Sermig

Povero “io”

Lazzaro ed il ricco Epulone, illustrazione dall'Evangeliario di Echternachdi Flaminia Morandi – L’uomo che ha gustato la dolcezza della povertà è appesantito anche dal mantello che indossa e dalla brocca dell’acqua, diceva un Padre del deserto. Eppure in nome della dolce povertà la Chiesa è stata dilaniata nei secoli da liti così feroci che, come ricorda il cardinal Martini, c’è stato addirittura chi ha proposto di cancellare la parola povertà dal vocabolario ecclesiale.

Solo la povertà, intesa nel suo senso ampio, aiuta a conoscere il vero volto di Dio, diceva, Bibbia alla mano, padre Dominique Barthélemy, domenicano e grande biblista. L’insegnamento di Gesù è senza mezzi termini. Gli unici due testi in cui nel Nuovo Testamento si vede qualcuno entrare nella beatitudine subito dopo la morte sono quello del povero Lazzaro e del buon ladrone. Due poveri. Lazzaro è alla destra di Abramo: un posto che allude allo stile dei banchetti di allora, quando si mangiava distesi, appoggiati sul gomito sinistro, prendendo il cibo con la destra. A chi sedeva alla sua destra, il Signore poteva parlare a voce bassa, udito soltanto da lui. In vita Lazzaro si è nutrito delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco e ora ha il posto d’onore accanto al padre Abramo, indipendentemente dalla sua fede. In vita l’abisso che c’era tra lui e il ricco sarebbe stato sormontabile: bastava un gesto del ricco, che il ricco non ha fatto. Ma quella omissione ha scavato in eterno tra sé e la posizione privilegiata di Lazzaro un abisso invalicabile. Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli, dice Gesù. Chi potrà salvarsi? Si chiedono angosciati gli apostoli.

La salvezza è nel valicare l’abisso qui e ora, durante la vita, occasione irripetibile che ci è concessa: non per dare al povero le briciole, il nostro superfluo, ma per riconoscere nel povero me stesso. Qualsiasi volto prenda la povertà, quella passiva degli sradicati, degli emarginati, dei vecchi, dei malati, dei ricchi peccatori, o la povertà scelta del ricco convertito, la vera povertà resta la mancanza di stima. Il non esistere nella considerazione di qualcuno, e di qualcuno che sia stimabile.

Se do un piatto di minestra a un povero ma gli rifiuto la certezza della mia stima, rimarrà povero. Se lo lascio morire di fame, egli non esiste per me. Il punto è tutto qui: chiedersi se chi è povero esiste davvero per me. Se esiste, è inevitabile trovare me in lui, il suo volto in me. Allora non mi limiterò alla distribuzione di un piatto di minestra che lo farà restare ugualmente povero, ma diventerò responsabile di lui come di me, mi batterò perché esca dalla povertà e si crei un’attività, torni a fare progetti, a dare la propria intelligenza, energia, amore. Se la povertà può essere un problema nella comunità cristiana, forse dipende dalla scelta fatta alla caduta dell’impero romano, quando i cristiani adottano in blocco il diritto romano e pagano invece di ispirarsi a quello biblico, profondamente religioso. Allora nessun diritto alla terra sarebbe stato per sempre, com’era presso gli israeliti. Ogni sette anni sarebbe stato possibile ricostruire i patrimoni familiari perduti, una parte dei beni dei ricchi sarebbe stata a disposizione dei poveri. Il respiro dell’avere sarebbe stato la restituzione: ciò che, nell’ingiusta giustizia umana, somiglia di più alla giustizia divina, piena di tenerezza verso ogni povertà.

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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