello di senapa è la parabola dell’enorme riserva di potenza che noi cristiani siamo in questo mondo. Un cristiano può diventare una potenza!
Il lievito ha un carattere più personalizzante, cioè sei tu che cresci per te, per fare effetto nell’ambiente in cui sei.
Il tesoro e il mercante ci dicono che, se si spegne in noi il desiderio di crescere in Cristo, si è perduti, non si esegue più il proprio compito e si perde Gesù Cristo come il tesoro più grande, più amabile, più affascinante da conquistare.
La rete è la parabola di noi stessi: abbiamo tutti molti desideri, bisogni, la vita, l’amore, la famiglia, etc.: tutte belle cose, ma dobbiamo fare in modo che ci regga, anzi ci tormenti un po’, il desiderio di continuare a diventare cristiani. Parabola brevissima, ma che ha sconvolto la vita di innumerevoli persone.
La parabola dei talenti ci ricorda che Dio lascia a ciascuno la responsabilità del crescere nei doni ricevuti, soprattutto i doni ecclesiali, perché le parabole di Matteo, molto spesso, si rivolgono alla comunità ecclesiale.
La parabola dell’invito a cena ci ricorda che dobbiamo lasciarci coinvolgere da Dio. Se si rifiuta l’invito, l’invitante non si rassegna e si rivolge altrove.
La parabola dei lavoratori nella vigna ci insegna che c’è sempre speranza di entrare nel regno di Dio. Portare speranza è compito per tutti, non solo a grandi livelli. Quando capita qualcosa in famiglia e si soffre insieme, ricordare che il Signore è presente in questa sofferenza è portare la speranza. Quando, guardandoci attorno, vediamo facce tirate, tristi, malinconiche, e questo capita tutti i giorni, si sa già dove andare a seminare una parola di speranza.
La parabola della vigilanza è quanto mai attuale nel mondo d’oggi, che fa di tutto per allontanarci dalla costruzione del regno di Dio. Essere vigilanti aiuta a vivere queste parabole, ad accettare il regno e a essere avvolti dalla sapienza, dalla potenza e dal cuore di Dio: questo rende sereni, forti al di là dei propri problemi, ricchi della pace del Signore.

Il già ma non ancora. Oggi il regno è soprattutto un annuncio, perché esso si realizzerà alla seconda venuta, quando entreremo nella gloria. Il regno di Dio non si crea in terra, è escatologico, è in Paradiso, ma siamo qui per annunciare, per dire che c’è, per provare coi fatti che sapienza, potenza e cuore di Dio reggono tutto, che Cristo è il re e che noi siamo regnanti con lui, protagonisti della sua sapienza, potenza, bontà.
Se oggi ripetiamo a Gesù che vogliamo essere partecipi di questo suo magnifico lavoro, gli avremo fatto un regalo, perché nella cultura in cui viviamo, non si sa se il re sia sul trono o non ci sia più. Potrebbe anche essere, umanamente parlando, un re un po’ detronizzato, ma Gesù non si spaventa, perché si aspetta da noi una forte risposta, con l’aiuto di Maria.


a cura della redazione
fonte: incontro all’Arsenale della Pace
di Giuseppe Pollano