Sermig

CONTEMPLANDO LA SINDONE/3

È bello guardare questo volto e non vederci più un uomo torturato e morto, ma un volto colmo d’amore.

di Giuseppe Pollano

Luigi Cavandoli, Ecce Homo Il Dio degli sconfitti

Questo Dio così maltrattato ha provato su se stesso che la sconfitta non è mai una sconfitta totale. Questo è il Dio degli sconfitti, non della gente di successo. Per noi, povere creature, la sconfitta molte volte produce una caduta della speranza: è umano sentirsi così quando siamo sottoposti a troppe prove, una dopo l’altra; a volte in queste circostanze la vita stessa perde pian piano senso perché c’è l’impressione di non aver concluso niente. La sconfitta è il senso del tempo che sembra sempre più inutile, è essere vuoti dentro e non sapere che fare di sé. Visto che siamo fatti per un grande fine, che è Dio, quando ci manca il senso di un adempimento siamo estremamente frustrati e viviamo questo senso di sconfitta nella solitudine, perché spesso le persone che ci incontrano non se ne accorgono.
Se c’è uno che queste cose le ha vissute e le ha capite è proprio Gesù. Tutta la vita di Gesù è stata una lunga delusione, vinta soltanto da un amore che era ancora più grande. Infatti il successo di Gesù si è inversamente ridotto rispetto alla sublimità; più andava al vero e più tutti se ne andavano e lo lasciavano solo. Noi non siamo mai sconfitti perché lui non lo è stato; possiamo essere sofferenti perché in certi progetti non ce l’abbiamo fatta, fa parte dell’esistenza, ma non dobbiamo mai identificarci col progetto fallito, mai dire: “Sono un fallimento”. Potrei dire: “Ho fallito”, “Ho sbagliato”, “Non ce l’ho fatta” ma non dire: “Sono un fallimento”. Questa identificazione è falsa ed è letale perché crea un cortocircuito di disperazione: qualcuno si uccide, la maggior parte muore dentro.

Il Dio dei torturati e degli uccisi

Il volto della Sindone richiama chi fa un’esperienza terribile della vita e chi si trova a finire la propria vita calpestato, in un modo che non ha senso: pensiamo ad Auschwitz, ed Auschwitz è soltanto un simbolo di cose non meno gravi e grandi accadute dappertutto e che stanno ancora accadendo.
Se ci immaginiamo psicologicamente la passione, vediamo Gesù andare incontro a un senso totale di nessun significato: “Devo morire così? Padre, mi hai abbandonato?”

Avendo fatto questa esperienza di tortura e di morte, egli ci dice allora che questa maniera assurda di vivere e di morire in realtà non è più enigmatica; l’ha vissuta fino al fondo per poterne uscire risorto e per poterci tirare fuori dall’assurdo: “Tu risorgerai. Tutto quello che hai patito, sta certo, ti sarà pagato. Non c’è dubbio su questo, perché io sono un Dio giusto. Poiché vivi negli orrori a causa della cattiveria di tanti, allora io ho voluto entrare dentro gli orrori per garantirti che tu non sarai solo”.
Questo serve anche quando non siamo propriamente torturati o uccisi, ma feriti dall’ingiustizia. Non esiste al mondo nessuno che non sia stato più volte ferito dall’ingiustizia di ogni genere ed è una ferita che non si chiude più; anche se si perdona.
Dirck van Baburen, Incoronazione di spine, Central Museum, Utrecht

Il Dio dei pacificatori

Questo volto è quello di colui che la Bibbia chiama l’Agnello mitemente immolato. Gesù, nella sua passione, dopo un certo momento non dice più niente, sono i famosi silenzi di Gesù; Gesù trascorre l’ultima parte della vita in assoluto silenzio: tace quando è interpellato, tace di fronte a Pilato che si meraviglia moltissimo, tace di fronte a Erode che si irrita, che lo veste da pagliaccio e lo manda via. Tace non perché è risentito, ma perché è sempre più mite, fedele alla pace. Pace come mitezza, come non reazione, come abbandono al Padre!

Gesù non è un vinto umano, l’ha detto lui: “Se io volessi direi a mio Padre: mandami dodici legioni di angeli e sbaragliamo tutti”. Ma non l’ha fatto, perché è il volto di Dio che ama e perciò ha amato senza misura.
È bello guardare questo volto e non vederci più un uomo torturato e morto, ma un volto colmo d’amore. È stato ucciso perché lo ha scelto liberamente e allora noi contempliamo il volto di un amore che si è consegnato totalmente a vantaggio di altri. Due parolette ci aiutano a guardare questa icona: “Per te”. Se ci lasciamo dire “per te”, non possiamo non dire: “Grazie”; un grazie vissuto, poi.
Lorenzo Di Pietro, Cristo risorto, chiesa dello Spedale della Scala, Siena Il Dio dei credenti nella vera vita

Gesù è morto, ma ha vinto la morte, sua e nostra. Gli occhi di questo volto sindonico si apriranno, la sua bocca dirà di nuovo parole di vita. “Guardate i segni” ha detto e Tommaso ci ha aiutato a credere ancora di più. Gesù non è risorto con una pelle nuova, con tutta una cosmesi misteriosa per cui non si vedevano più le sofferenze patite. I segni dell’amore sono rimasti tutti e ci fanno sperare. Allora, se è così, si spera al di là di ogni speranza.

La cultura in cui siamo immersi non è caratterizzata da molta speranza: speriamo in piccole cose che poi non risolvono a fondo i nostri perché, quindi speriamo di una speranza che non spera. Non così la speranza che ci dona Gesù. Questa speranza, di cui abbiamo veramente bisogno, possiamo coltivarla proprio guardando questa figura. Diciamo a Dio che speriamo in lui, che ci fidiamo. Questa non è una speranza sul ‘probabile’ come la speranza di qualcosa che può anche capitare; è una speranza ‘certa’, è cioè una certezza spostata nel futuro. Coltiviamo questa speranza sia quando la vita va bene, ricordandoci di ringraziare il Signore nella certezza che c’è di meglio, sia quando la vita non va tanto bene e le sicurezze che avevamo sono diventate un po’ vacillanti, perché abbiamo la certezza che il mondo non sta crollando sotto i piedi. Speranza forte, da far traboccare su altri; ma nessuno dà ciò che non ha; è dall’abbondanza del cuore che si esprime la vita.
Abbiamo scandagliato qualche memoria di questo volto. Se lo teniamo come una delle icone importanti da non abbandonare mai, allora ci accorgeremo che non ci sarà momento della vita per cui lui non abbia una parola. La funzione sindonica è soprattutto questa.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


CONTEMPLANDO LA SINDONE/1
CONTEMPLANDO LA SINDONE/2

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig