Sermig

Rannicchiato e felice


Santi e Morti: due ricorrenze non poi così distanti, che ci rimandano entrambe alle “cose ultime”. Nel tempo del dolore la nostra fede in un Dio che ha patito per amore può farsi vera. E può addolcire la solitudine. Come è stato per Dom Luciano Mendes de Almeida.

di Flaminia Morandi

 

Settembre 2005: Dom Luciano Mendes de Almeida all’Arsenale della Pace C’è una frase luminosa di Ernesto Olivero sugli ultimi momenti di Dom Luciano Mendes nella dimensione terrena della vita: “Rannicchiato nel dolore ma felice”. È un detto quasi patristico, che provoca. Come si può essere felici nella sofferenza e nella malattia?
La risposta forse sta in una frase di Solzenicyn: La sofferenza non degrada ma purifica e s’incontrano degli uomini i cui occhi sono diventati puri come l’acqua di un lago di montagna. Ma ancora non è una risposta. Perché non tutti, anche se cristiani, vivono in modo simile la sofferenza.

Solo in punta di piedi, con vergogna e umiltà, si osa parlare di malattia e di dolore. L’unica azione da fare, davanti alla malattia, è guardare e ascoltare un malato, l’unico vero maestro. Lui, e non noi che pretendiamo di essere soggetti della carità, è costretto dalla malattia a guardare in faccia se stesso. Lui, e non noi, attraversa una notte che lo trasporta dal nostro sapere per sentito dire al sapere che viene dal corpo dolente e che produce esiti imprevedibili. Anche se si tratta di un uomo di fede.
La malattia è la parabola del male spirituale che affligge l’umanità: la paura della morte. Per i grandi spirituali, l’angoscia palese o nascosta della morte, il suo rifiuto o la sua fascinazione che è lo stesso, è la passione-madre da cui tutte le altre traggono origine. Per sottrarsi a questa angoscia, l’uomo afferra gli strumenti che il Nemico gli fornisce: il potere, l’odio, il bisogno di fare schiavi e di avere nemici. Convinto che siano un antidoto efficace, crede di controllare la sua vita e di farsi libero. Invece si ritrova schiavo. E il suo carcere non è che lui stesso.
Se la malattia è vissuta con lo spirito di Prometeo, con uso di armi solo umane e terrestri (medicina, salutismo, tecnica, volontà ingorda di vita), diventa allo stesso modo carcere e dannazione. E quando la malattia avanza e diventa morte, la risposta non può essere che rivolta, rifiuto, odio. Parlare al malato, come talvolta incautamente si fa, di prova, di sofferenza che purifica, di protezione da un male più grande, di riparazione, non fa che deformare nel malato l’immagine di Dio, trasformandola in quella di un padre perverso, impossibile da amare.
Il dolore, la malattia, la morte non sono naturali, sono contro natura. Per le religioni arcaiche, la morte era un assassinio. Il diavolo è omicida fin dal principio, è falso, è padre della menzogna; e l’uomo, spinto dal Nemico, corre verso il nulla. Se non si aggrappa a Dio.
Nessuno desidera aggrapparsi a un Dio onnipotente che potrebbe guarirti e non lo fa, duro educatore, giudice che aspetta al varco per riscuotere il dovuto. Ci si abbandona solo nelle mani del Dio debole, che s’ammala e soffre con noi, che muore con noi vivendo in noi, e ci accompagna verso la verità piena di noi stessi, per ricongiungerci definitivamente a Lui nella gioia. L’amore opera in due modi diversi, diceva Isacco il Siro, diventa sofferenza nei dannati e gioia nei beati. È la gioia nella quale deve avere vissuto rannicchiato Dom Luciano.

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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