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L'EPISODIO DEI DISCEPOLI DI EMMAUS (1/2)

Di tutti gli episodi postpasquali, quello dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è ricco di aiuto e di ispirazione per noi credenti. Il segreto dell’episodio sta in due viaggi: il venir via da Gerusalemme con il passo pesante ed il tornarvi correndo.

di Giuseppe Pollano

He Qi, La via per Emmaus I due viaggi dei discepoli di Emmaus hanno al centro la risurrezione da quello stato di morte interiore che si portavano dentro viaggiando verso Emmaus. Tutto ruota attorno all’apparizione straordinariamente amichevole di Gesù, venuto non solo per far loro sapere che era risorto, ma per farli risorgere e, di conseguenza, diventare a loro volta capaci di fare risorgere altri. Noi infatti crediamo che non solo Gesù è risorto e ci farà risorgere, ma che ci sta facendo risorgere per trasformarci in persone capaci di trasmettere risurrezione: il Signore è risorto per questa pienezza, non per se stesso.
dalla delusione della vita al senso di ogni cosa

Il viaggio da Gerusalemme a Emmaus è, molto emblematicamente, il viaggio della vita, perché lo potremmo definire il viaggio della delusione. Questi due discepoli sembrano vivi, parlano, discutono, ma in realtà è come fossero morti, perché sono radicalmente delusi. La delusione è un’esperienza molto seria e, diciamolo pure, molto difficile, forse la più difficile della vita. Accade di sentire persone che dicono “almeno non avessi sperato”, perché è meglio non sperare che sperare e rendersi conto che dietro la speranza c’è la delusione. Noi accettiamo che la vita in qualche cosa ci deluda, ma a poco a poco, se la delusione diventa troppo grande e prende la misura della vita stessa, arriviamo a quel limite che è la soglia suprema di sopportazione e concludiamo che la vita è una delusione. Quando si arriva a questa situazione irreversibile si è capaci di tutto, anche del suicidio.

I due discepoli avevano giustamente sperato tutto da Gesù, una persona degna di ispirare non una illusione ma un ideale tale da coinvolgere tutta la vita. Essi avevano sicuramente puntato tutto su lui; e la città che era diventata allora la città della gioia, dell’incontro, della verità, dell’amico, di lui insomma, a un certo punto diventa l’insopportabile città da cui non c’è altro da fare che andarsene.
Un cammino della delusione dunque, la stessa che tanto o poco abbiamo incontrato tutti, si trattasse o no di Dio. Bisogna avere il coraggio di affermare che la delusione è un esperienza necessaria se vogliamo veramente incontrare Dio, perché senza la delusione continueremmo a pensare che la gioia e Dio stesso abbiano la nostra misura, e da questa misura non potremmo mai uscire. Solo quando ci accorgiamo che Dio è molto più grande e più buono di quello che noi pensiamo e che questa grandezza e questa bontà ci superano e devono sradicarci dalle idee e dalle abitudini che abbiamo, solo allora possiamo incominciare a dire che abbiamo conosciuto Dio. Ricordiamo che Gesù, affrontando la grandezza del Padre al Getzemani, disse: “se fosse possibile mi terrei la mia misura, non vorrei la tua misura, però capisco che la tua misura, Padre, è quella giusta e, perciò, venga”. Così dunque dobbiamo, in qualche modo, essere scarnificati delle nostre illusioni per incontrare il Signore.

Il cammino della delusione sarebbe probabilmente finito male per questi due uomini, così totalmente delusi nella loro profonda speranza religiosa. Ma il Signore si è fatto presente; questo è di fondamentale importanza. Gesù, certamente lo si incontra in una chiesa, ma lui ci cerca nella nostra delusione o nei momenti difficili, precisamente quando la fede avrà gli occhi offuscati e tutto quello che si saprà dire, commentando una vicenda della vita, è “speravamo”, ma col tono di chi ha inutilmente sperato.
Quando insomma ci accadesse di volgere le spalle a Gerusalemme (che vuol dire volgere le spalle alla capacità di sperare e talvolta perfino alla capacità di credere e di pregare, alla voglia di essere fedeli a Dio) perché, in fondo, ci vien da pensare che non ne valeva la pena e siamo stati delusi, sarà il Signore allora, pieno di amicizia, a venire al nostro fianco. È bene sapere prima che lui insiste e non ci abbandona mai, perché al momento giusto non ce ne accorgiamo. Dunque, sul cammino della delusione che scende nella vita e l’avvolge, lui c’è.
He Qi, Cena ad Emmaus Gesù si affiancò a quei due poveretti e fece la cosa più bella che Dio sapesse mai fare nella vita di un uomo: svelò che nelle cose che erano accadute c’era un senso. La domanda più preziosa che Gesù fa a questi due è proprio questa: “ma non sapevate che...”. La delusione ci dà la sensazione che ogni senso sia perduto, e per noi che viviamo così poco e siamo povere creature, è facile arrivare alla conclusione che non c’è senso. Queste non sono parole che si dicono facendo della filosofia, ma in genere si sospirano, si piangono nel cuore.

L’uomo di oggi arriva molto presto alla conclusione che non c’è senso, e che allora tanto vale, questa vita, viverla come una cosa senza senso. Noi siamo, senza accorgercene, in una sottile cultura del disprezzo di tutte le cose;
quando non c’è più senso in una cosa la si butta, la si lascia morire, la si uccide. È Gesù la verità; il grande regalo che fa a questi due, che fa a noi, è affermare che il senso c’era, perfino nell’assurdo che non doveva capitare. È molto confortevole quando lo spirito di Dio ci convince, come sa fare lui, che c’è senso. Nelle cose che non capiamo, nelle cose che patiamo, nella monotonia di ogni giorno, in tutto quell’insieme che ci fa appunto protestare, c’è senso; il cuore dell’episodio di Emmaus è qui: passare dall’ignoranza alla conoscenza della verità, che vuol dire: mi rendo conto che c’è senso nella tua morte e che, se c’è senso nella morte di Gesù, c’è senso in tutto. He Qi, Il Signore risorto
Ci vuole coraggio a dire che c’è senso nella morte di Dio, non perché è una morte, ma perché Dio sa infondere il senso anche nella e oltre la morte. Per i piccoli, per gli innocenti, per i traditi, il senso rimane. Le persone impregnate di questa verità non devono avere il minimo dubbio: c’è senso anche quando il nostro cuore piange, la nostra mente si ribella e restiamo bloccati dalle situazioni. Il suicidio non è la soluzione giusta.
Dunque Gesù dice che c’era senso e, dicendo che c’era senso, scalda il loro cuore che non sapeva più battere, credere e sperare. E loro si ravvivano, arde il loro cuore, cominciano a ritrovare coraggio, a sentirsi invogliati verso di lui; era questo che lui voleva. Poco per volta nel cuore dell’uomo è un desiderio nuovo, è un’intuizione diversa, è il sospetto che valga la pena ritornare a Dio. Anche per le persone che sono sulla frontiera tra Dio e non-Dio o tra non-Dio e Dio, Dio c’è, non diamoli mai per perduti, insistiamo molto a pregare perché a poco a poco il sospetto che Dio ci sia e che valga la pena tornare a lui con umiltà le prenda, le lusinghi, le consoli.

Essi, dunque, sedettero col Signore ed Egli si svelò loro nella frazione del pane. Lo riconobbero e divenne invisibile. C’è una lezione in tutto questo. Nasce in questi uomini, una volta per tutte, la tipica tensione della fede, che è una tensione dal visibile all’invisibile. Essi, forse, vedranno ancora per qualche momento Gesù, ma ad ogni modo hanno visto quel tanto che basta per sapere che la fede non vede, sanno che egli c’è e d’ora in avanti cominceranno a vivere secondo quello che non vedono, non secondo quel che vedono. Questa è la sfida della fede.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


Vedi anche:
L'EPISODIO DEI DISCEPOLI DI EMMAUS   [2]

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig