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RICONOSCERE IL RISORTO (1/2)

La Pasqua del Signore sicuramente è avvenuta, Gesù è risorto e sta vivendo da risorto. Ma questo è un evento che può sfuggire alla nostra attenzione, senza riuscire così a coinvolgere la vita.

di Giuseppe Pollano

 

Le cronache degli incontri di Gesù con i suoi, dopo la resurrezione, ci ricordano che non basta vedere Gesù per riconoscerlo. Può accadere dunque che a noi credenti, sebbene la presenza di Gesù domini sicuramente il mondo e la storia perché è il Signore, sfugga questa presenza. In altre parole, noi sperimentiamo a poco a poco e sempre meglio la Pasqua e la gioia pasquale nella fede, anzi, nell’arte di credere.

Arte di credere, perché la fede non è una specie di vestito che ci portiamo addosso, sempre quello senza mai cambiarlo, e neppure è un alto e basso di emozioni e di sentimenti, stagioni diverse della vita affidate a chissà quali circostanze. La fede è un profondo esercizio, prioritario – primo di tutti -, metodico, ordinato che ci conduce a riconoscere continuamente Gesù.
Dobbiamo allora domandarci come può accadere questa situazione quasi paradossale: risorto, vivo, dominante e possiamo non riconoscerlo, ma dobbiamo riconoscerlo.
Gesù non è risorto come Lazzaro riprendendo la misura umana, è risorto a una vita molto più ricca, trascendente la nostra vita, capace di entrarci, ad esempio ci è entrato come Risorto mangiando con i suoi discepoli. Una vita immensamente superiore alla nostra, una vita dunque che noi non abbiamo ancora così piena. Egli non è più qui con noi come prima della resurrezione, lo è nel mistero profondo della presenza sacramentale e lo è in un modo che va oltre la nostra esperienza umana. E se noi lo vogliamo vedere e riconoscere, dobbiamo andare anche noi in quell’oltre, là dove egli è glorioso, anche se non ci siamo ancora continuamente, come invece ci sono tutti coloro che sono già entrati nel regno di Dio. Ceramiche realizzate da Palmira Laguéns su disegno di José Alzuet, Gesù Rirosrto, Santuario di Torreciudad, Spagna
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Incredulità di San Tommaso La vita di tutti i giorni, la nostra condizione presente, va quindi affrontata in modo che non soffochi in noi la fede vissuta, che non è la sola fede creduta nella mente, che può rimanere anche se non viviamo la fede. È la fede vissuta che conta, quando appunto vivi riconoscendo in quella situazione, in quel prossimo, Gesù Cristo Signore. È allora che trovi il Signore, ma potrebbe anche darsi, e la tua esperienza te lo ha insegnato, che tu invece non lo trovi, non ti accorga che è lui, e allora tu vivi quella situazione o quell’incontro all’umana, come tutti quelli che non credono.
Il modo per crescere nell’arte di credere, almeno cinque regole di questa arte di essere credenti, è offerto dai brani postpasquali dei vangeli: non naufragare nei propri sentimenti, non identificarsi col proprio fare, dar credito a Gesù, pregare in modo profondo e serio, tenere Gesù nel cuore e connettere il cuore a Gesù.

Attenzione quindi a non lasciarsi imprigionare dal proprio mondo interiore di sentimenti e passioni, altrimenti si è portati a fondo e al momento buono non si sa più dire “Signore!” e non lo si riconosce più.


non naufragare nei propri sentimenti


La prima regola la deduciamo dal comportamento dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,13-18) e di Maria di Magdala (Gv 20,11a.14-25). Tutti e tre questi personaggi sono immersi nella tristezza più totale al punto che si identificano con la loro stessa tristezza. Anche noi qualche volta sperimentiamo che il sentimento negativo del vivere, la melanconia, la disperazione, appunto la tristezza più profonda, sembra che siano l’unica esperienza che facciamo. Ebbene, quando una persona si lascia immergere dentro il proprio mondo sentimentale, dentro le proprie passioni inquiete, non ne esce più, fa naufragio dentro esse.

In quei momenti è certamente impossibile che una persona riconosca il Signore, tanto la sua coscienza è sommersa dentro l’esperienza del proprio sentimento. Anche se crede mentalmente, Gesù non la cambia e non le dice nulla. Non si tratta solo dell’esperienza della sofferenza e del dolore, ma di qualsiasi fortissimo sentimento; anche una grande felicità può sembrare così sufficiente per vivere che, sebbene crediamo in Gesù, non la colleghiamo a lui. Insomma, se prendiamo il mondo dell’emozione, delle lacrime, del sorriso felice, come il nostro mondo, saremo molto poveri di fede.

Infatti, se provate a dire ad una persona, anche se è credente, che ha il volto triste dei due discepoli di Emmaus o che piange come Maria di Magdala, che il suo dolore ha un senso, che è una partecipazione alla croce del Signore, e se provate a invitarla a riconoscere Gesù Cristo in quella situazione, è tanto che non si rivolti contro di voi, perché le date una consolazione di cui non sa che farsene. Probabilmente vi risponde: “Non parlarmi di Gesù, non mi dice niente, non mi toglie il dolore”.
È evidente che l’esperienza umana troppo forte a cui ci abbandoniamo facilmente, fa sì che non riusciamo più a leggerla in Gesù Cristo. Quanti cristiani, forse senza accorgersene, vanificano il Gesù risorto che è lì per loro, con loro, che cammina vicino a loro e per giorni, settimane, anni non lo riconoscono mai e continuano a vivere angosciati e tristi, senza leggere tutto in lui!


non identificarsi col proprio fare
Riflettiamo sull’episodio di Pietro e dei suoi che, saliti in Galilea, non sanno bene come muoversi perché Gesù non ha dato un appuntamento preciso (Gv 21,2-5). Pietro, pescatore, riprende il suo mestiere di sempre. Ci vanno anche gli altri e passano una notte di pesca infruttuosa. Ma non è questo quello che conta. Quello che conta è che Pietro e i suoi si sono di nuovo identificati con il ruolo che avevano prima che Gesù li chiamasse. Mancato Gesù, la sensazione di ritrovarsi vivi facendo le solite cose è stata forte. Questo è un po’ il ritratto dell’uomo di mondo, oggi così abituale, che si immerge nel suo fare, che si inebria del suo fare, che se ne riempie la vita, che, di fatto, si identifica in ciò che fa. Quando l’esistenza è vissuta in questo modo, non riconosciamo Gesù nelle cose che si fanno; magari gli regaleremo ancora qualche momento, perché non abbiamo rinnegato la fede, ma Gesù rimane perso altrove, non lo si connette più con il lavoro, le fatiche, il successo. Pesca miracolosa, Chiesa di Santa Caterina da Siena, Donnalucata (RG)
Se non si sta attenti, si ridiventa non credenti anche senza fare alcuna scelta negativa. Può accadere a tutti, anche a un sacerdote se egli si identifica troppo con qualche altra buona cosa che fa che non sia però il suo vivere di Gesù. Ogni giorno occorre ritrovare se stessi, continuamente ricercare la propria identità cristiana, stare attenti a non perderla e quando ci si accorge che l’identità è un po’ in crisi perché è un po’ di tempo che prego poco, mi interessa di meno l’incontro con il Signore, mi sento svogliato e arido, è allora che bisogna reagire subito, perché la nostra identità non va assolutamente perduta o sacrificata ad alcun valore di questo mondo. La cultura di oggi più volte ci sfida, sappiamo di non essere in un ambiente protettivo, quindi se la tua fede è un tuo esercizio continuo, allora perdura, ma se la lasci alle circostanze, la perdi. Gesù l’aveva detto: gli affanni e le attrattive della vita soffocheranno il seme (Mt 13,22).

Attenzione quindi a non essere appesantiti da troppe molte cose, perché il gusto, il sapore, la stanchezza delle esperienze fattive della vita può ancora una volta estraniare dal Signore, non riuscire più a sentirlo in sintonia, a sentirlo “il mio Signore”.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


Vedi anche:
RICONOSCERE IL RISORTO (2/2)

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig