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Comunione!

Nell’era della scienza e della tecnologia parlare di Gesù che ogni giorno si offre nell’Eucaristia è un banco di prova per la fede.

di Giuseppe Pollano

Vetrata del Santuario nazionale, Maria Regina dell'Universo, Orlando (Florida) Nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia, Giovanni Paolo II al n. 39 scrive: “L’Eucaristia, essendo la suprema manifestazione sacramentale della comunione nella Chiesa, esige di essere celebrata in un contesto di integrità dei legami anche esterni di comunione”. Il punto più delicato del nostro rapporto personale con Gesù Cristo eucaristico è quello dove mettiamo alla prova l’incontro tra l’unicità di Gesù, un solo pane un solo calice, e le nostre differenze personali, che sono doni di Dio. Quante volte questo incontro diventa uno scontro che vede la unicità di Cristo sconfitta, perché siamo capaci di fare diventare divisione e anche ostilità le nostre differenze umane. Riuscirà l’unico Signore a farci uno, il che significa la naturalezza della carità? È proprio qui che è in gioco la visibilità e la credibilità dei cristiani. Gesù lo ha detto chiaro: vi riconosceranno per miei discepoli per la fraternità vissuta, che avvince e affascina, è quella che “dice” Dio.

Abbiamo molte maniere di stare insieme, ricordiamone alcune. Il fatto, conscio o inconscio, della semplice affinità istintiva, la simpatia. Molte volte capita che i cristiani stessi vadano a simpatie o antipatie. Più forte della affinità istintiva è la gioia
dell’innamoramento. È un fascino irresistibile, è molto gratificante, sembrerebbe di aver raggiunto tutto, il guaio è che ti sei innamorato di una sola persona. E tutti gli altri miliardi? Spesso accade che dentro l’insieme si creino dei sottoinsiemi, isole di affetti e amicizia. È un grave errore, perché si dà per scontato che se noi non apparteniamo a un sottoinsieme non riusciremo mai a volerci bene. Si dà per scontata la sconfitta della carità. Ci sono poi molti altri modi di essere insieme, oggi normalissimi. Basti pensare a tutte le organizzazioni operative, dove l’anima è lo stare assieme per lavorare. Intese, collaborazioni, interessi comuni, commercio creano sempre però i loro opposti, perché l’interesse comune suppone delle concorrenze, delle ostilità, delle inimicizie. Sembra più profondo l’ideale comune, pensiamo ad esempio a quello politico. E anche l’ideale culturale o quello sportivo sono tentativi di aggregazione. Quindi si creano molto aggregazioni compatte, ma illusorie, perché non sono quelle che ci fanno arrivare alla comunione sognata, nessuna di queste motivazioni aggreganti, da sola o con altre, è in grado di realizzare la vera comunione e di escludere disamore e conflittualità.

Il Papa, di fronte a queste realtà, afferma nel n. 40 dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia: “l’Eucaristia crea comunione ed educa alla comunione; bisogna riflettere sulla vera realtà dell’Eucaristia per tornare allo spirito di comunione fraterna”. Il termine “educa” sottolinea che nessuno va all’Eucaristia già perfetto, è un cibo che ci nutre, ma ci fa anche riflettere: cosa vado a fare, chi vado a prendere, che effetto ha su di me questo cibo? Il tornare allo spirito di comunione fraterna è un richiamo incoraggiante, ma anche serio e obbligante.

Incoraggiante perché ci ricorda che la comunione in Gesù è provocata in noi dal suo Spirito. È lui che ci fa uno, non è il nostro cuore che produce la comunione, anche se lo vuole. Il cuore deve solo accettare e assecondare lo Spirito. Lo Spirito, come dice Paolo ai Romani, vince la nostra debolezza, pertanto fidati, non darti per sconfitto prima del tempo e quando hai detto “non ci riesco” – ed è vero – non fermare lì la frase, aggiungi: “ma posso tutto in colui che mi dà la forza”. Ecco la fede. Nello stesso tempo lo Spirito non è vinto dai nostri limiti umani. D’accordo, ci sono situazioni patologiche, psicotiche dove è evidente che si fa quello che si può, ma normalmente le nostre finitezze e limitazioni sono vincibilissime. La storia dei santi, dal punto di vista antropologico, è quella di un’autentica trasformazione caratteriale.
Il nostro cuore da solo non ce la fa, sentiamo in noi dei sentimenti cattivi e negativi che non vorremmo e che non riusciamo a vincere. Senti l’invidia? Non stupirti, è un vizio capitale, però non rassegnarti, non disperarti, non nasconderla dentro come se non ci fosse; chiedi allo Spirito di darti il suo modo di amare: amore, benevolenza, … E la persona che ieri invidiavi adesso senti che è amabile. Bisogna credere all’opera dello Spirito.

Incoraggiante, dunque. Ma anche obbligante. Obbligante nel senso vero della parola, non è un optional, perché è la maniera di essere cristiani. Lo Spirito va seguito con forza. Attenti però: lo Spirito ci stimola, ma non aspettiamoci mai miracoli spirituali, chiediamo la forza dello Spirito, ma poi, onestamente da adulti, si deve andare avanti. Gesù non ci ha salvati con un miracolo di onnipotenza, ma, condotto dallo Spirito, è andato lui fino alla croce. Senza Spirito la sua umanità fragile sarebbe crollata.
Spesso nella pratica della vita spirituale ci accontentiamo di avere sinceramente desiderato il bene, altrettanto sinceramente di averlo chiesto, e poi aspettare. Non è così che ci si santifica. Desiderare il bene, chiederlo, e poi fermarti pensando che non ti è stata data questa grazia è un errore di metodo. Il bene ti è dato, ma perché sia tu a farlo. Se vogliamo essere spietatamente sinceri, dobbiamo riconoscere che lo Spirito, spada a due tagli, deve arrivare fino ai nostri difetti, per separare il bene e il male. Dobbiamo abituarci ad un discernimento sempre più vero e sincero davanti al Signore, non c’è da vergognarsi. Basta essere umili e amare molto Gesù. Il pensiero di fare una cosa che a lui non piace, mi punge il cuore, mi fa pentire, perché amo Gesù più di tutti.

Diventa allora logica la conclusione di Giovanni Paolo II: “La custodia e la promozione della comunione sono compito di ogni fedele” (EdE, 42). È una frase importantissima, tutte le parole sono pesate. Custodia e promozione: se non stai attento la comunione scappa, e se non la promuovi deperisce. E poi ogni fedele, in quanto cristiano, è sorgente che butta amore. Ogni cristiano ha come compito – è un comandamento, non è un consiglio! – di custodire e promuovere la comunione. Tale compito supera tutti gli altri.

L’attenzione continua alla comunione e alla carità è teologicamente vera al punto che la comunione all’altare e nel vissuto diventa un’unica liturgia. Se liturgia è lo scorrere della vita di Dio in noi, grazie alla mediazione e al sacrificio di Cristo, grazie alla presenza dello Spirito, essa diventa certamente sublime nel momento eucaristico, ma continua nella vita. Allora la tua carità è la tua liturgia, è la semplice continuazione logica dell’eucaristia che hai ricevuto. Sono concetti teologici su cui riflettere, perché rischiamo tutti di staccare il rito eucaristico dalla vita vissuta, invece non c’è soluzione di continuità. La dissociazione tra comunione all’altare e vissuto segna la fine dell’autenticità cristiana davanti a Dio e agli uomini. Non posso riconoscere come cristiane due persone che non vanno d’accordo.

Fino ad oggi non c’è mai stato un tempo in cui la Chiesa ha osato definirsi il popolo della carità. Opere di carità stupende sì, ma proprio definirsi il popolo della carità nessuno ha mai osato farlo. E che non abbia osato vuol dire che è stata umile, ma è anche un po’ triste constatarlo. Adesso invece la Chiesa osa parlare di civiltà dell’amore e coinvolge il popolo di Dio in questa bellissima aurora. Noi siamo in questa aurora e dobbiamo credere e chiedere che sia possibile che finalmente il popolo di Dio, che non è una entità anonima e nebbiosa ma è fatto di persone vive, si meriti che la gente dica: “voi ci credete proprio nella carità e si vede che la praticate”. Questo è il sogno che teniamo in cuore, e dobbiamo pregare perché avvenga presto.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig