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La terza strada

Rembrandt, Il volto di Cristodi Giuseppe Pollano – La settimana santa è il momento più forte per meditare l’opera della salvezza. Gesù in questa settimana santa ha rotto con le sue stesse abitudini umane e ha cominciato quell'ultimo tratto di vita che lo ha portato alla croce.

Per riflettere sul mistero del sangue versato da Gesù Cristo prendiamo spunto da un passo della prima lettera di Pietro:
Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia (1Pt 1,18-19).
Dobbiamo recuperare, almeno in parte, il senso straordinario di questa effusione di sangue.

Gesù non è morto né di veleno né di soffocamento, è morto di una morte che lo ha dissanguato completamente. Occorre entrare nella mentalità ebraica per coglierne il profondo significato. La Bibbia conferma che senza spargimento di sangue non si dà perdono. Come è possibile che il sangue del Signore sia stato necessario per uno come me?
Inteso sia in senso fisico, che simbolico, il sangue per gli ebrei significa la vitalità stessa dell’uomo, quindi anche ciò che sto pensando, ciò che sto sentendo, soprattutto ciò che sto decidendo. Allora anche il mio peccato procede dal mio sangue, essendo un’espressione della mia vitalità.
Questa situazione ci introduce ad un binomio tipico della Bibbia: carne-sangue, con cui si intende la dimensione umana, la vitalità senza l’ipotesi della trascendenza. Paolo ricorda che anche le decisioni più spirituali e più responsabili sono carne, sono misura di vitalità possente, irruente, prepotente. Questa è la storia umana, storia fatta di carne e di sangue, di cui il frutto purtroppo è stato anche il peccato.

Sicuro della propria vitalità, della propria carne, l’uomo ha deciso che poteva fare a meno di Dio: è la storia fin dal principio. La nostra vitalità allontanandosi da Dio si condanna e porta a due esiti. Se la mia carne è forte, riesco ad essere un potente, ma allora sarà del tutto inevitabile che io, prima o poi, schiacci, opprima, sopprima un altro uomo. Se sono un debole, un fragile, la mia reazione nel sentirmi schiacciato dal potente o dalla vita sarà la rivolta o la disperazione, ribelle o frustrato. La storia dell’umanità, sia a livello di grandi aggregazioni collettive, di popoli, culture, civiltà, sia a livello della nostra piccola vita quotidiana, è tutta qui.
Allora è nella vitalità dell’uomo che bisogna portare la medicina.
E per poter entrare in gioco dentro i nostri limiti, Dio si è fatto uomo. Anche Gesù perciò ha i suoi limiti: vive in quella tal cultura, parla quella tal lingua, possiede quella tal statura, deve mangiare quel cibo, si muove in quel piccolo spazio; insomma, è carne. Solo l’amore poteva spingerlo a una scelta annientante (kenosi). Egli viene nel mondo certamente con una grande vitalità: di fronte alla sola ipotesi di morire suda sangue, resiste all’idea di morire perché gli è del tutto contraria, molto più che a noi. Gesù è vitalissimo, e lo mostra in mille modi con la sua vita, il suo andare, il suo amare, il suo prodigarsi. Una vitalità prorompente, traboccante, Gesù è il modello veramente esplosivo della vita. Dunque si è addossato tutta la vitalità umana, per cui si rendeva conto che questa vitalità regalata da lui agli uomini una volta deviata diventava una tragedia.

Allora come adesso le scelte erano quelle: cesare o schiavo, essere potente o dissanguato dalla violenza. Gesù ha inventato una terza strada: essere un potente che si fa schiavo, ma che rimane potente e mette la propria potenza a servizio. Nella settimana santa meditiamo l’icona di Gesù che, cingendo il grembiule dello schiavo, lava i piedi ai suoi amici e discepoli.
La scelta di essere servo comporta una immediata conseguenza per noi: quanto più si ha vitalità nell’anima, tanto più la si deve usare per mettersi a servizio.
La scelta di non essere né un cesare che opprime né lo schiavo vile che ha paura, ma di servire attraverso la sua potenza non basta, perché dalla vitalità irruente dell’uomo nasce il peccato, e la scelta di servizio da parte di Gesù non ci riscatta.
Per essere salvati, per diventare giusti, dovremmo essere capaci di spendere tutta la nostra vitalità per la Gloria di Dio, amandolo e servendolo, ma noi non ne siamo capaci. È Gesù che offrirà a suo Padre la propria vitalità svuotandosi di tutto il suo sangue. Un’offerta d’amore al Padre fatta al posto di coloro che sottraggono la propria vitalità a Do, se la tengono e ci peccano dentro.
Il meccanismo della redenzione è questo, Gesù si sostituisce a noi. Egli, che non ha bisogno di essere purificato, regala al Padre la vitalità di tutta l’umanità, una volta sola e per sempre, e così il suo sangue, e solo il suo sangue, ci salva.

Se Gesù ci riscatta spargendo il suo sangue, allora non c’è perdono senza spargimento di sangue. È una regola che suona tremenda, ma è molto logica. Occorre stare molto attenti, perché è errato immaginare un Dio che fa il contabile e fa pagare il perdono col sangue. La questione non è sua, è nostra, perché non è Dio che non ci perdona, avendoci già perdonati tutti in Cristo, siamo noi che non chiediamo il perdono. Il maggior peccato è l’impenitenza, non chiedere perdono.
È necessaria l’intenzione di cambiare i propri atteggiamenti sbagliati, di trasformare la propria vitalità, mettersi in giuoco, in altre parole dare a Dio il proprio sangue, il proprio modo di vivere. Ma è questo che l’uomo non vuol fare. Soltanto se l’uomo cambia la sua vita Dio crede che si è pentito: la sua vitalità deve diventare quella di un uomo onesto, il suo sangue, invece di essere rapace, diventare un sangue generoso, allora Dio lo invaderà con la sua misericordia. D’altra parte se l’uomo, essendo fatto per Dio, rimane senza pentimento, il suo destino si torce, e si dirige su una strada che non lo porta a Dio.

Nel mistero pasquale, accettiamo di condividere con Gesù Cristo la sua terza strada, la vitalità che diventa oblazione a Dio?
Gesù si svuota della sua vitalità e la offre al nostro posto. Quando in questa settimana santa si guarderà la croce, dobbiamo ricordarci che dietro ad essa ci sono la nostra carne e il nostro sangue riscattati e vedremo sulla croce quelli che dovremmo essere e che da soli non sappiamo essere. Solo se la sua umanità possente passa in noi mediante i sacramenti, anche noi diventiamo capaci di svuotarci della nostra vitalità, o debole e disperata o potente e aggressiva, e di offrirla come oblazione a Dio. Allora la nostra vita germoglierà di opere cristiane.

Se constatiamo che la nostra vitalità ancor troppe volte assomiglia a quella di cesare, dobbiamo convertirci, perché, se c’è un cesare, attorno ci sono degli schiavi e degli oppressi nella vita di famiglia, nella vita di lavoro, nella vita di comunità…
D’altra parte non dobbiamo disperarci quando ci saranno altri che ci opprimono. Si può reagire con amarezza, con strazio, chiudersi, rivoltarsi, e addirittura vendicarsi. Questa è la reazione dell’oppresso, ma, in nome di Gesù, come io cerco di non usare il mio sangue per prevalere, non lascio neppure che il mio sangue versato per colpa d’altri sia un sangue che mi avvilisca: rimango forte e tranquillo lo stesso.

Tutti i giorni quando prego il Padre e dico: “sia fatta la tua volontà”, offro la mia vitalità, il mio sangue. Certo che per andare oltre se stessi e offrirsi a Dio ci vuole una grandissima forza e nello stesso tempo la massima mitezza del Signore Gesù.
Solo Gesù poteva compiere il capolavoro di riunire forza e mitezza che, umanamente, non vanno mai d’accordo. La forza può diventare violenza, ma non troviamo Gesù violento; la mitezza può diventare vigliaccheria, ma non troviamo in Gesù vigliaccheria; in Gesù troviamo la forza e la mitezza, esempio di cristiano perfetto, forte, eroico e, nello stesso tempo, mite fino al sangue.

L’agnello di Dio muore e il leone di Giuda vince (Ap 5,5): questi sono i biblici simboli che possiamo scegliere. Se accettiamo di diventare con Cristo agnelli sacrificati, come Paolo raccomanda ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), diventiamo quelli che siamo chiamati ad essere.
Come cristiani aspettiamoci una giornata un poco insanguinata del sangue di Cristo, un poco partecipe della sua offerta al Padre. L’unica croce che vale è quel poco di croce che abbiamo accettato di aver stampata nella carne e che sanguina ogni tanto. Questa è la croce, questo vuol dire essere cristiani; però è una bellissima prospettiva, perché nella misura in cui accettiamo la croce noi diventiamo co-redentori, riscopriamo un ruolo inimmaginabile: contribuiamo a dare una mano a Cristo.
Viviamo la settimana in questa luce, per i lontani, per i non credenti; questa è il più bell’augurio che ci possiamo rivolgere per Pasqua.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore