Sermig

Buona Pasqua

Icona della Nativitàdi Flaminia Morandi – “Tu scendi dalle stelle, o re del cielo / e vieni in una grotta al freddo e al gelo”, cantiamo a Natale e canticchiano persino quelli che se ne infischiano di un re del cielo. Potenza missionaria della canzone orecchiabile e dolce composta da sant’Alfonso de’ Liguori per il Natale del 1754, capace di riaffiorare dai ricordi d’infanzia anche dei più induriti.

Tutti presi dallo scambio dei regali, simbolo dell’apertura di cuore che dovrebbe caratterizzare ogni giorno della nostra vita, non badiamo abbastanza alla sua profondità teologica. Eppure l’immagine che evoca è la stessa dell’icona classica della Natività: una grotta scurissima, un bimbo adagiato in quel buio sinistro, una madre che lo veglia distesa e spossata, un padre discosto che medita pensoso, un paesaggio duro e quasi desertico, un solo albero: l’albero del paradiso perduto.

Dio scende, Dio è sceso; ma non come gli dèi pagani che ogni tanto scendevano sulla terra per qualche breve passeggiata. Dio scende per stare con noi: lui, il germe di fuoco della creazione, si chiude nelle tenebre di una grotta; lui, la Parola che crea il mondo e lo sorregge, si fa bambino senza parola tra gli animali senza parola; lui, da cui tutto dipende, diventa bambino innocente tra i tanti innocenti massacrati, svuotandosi di ogni potere.

Nasce senza ferire sua Madre, rompendo la catena ineluttabile di nascite per la morte, perché lui è solo vita, il puro Vivente senza nessun segno di morte.
Nasce da un padre umile e sognatore, che lo fa entrare legalmente nella discendenza di Davide e con lui fa entrare noi: Giuseppe, un nome che significa Dio che aggiunge, capostipite terreno di tanti altri figli.
Nasce a Betlemme, casa del pane: lui, unico pane incorruttibile.
Nasce in obbedienza all’amore folle di Dio per l’uomo: per riparare il dono che ci era stato fatto nella creazione e che noi abbiamo rovinato. Viene per donarlo ancora: per-donare.

Con il Natale il Dio-bambino paradossalmente impotente si coinvolge in una tragica storia d’amore: volontariamente entra nella morte per vincerla nella sua stessa umanità, che è la nostra, e così trasformare tutte le morti parziali del nostro destino in altrettante pasque, passaggi verso la sua immortalità. Ora che Dio si è fatto uomo, non può più esserci una situazione d’angoscia, di disperazione, di isolamento: Dio è con noi in ogni nostro inferno, e lì aspetta, discreto, sofferente il nostro stesso dolore fino a che non ci accorgiamo di lui.

Dal Natale Dio è ormai inseparabile dall’uomo, come se Dio e l’uomo avessero scambiato la loro vita. Dal Natale l’uomo può di nuovo entrare nella vita divina per la quale era stato creato. Dal Natale un bambino piccolo è il volto umano di Dio e una Madre le sue viscere di misericordia. Se ci lasciamo vincere dalla debolezza paradossale di quel bambino che illumina la grotta della nostra morte con la sua resurrezione, ecco si spalanca davanti a noi lo spazio senza confini della Trinità, ecco il vecchio mondo scompare, ecco il buio è vinto in fondo a noi.

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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