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Nudo dietro Cristo nudo

Statua di San Nicola di Bari, Trecastagni (CT)di Flaminia Morandi – Troppo sfarzo negli abiti delle cerimonie religiose, si sente dire. Che scandalo quelle pianete intessute d’oro, quelle pietre preziose, quegli anelli vescovili, quelle mitrie. Parole contabili, come lo sdegno di Giuda davanti al gesto di Maria che unge Cristo con un profumo che costava quanto il salario di un anno di un operaio. Eppure, dice Gesù, solo quel gesto bello e libero da ogni moralismo sarà sempre ricordato.
L’abisso di significati del vestito dei religiosi è illeggibile per noi moderni, analfabeti del simbolo e plasmati dalla cultura economica di Giuda. L’abito è messaggio. Nella Chiesa, corpo dove ognuno ha un ruolo per farlo funzionare, a ciascuno è affidato un messaggio diverso, e quello degli asceti è diverso da quello dei sacerdoti.

“Nudo seguire Cristo nudo”, diceva san Girolamo, in polemica con certe monache romane che sfoggiavano abiti lussuosi. L’abito di Paolo, il primo eremita della storia del monachesimo, era una tunica di foglie di palma. Sant’Antonio abate aveva un unico vestito di crine, con il vello portato all’interno come cilicio permanente. Per san Basilio, fondatore del primo cenobio, l’abito del monaco doveva essere comune, resistente e unico, lo stesso di notte e di giorno, ma con una cintura che rende liberi i movimenti: segno che il monaco è sempre pronto a lavorare per il prossimo. Per Evagrio gli accessori dell’abito del monaco dicono la sua lotta incessante contro i sette vizi capitali, il cappuccio contro l’orgoglio, la tunica senza maniche contro l’avidità, le bretelle contro l’ozio e così via. L’abito di san Francesco, conservato ad Assisi, è una tunica d’amore, bruna, a forma di croce, lunga fino ai piedi, stretta da una fune, rattoppata con pezzi di stoffa provenienti dal mantello di santa Chiara.

Ai sacerdoti e ai vescovi è affidato un messaggio teologico. La casula che il sacerdote riceve all’ordinazione, è la sua casa: nella liturgia il sacerdote non è lì come se stesso, indossa Cristo, agisce nella persona di un Altro. Il cingolo che stringe i fianchi, ricordo della prima Pasqua, ricorda che ogni liturgia terrena è cammino verso la terra promessa. La stola, la lunga striscia di stoffa in due pezzi uguali, richiama il panno usato per asciugare il sudore e il sangue di Cristo. La mitra, l’alto copricapo dei vescovi, già usata dai sacerdoti dell’Antico Testamento ad imitazione del cappello dei dignitari orientali, dice la regalità di Cristo. Il pastorale, il bastone ricurvo dei vescovi e degli abati, ricalca il vincastro dei pastori, che con l’estremità curva e scanalata gettavano una pietra alla pecora che si allontanava per riportarla nel gregge.

Non più io vivo, ma Cristo vive in me. Non sono una veste esteriore, dice l’abito liturgico, sono la prefigurazione della nuova veste, del corpo risorto di Cristo, della dimora eterna che ci attende, della luce di Dio che viene dal profondo a rivestirci di bellezza: e la resurrezione, nostro vero destino, non si può trasmettere che con l’oro e con materiali preziosi

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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