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Noi, vivi nello Spirito

Lo Spirito Santo è colui che fa tutto nella Chiesa e, chissà perché, lo pensiamo e interpelliamo poco, come se fosse di mediocre importanza. Invece è un grandissimo amico sul quale dobbiamo fare molto affidamento.

di Giuseppe Pollano


Rientra pertanto negli impegni primari della preparazione al Giubileo, la riscoperta della presenza e dell’azione dello Spirito”. È una frase della Tertium Millenium Adveniente, lettera apostolica di Giovanni Paolo II scritta per esortare tutta la Chiesa a prepararsi al Giubileo.


Lo Spirito Santo è l’inquilino interiore
Questa indispensabile Persona per la realizzazione del progetto di Dio nella storia è il soggetto portante di tutto quello che accade, perché agisce persona per persona. Tutto comincia dal ‘di dentro’, è dunque un Dio invadente, che ci interpella, che agisce su di noi.

Paolo ci pone una domanda che letteralmente ci inchioda: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito abita in voi? (1Cor 3,16). Se Paolo avesse detto, per esempio che lo Spirito c’è, che lo Spirito ci guida in qualche modo, che ci è vicino, ciò non ci avrebbe coinvolto totalmente; ma avendo detto che siamo tempio di Dio e che in noi c’è lo Spirito, questo mette in discussione tutte le altre presenze. Lo Spirito è più vicino, più intimo di tutte le persone che ci sono vicine, che ci amano e che amiamo.
Quanto me ne accorgo di questa presenza? Quale è la mia reazione al fatto che lo Spirito abita in me? Quello che importa è il desiderare, anzi il volere non essere ciechi e sordi al fatto che “Tu abiti in me”, per lasciarsi reggere e guidare da questa presenza.


Lo Spirito Santo ci conduce a compiere i progetti di Dio

Lo Spirito pretende di condurre ogni persona. Un “autista” intra-prendente (nel senso che prende dentro) e personalissimo: ha le sue idee, ha le sue interpretazioni della vita, basti pensare alla varietà dei santi, tutti diversi tra loro, tutti nuovi, tutti creativi. È vero che si può spegnere lo Spirito, come dice Paolo, cioè si può scansare, ma non si può distruggere.

Condurre per cosa? Senza plagiarci, perché siamo liberi, vuole essere un “soggetto” importante per noi, anzi, il nostro soggetto per realizzare cose molto più grandi di quelle che faremmo. L’effetto che un soggetto fa sull’altro è anche a livello umano. Pensiamo ad una mamma che educa un bambino; abbiamo tutti incontrato persone che potevano agire su di noi e, in qualche maniera, prenderci dentro la loro soggettività forte, la loro personalità influente; se questo soggetto era buono ben venga, ma se era meno buono, abbiamo capito l’urgenza di tirarci indietro, di non lasciarci catturare. Questo gioco di catturare l’altro è il più affascinante di tutti: l’ultimo secolo è stato ricco di propaganda, di ideologie, di personaggi che sono stati grandi catturatori di altri.

Non è così che fa Dio. Con Dio le cose sono molto diverse per la ragione che lui ha il diritto di diventare il mio soggetto, perché è il mio Dio che mi ama, che mi rispetta infinitamente, che muore per me: lo lascio venire in me, sono ben contento che svolga i suoi progetti. Lo Spirito vuole essere un conduttore discreto al punto che, pur essendo l’onnipotente, lo si può zittire, non ascoltare; ma nello stesso tempo è di una penetrazione sottilissima, e ci accompagnerà fino all’ultimo respiro della vita. Essenziale è fare un patto con lui, capire che il cristianesimo, nato appunto dalla Pentecoste, è questo. Non basta sentirsi dire “lo Spirito abita in voi”. Insomma, bisogna capire meglio.


Dove ti trovo, Spirito?Abitualmente si ritrova
lo Spirito almeno in quattro dimensioni.
La prima dimensione è la nostra coscienza, che è testimone che dentro di noi vive lo Spirito. C’è un aspetto della coscienza, infatti, che è cognitivo, cioè la coscienza sa, si rende conto. C’è un secondo aspetto. La coscienza muove: lancia impulsi oppure frenate, secondo i casi. Ci accorgiamo che la coscienza è il principio dinamico della personalità. Chi crede nella coscienza quale stanza dei bottoni dello Spirito e la segue ha ben ragione di ringraziare Dio, perché fa partire il proprio io da dentro, da dove percepisce che il conduttore suggerisce e stimola. In realtà non c’è persona umana che non sappia e non si senta, anche nel poco, muovere verso il bene, che non abbia un attimo di luce e di emozione interiore.

La seconda dimensione è la comunità, dove si collauda il proprio essere spirituale, quanto lo Spirito agisce in noi. Perché la comunità è una sfida, perché siamo tutti potenzialmente conflittuali. Quando lo Spirito riesce a fare di persone diversissime un cuor solo e un’anima sola, questo è il collaudo sicuro. Ci sono persone a cui basta una religione
molto privata; pregano, frequentano la chiesa la domenica, fanno anche qualche opera buona, ma non chiedete loro di partecipare ad iniziative di altri o frequentarli. Sono troppo sensibili a se stessi, vorrebbero trovare un gruppo che sia, in fondo, una specie di cassa di risonanza, dove tutti sono come loro. È un individualismo che rende difficile la comunione.

Sarebbe un segno preoccupante se dentro una comunità si creassero piccole isole dove ciascuno sta per i fatti suoi: giovani coi giovani, vecchi coi vecchi. Sarebbe un coagularsi male, un perdere la compattezza della comunione, cosa che può sempre capitare nella misura in cui ascoltiamo più noi stessi che l’altro. La comunità infatti non è come una bella festa; è impegno, è tensione, è prendere l’altro com’è, è essere vicino ad uno quando non ne avresti voglia, è parlare quando vorresti stare zitto o viceversa. Tutte queste cose fanno sì che la comunità sia anche una scuola di ascetica. Quando uno accetta questo, vuol dire che lo Spirito riesce a condurre dove vuole lui, nella comunione.

La terza dimensione è la vocazione, che potremmo definire come la pista di decollo della nostra vita animata dallo Spirito. Lo Spirito ci conduce a vivere la nostra vocazione: la chiamata da Dio è la mia strada. Quanto a vocazioni non è come andare al mercato e prendere quello che piace. In partenza, non è che Dio chieda di scegliere se sposarsi o consacrarsi. Siamo liberi, ma Dio ha su ognuno un progetto. Se lo si accetta con gradualità ci si realizza, si diventa proprio come Dio ci ha sognato. Lo Spirito mi sta portando verso il mio vero io, mi scolpisce.

Se siamo abbastanza fedeli nella coscienza e se siamo fedeli a una comunità, siamo avviati, poco per volta, su una nostra precisa strada. Che sarà uno stato di vita, come ad esempio il matrimonio, ma anche mille altre cose, perché la vocazione è come un albero: c’è sicuramente il tronco e poi i rami più grossi e poi rami più piccoli e poi rami ancora più piccoli.

La vocazione non è da confondersi però con le attitudini naturali, che tutti abbiamo, Dio mi conduce. Ciò non vuol dire che le attitudini non servano, anzi, bisogna coltivarle perché sono i nostri talenti, però la disposizione d’animo è metterle a disposizione del Signore, al suo servizio. Poi sarà il Signore ad usarle, se servono al suo disegno. In ogni caso è veramente un bene se io riesco già a sapere, a cogliere, o sto già addirittura vivendo, quella che ho buone ragioni per pensare sia la mia chiamata: perché è qui che lo Spirito mi conduce.
Potrebbe anche accadere di trascorrere un periodo di perplessità, in cui non si riesce a capire bene quale sia la nostra vocazione, poiché oggi abbiamo moltissime possibilità: non bisogna spaventarsi di questo. È quasi inevitabile oggi, mentre una volta si era perfino troppo fissi nel ripetere modelli tradizionali e cambiare sembrava una cosa terribile. Oggi si fa fatica a fissarsi su un modello perché tutto cambia; ma lo Spirito sa condurre, lo Spirito ci attira anche attraverso l’apparente caos, lo Spirito ci fortifica. Ci sono sempre alcuni segni da cui si comprende quale sia la vocazione: è con questi segni che lo Spirito si presenta, dobbiamo educarci a capirli e poi andare avanti.

La quarta dimensione è la Chiesa, che è si potrebbe definire il luogo di ‘rifornimento’ dove trovare lo Spirito. Per essere veramente Chiesa è fondamentale la virtù dell’umiltà.

Se viviamo queste quattro dimensioni, la nostra vita è chiamata a diventare ciò che l’impulso dello Spirito ha intenzione di compiere in noi, niente di più e niente di meno. Logico, ma stupendamente impegnativo.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig