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La pace è possibile? (1/3)

Opera di Keith Haringdi Giuseppe Pollano – Nel recente periodo natalizio nel racconto di Luca della nascita di Gesù veniva evidenziato l'ambiente storico. C’era stato il decreto di Cesare Augusto, e Cesare è il simbolo di tutti i potenti e di tutti gli imperatori, il simbolo della storia dove si guerreggia sempre. Su questa scena della storia così consueta della nostra vita umana, si eleva da parte degli angeli un inno nuovo: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama” (Luca 2,14). Il testo di Luca che è stato usato nella liturgia dell’eucaristia fino a poco tempo fa diceva “pace in terra agli uomini di buona volontà”, versione che deriva da una traduzione difettosa che non esprime il significato del testo. La traduzione più appropriata potrebbe essere “pace in terra agli uomini avvolti dalla sua benevolenza”. Il termine giusto e forte di questa espressione infatti in greco suona eudokia (eu=bene, dechomai=accolgo), buona accoglienza, volontà benevola, decisione misericordiosa che evidentemente non è la buona volontà degli uomini verso Dio, ma di Dio verso gli uomini.


eudokia

L’inno non si può staccare da quello che è appena avvenuto: è nato il Salvatore, è venuto Dio in terra, venuta che avrà una serie innumerevole di effetti, ma forse quello più clamoroso, importante e appassionante è che l’effetto di pace, quella che scende da Dio, finalmente diventerà possibilità per la storia umana: pace agli uomini che ora, grazie a Gesù Cristo, sono avvolti da tutta la benevolenza di Dio.
Pace agli uomini può sembrare un'espressione augurale, ma non sono un augurio, sono un programma, l'annuncio di un vero progetto divino. Tutti coloro che accolgono di essere amati da Dio diverranno uomini di pace, e questo immediatamente ci coinvolge. Nella misura in cui ci lasciamo avvolgere dalla nuova benevolenza che Dio ha rivelato e ci dona in Cristo, siamo a poco a poco trasformati in operatori di pace. Avere il chiodo fisso della pace è perciò un progetto di vita, una vocazione.
Inoltre il termine pace in questo testo è molto forte, deve essere inteso come la condizione primaria per rendere possibile la vita. Il grande prodigio è qui, finalmente potremo vivere senza il timore di essere oppressi e uccisi, timore fondamentale che mina alle basi la sicurezza umana, oggi più che mai. Si tratta di pace sostanziale, che trasforma i rapporti umani.
E ancora, sia ben chiaro, quando si dice pace agli uomini che egli ama, non si intende parlare di una certa categoria di uomini, ma pace a tutti gli uomini, poiché tutti sono investiti dall’amore di Dio. Dunque con la venuta di Dio sulla terra adesso, e solo adesso, la pace è possibile.


Questioni sulla pace

Il canto angelico annuncia dunque che la pace, aspirazione fondamentale degli uomini, che può farci piangere di speranza e poi di disperazione quando non riusciamo a realizzarla, è possibile, non è una utopia. È possibile non perché decidiamo noi la pace, anche se la desideriamo molto, né perché la programmiamo, né perché la garantiamo con i trattati. Tutto questo non basterà mai. È possibile perché Dio, generoso e misericordioso, ci manda Gesù Cristo. È perciò importante legare la pace autentica, quella che desideriamo, con la persona divina di Gesù. Noi scartiamo tutte le utopie, capiamo il sogno umano, ma non ci crediamo. Per essere certi di questo basta ricordare ciò che veramente è la pace.

La Chiesa ha parlato di pace nel Concilio Vaticano II, ha tornato a parlarne nel Catechismo della Chiesa cattolica e nel Compendio. Dice: la pace non è solo assenza di guerra. Non basta non litigare per essere in pace, e questa affermazione vale sia nei rapporti tra le nazioni come in quelli tra le persone, nella vita di famiglia. Non basta neanche l’equilibrio di forze che si contrastano. Questo non è la pace, anche se sovente siamo costretti ad accontentarci di questo.
La pace, diceva già Agostino, è la tranquillità che viene dall’ordine delle cose. Nella vita ci sono ordine e disordine che continuamente si intrecciano e si contrastano. Fin che stiamo nel disordine dei pensieri, delle cose, delle azioni, dei valori noi non troveremo mai né la pace interiore né la pace tra noi. Se la vita, anche quella famigliare, è travagliata da conflittualità piccole o grandi è proprio perché abbiamo organizzato il disordine come vita e ne paghiamo il prezzo alto.
Ed ancora, come dice il profeta Isaia, la pace è frutto della giustizia (Is 32,17). Sappiamo tutti per esperienza personale quanto si soffre, e anche amaramente, per delle ingiustizie subite, quanto ci si sente feriti dalle umiliazioni, ferite che non si chiudono. Se non c’è giustizia non c’è nessuna pace.
Se però non c’è amore, neanche la giustizia basta. La pace è effetto della carità.
Una pace così intesa è completamente fuori dalla nostra portata, possiamo sognarla, descriverla, cantarla, tentare di viverla, ma ci sfugge sempre di mano. Come si fa ad essere così ordinati, così giusti, soprattutto così caritatevoli? Ed ecco la nostra eterna delusione: noi non riusciamo, da soli, a perseguire quello che desideriamo di più e viviamo piccoli e grandi drammi, le inquietudini tra amici, tra famigliari, tra gruppi anche ecclesiali. È una grande tristezza il non sentirsi mai con il cuore aperto, lieto, operante pace che causa – non che cerca! – la pace. Il Verbo di Dio si è incarnato proprio per causare in noi la pace.

Pace che, dice ancora la Chiesa, richiede molte cose difficili, prima di tutte l’equa distribuzione dei beni. Non bisogna limitare l'indicazione ai soli beni materiali, ma estenderla anche ai doni, ai talenti, alle capacità, alle opportunità che ognuno ha. Pensiamo ad un gruppo di amici dove non si dona neppure l’ascolto, dove due parlano forte e gli altri sono obbligati a tacere; sembra una sciocchezza, ma non c’è una equa distribuzione dei doni, e quelli che stanno zitti pensano ai due come a dei prepotenti che vogliono imporsi, e quindi fanno vivere una situazione di ingiustizia. La vita è intrisa dal dramma della pace che non riusciamo ad avere: siamo uomini e donne dalla facile discussione, dal facile litigio, del pronto contrasto. Ci prendiamo come siamo senza neanche reagire troppo.

Tutela dei beni delle persone, libertà tra noi, libertà fra gli esseri umani, rispetto della dignità di persone e popoli: questo è pace! Ed è evidente allora che una simile pace è impedita dalle passioni che abbiamo dentro di noi e che non teniamo abbastanza a freno: invidie, diffidenze, orgoglio, spirito di vendetta. E dalla non volontà di risolvere situazioni quali l'accumulo e il commercio delle armi, le ingiustizie soprattutto economiche e sociali...
È la descrizione della cronaca quotidiana. Ecco perché bisogna accettare l’idea, anche se richiede umiltà, che di pace parleremo sempre, ma che da soli non la realizzeremo mai. Questo ci amareggia profondamente. Scattano poi dei meccanismi psicologici per cui, delusi e insoddisfatti, gettiamo la colpa su qualcuno, c’è sempre il capro espiatorio. La vita allora si complica.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore