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La pace è possibile? (3/3)

Sieger Koder, La profezia di Isaiadi Giuseppe Pollano – La questione di una convivenza pacifica nell’umanità è antica, ma è diventata molto viva, studiata, dibattuta soprattutto in questi ultimi tre secoli a causa del crescendo decisamente impressionante e tragico della mancanza di pace. La risposta dei filosofi alla domanda se la guerra sarà sempre il nostro destino non apre spazi di speranza. Non che piaccia dirlo, ma considerando la vicenda umana, siamo convinti che tutti, come appunto disse uno di loro, combatteranno sempre contro tutti e che, d’altra parte, la politica stessa trova la sua espressione ultima, decisiva e vincente proprio nella guerra. Una risposta decisamente pessimistica che, purtroppo, ha molti riscontri.

Ma la Parola di Dio accende in noi una grande speranza e nello stesso tempo ci provoca ad avere una grande responsabilità. Perché dico speranza? Basta prendere le pagine di Isaia sulla visione del futuro della storia umana. “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra. Venite, camminiamo nella strada del Signore” (Is 2,1-5). Ed ancora, “Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto...” (cfr Isa 11,6-9). È appunto quello che nella storia si direbbe impossibile.
Ecco perché nel confronto la parola del profeta suona quasi incredibile, e se non sapessimo che è un testo ispirato da Dio, quindi non un sogno di Isaia, noi avremmo diritto di dubitare. Invece non possiamo dubitare: è certo che è possibile creare una cultura di pace. Ce l’ha detto Dio. E non solo per il dopo, ma per questa storia umana nella quale tutti stiamo soffrendo, dove non è la verità ma la potenza a dettare legge.

Anche Lc 10,21-24 ha un’affermazione che ci sembra praticamente incredibile. I dotti, i sapienti di questo mondo (cioè le persone non cattive ma ricche soltanto della loro intelligenza) sono di fatto, per quanto ne sappiamo, quelli che conducono la storia. Pensiamo anche solo alle grandi risorse delle scienze. E invece Gesù ci viene a dire che il segreto per salvare la storia non è affatto concesso a chi sa tanto, ma ai piccoli, a chi ci crede. È anche questa una affermazione che è come una sfida alla nostra mentalità, al nostro buon senso umano. Eppure se ce lo dice Dio è vero.

Allora accettiamo la sfida, ma ben coscienti che con le sole capacità umane, anche eccellenti, non avremo mai la pace e, con la soluzione umana che cerchiamo, andremo sempre avanti brancolando, sbagliando, tentando e, soprattutto, soffrendo e facendo soffrire. Per cui, umanamente parlando, saremmo autorizzati a un profondo pessimismo, ma la Parola dice altro.

Con Gesù Cristo Figlio di Dio, allora diventerà possibile l’impossibile. Quando i piccoli, cioè quelli che sono umili e accettano di essere illuminati da Dio, diventeranno sapienti grazie a Gesù, allora l’umanità troverà la sua strada. Torna in mente il detto di Gesù, molto chiaro, di fronte a certe obiezioni che gli fecero i suoi apostoli piuttosto spaventati di ciò che diceva: ma come è possibile? Ed egli con poche parole rispose così: impossibile a voi, possibile a Dio. È la chiave che apre tutte le porte, che fa capire tutto. Vogliamo pace, desideriamo pace, gridiamo pace? Vogliamo sapienza, vogliamo felicità, vogliamo benessere, vogliamo giustizia? Dio dall’alto ci dice: impossibile a voi. Ma non ci lascia a piangere, subito ci ricorda che è possibile a lui. Gesù è venuto apposto per rendere possibile l’impossibile.

Tali e tanti sono i mali e le difficoltà della vita che siamo portati a dubitare. Un velo di scetticismo può essere anche in noi anche se ci diciamo credenti nel Signore. Vien da dire quel ma perplesso che toglie le forze. Signore – dobbiamo dire a questo punto – noi crediamo con umiltà che le cose più belle che desideriamo ci sono impossibili, ma crediamo con grande forza che Tu sei venuto a rendercele possibili.
E qui nasce il problema della responsabilità. Il vangelo secondo Giovanni ci ricorda che Gesù è una vite con molti tralci. E i tralci devono portare frutto. Gesù è giunto a dire ai suoi discepoli: farete cose più grandi di quelle che ho fatto io. Storicamente parlando, è vero. Pensate a quante cose belle e grandi la Chiesa ha fatto in questi due millenni. Allora l’impossibile diventerà possibile nella misura in cui noi oggi accettiamo di essere vissuti da Gesù, col suo spirito, la sua grazia, il suo amore, di diventare veri credenti, ossia essere con lui il nuovo germoglio di questo tempo che fa frutti di pace. E ce ne sono già non pochi al mondo, ma non bastano. La prima enciclica di Benedetto XVI su Dio che è amore resterà un fascicolo in più su quanto è stato scritto sull’Amore? No, dovrà diventare vita e civiltà, quelle pagine devono incarnarsi in noi e in molti altri.

Allora il possibile è nelle nostre mani. Alla domanda drammatica se potrà venire la pace, noi dobbiamo rispondere: si! Ma ci sarà soltanto se i cristiani si impegneranno a farla esistere. Non che non ci sia chi si impegna, ma qui è un’altra questione: la pace prima di essere costruzione umana, dice ancora la Chiesa, è dono di Dio. È il dono di Dio che scende, che ci fa poi agire come colui o colei che costruiscono pace; questo dono scende ai figli, agli amati, a coloro che amano il Padre, a coloro che sanno quello che dicono quando pregano venga il tuo regno, perché ci mettono tutto il desiderio del cuore. Attraverso questi passa il bene.
E dobbiamo rinnovare il nostro impegno, consapevoli che pace e saggezza, in questo mondo, in questa storia, sono possibili grazie al Signore e a noi. Non si tratta di bei desideri né di lunghi discorsi, Dio ha soltanto bisogno di santi, perché i santi sono coloro che si lasciano muovere da lui, ispirare dall’amore, spingere in una via che, come quella di Gesù, è verità, è dono, è generosità, è audacia nel bene. Con un fuoco tiepido non si scalda gran che. Oggi il peso di questa civiltà non è tanto data dai non credenti, ma dai cristiani tiepidi, perché i cristiani tiepidi meritano, come ricorda l’Apocalisse, quella durissima terribile parola: “Non sei né caldo né freddo, sei tiepido! Fossi caldo, fossi freddo, ma essendo tiepido ti illudi di essere buono. E io ti vomiterò dalla mia bocca”.
Signore, voglio impegnarmi sempre di più per una vita santa, perché il tuo germoglio dia frutto, perché la pace venga. Ci siamo anche noi, conta su di noi! Avremo delle fragilità, ma la volontà è buona, è forte è sincera. Al Padre onnipotente basta questo.
Noi crediamo in Dio, ma Dio crede in noi, ha bisogno di noi. Allora ci offriamo attraverso Maria che come sempre non ha mai deluso Dio ed è qui con noi proprio per aiutarci in questa impresa.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore