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QUARESIMA/2: Dio ha un progetto di amore

 

Quando si riconosce che i progetti del Padre sono giusti e li si condivide mettendosi a disposizione, si vive un cristianesimo maturo, quello vero, che parte da Dio, che guarda Dio per imparare, che capisce la paternità di Dio, che vede questo Dio che veramente sa piangere sul mondo e mette in gioco suo Figlio.

di Giuseppe Pollano

Nella prima profezia della passione raccontata da Matteo, (Mt 16,21-28) a Pietro che aveva esclamato: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”, Gesù risponde con un secco “Lungi da me Satana, tu mi sei di scandalo”, tu non pensi secondo Dio ma secondo l’uomo, non hai ancora capito nulla di me. E ancora dopo, nella terza (Mt 20,17-28), parlando agli apostoli del suo tragico amore verso di noi che arriverà all’estremo, cerca in qualche modo di coinvolgerli: “Potete bere il calice che io sto per bere?”. E si sente dare una risposta molto disinvolta: sì che lo possiamo! E la prova di quanto sono distanti questi uomini dal suo cuore consiste nel fatto che essi avanzano la richiesta di fare carriera, di sedere ai primi posti.
Queste pagine del vangelo ci mettono ogni volta in questione; ciò che conta per noi è capire chi siamo davanti al Signore, quanto somigliamo a lui. In 1 Cor 2,16 Paolo fa il confronto tra l’uomo naturale che non capisce le cose di Dio e l’uomo spirituale che si conclude con una bellissima affermazione: “Noi abbiamo il pensiero di Cristo”. Non c’è niente di male se umilmente riconosciamo che non abbiamo ancora tutto il pensiero del Signore, ma non è questo “non ancora” che preoccupa il Signore. Egli sa che il seme cresce poco a poco; quello che lo preoccupa è che noi possiamo congelare quel “non ancora”, perché l’amore chiede identificazione, chiede scambio. Quando l’amore si adatta è perduto, diventa un’abitudine, e quando l’amore è un’abitudine è il peggio che si possa avere. Gesù si aspetta che noi desideriamo crescere, guardarlo meglio, innamorarci ed entusiasmarci di più di lui, e dunque somigliargli di più. Possiamo prendere in esame tre livelli di vita cristiana che ci possono aiutare a capire meglio.
C’è un primo livello di vita cristiana dominata ancora dai propri obiettivi, dalle proprie realtà, come se Gesù ci fosse per darci una mano a realizzare noi stessi. Gesù non è ancora al centro. Un livello che esprimono molto bene gli apostoli che chiedono i primi posti. Se continuiamo a guardare a noi, alla nostra salute, al nostro lavoro, avremo pochi sguardi gratuiti per Dio, siamo ancora troppo attaccati ai nostri interessi. Lo guarderemo quando ci serve, la vita di preghiera sarà sempre legata a qualche interesse. Cosa capiterà allora quando Dio non ascolterà la nostra preghiera? Saremo amareggiati, delusi da Dio, resteremo tristi e potremmo diventare ribelli. È un cristianesimo molto fragile.
Non ci è proibito chiedere, ma questo cristianesimo oggi è inevitabilmente sottoposto alla crisi; prima o poi Dio sembrerà un dio che non è quello che dice “bussate e vi sarà aperto”, perché non ti ascolta. Qualche volta chiediamo anche bellissime cose, per esempio le virtù. Quante volte ho chiesto a Dio che mi renda più umile, più casto, più generoso e non lo fa! Qual è lo sbaglio di questa posizione? Che noi vorremmo diventare santi a forza di miracoli, invece lui ci tratta da persone che sanno prendere le proprie responsabilità e che, con il suo aiuto, costruiscono la propria santità.
Il cristianesimo di secondo livello è un po’ più libero dall’egocentrismo, ha capito di più Gesù, lo mette di più al centro, ma non ancora fino al punto che Gesù diventi l’ideale della vita. È un cristianesimo che conosce molto la crisi spirituale quando il vangelo è sentito più come un peso da portare che non una stupenda chiamata. Gesù non è venuto per trovare discepoli che a ogni quattro passi dicono che è una fatica seguirlo. Certo è una fatica, ma si tratta di vedere come interpretiamo la nostra fatica. È bellissimo faticare per il Signore, ma nella misura dell’amore.
Questo cristianesimo che accusa molto la fatica nelle situazioni difficili, nelle sofferenze, nella vita di famiglia, rimane sostanzialmente un cristianesimo triste. Gesù non è venuto per rattristarci, pur avendo il coraggio e l’amore di dire di prendere la croce se vogliamo andare dietro di lui. Il cristianesimo del secondo livello non accetta la proposta della croce, è ancora in crisi, vacillante. Bisogna andare avanti.
E siamo alla vita cristiana di terzo livello. Gesù dai discepoli, svelando la sua passione, quindi tutto l’amore che aveva dentro, si aspettava di essere capito. Infatti se il primo livello è ancora quello in cui diciamo “le nostre cose, Signore, con il tuo aiuto”, il terzo livello rovescia il tutto: “Le tue cose, Signore, e noi ti diamo una mano”, che è quello che diciamo ogni giorno nel Padre nostro, venga il tuo regno, si faccia la tua volontà, che non sono suppliche ma coinvolgimento.
Gli apostoli hanno poi sicuramente capito Gesù, ma intanto hanno dovuto essere redenti dalla Croce - e si sono scandalizzati -; poi hanno dovuto vederlo risorto - e questo è stato il lampo accecante che li ha illuminati -, e infine hanno dovuto ricevere lo Spirito per diventare quello che sono diventati. Gli apostoli capiranno che il disegno di Dio non è una disgrazia, ma giusto, amorevole, l’unico disegno per il bene del mondo; capiranno che quando Gesù dice che va a morire, parla di un progetto che supera anche lui, che gli ha chiesto il Padre. È un progetto meravigliosamente giusto, perché non dice adesso saliremo a Gerusalemme e voi morirete per i vostri peccati, perché peccatori siete voi e non io. Dice il contrario: io morirò per i vostri peccati.
Quando si riconosce che i progetti del Padre sono giusti e li si condivide mettendosi a disposizione, si vive un cristianesimo maturo, quello vero, che parte da Dio, che guarda Dio per imparare, che capisce la paternità di Dio, che vede questo Dio che veramente sa piangere sul mondo e mette in gioco suo Figlio. Più di così non poteva fare.
Se noi preghiamo, leggiamo la Parola, contempliamo è soltanto per capire Dio. Se noi chiediamo lo Spirito Santo è per capire Dio: vieni, convincimi tu, perché io sono un uomo che continuerebbe a ragionare a modo suo, ma io non voglio, io voglio la verità. C’è naturalmente una crescita, una gradazione, ma si va sempre più avanti: il tuo disegno è quello giusto, allora io mi arruolo!
La quaresima diventa un cammino per far passi avanti verso il terzo livello di vita cristiana.
“Non so mantenere le verità cristiane neppure con la tua grazia, Signore; casco; mi rialzo; e sono anche scoraggiato, sono convinto che più di così non posso fare. È così che mi vuoi?”. Non spaventiamoci, non c’è da scoraggiarci, siamo chiamati a camminare un po’ più avanti, non a trasformarci di colpo. Gesù è buono e ci dà la grazia per camminare e non fermarci al punto di cristianesimo in cui siamo. È il diavolo che ci accusa, che ci scoraggia, che distrugge una speranza e un cuore. L’opposto è il Padre che ci aspetta sempre. Non c’è limite alla santità, occorre solo accettare che il nostro passo si sveltisca. Non lasciamo passare la quaresima senza dare a Gesù la gioia di andare avanti. Il Signore gioisce quando vede che i suoi cristiani lo prendono sul serio e gli vanno dietro.
Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


Sul tempo quaresimale vedi anche:
QUARESIMA/1: Convertirsi alla parola
QUARESIMA/3: Cristo e Satana
QUARESIMA/4: La questione del sepolcro
QUARESIMA/5: Il pendolo della vita
Speranza in cammino, di don Renato Rosso
Quaresima 2006 (altri link in calce)

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig