Sermig

Essere speranza

di Giuseppe Pollano – Concludiamo la riflessione sul brano di Isaia che la liturgia propone il giovedì della seconda settimana di avvento. Quella precedente (Is 41,13-16) ha offerto un forte incoraggiamento, ora (Is 41,16-20) viene sottolineato un altro aspetto di questo brano: un coinvolgimento totale.

Frederic Watts, HopeI miseri e i poveri cercano acqua, ma non c'è; la loro lingua è riarsa per la sete. Io, il Signore, risponderò loro, io, Dio d'Israele, non li abbandonerò. Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d'acqua, la terra arida in zona di sorgenti. Nel deserto pianterò cedri, acacie, mirti e ulivi; nella steppa porrò cipressi, olmi e abeti; perché vedano e sappiano, considerino e comprendano a un tempo che questo ha fatto la mano del Signore, lo ha creato il Santo d'Israele. Is 41,17-20

Quando nell'Antico Testamento Dio parla in prima persona, egli impegna se stesso: io non li abbandonerò, io farò scaturire fiumi di acqua, io cambierò il deserto in un lago d’acqua. Ma nel Nuovo Testamento le cose cambiano. Quando Gesù dice io non parla soltanto di sé, perché è una vite con molti tralci che siamo noi, perciò quando egli dice io è come se dicesse noi. Ci impegna tutti.
Questo è molto importante. La Chiesa non è una figura generica, è il corpo di Cristo. Gesù non parla più al singolare, egli come Chiesa ci impegna, per cui noi dobbiamo rileggere le parole di Isaia alla luce del Signore prendendoci le responsabilità dell’Amore: siamo noi che faremo scaturire fiumi su brulle colline. E cosa è una brulla collina se non un cuore intristito dove non fiorisce più nulla? È lì che noi ci impegniamo a far scaturire fiumi di consolazione. Cos’è un deserto se non un animo desolato, una mente che non ha pensieri buoni e giusti, un sistema nervoso che crolla e si lascia andare, il senso del vuoto nella vita? È lì che noi ci impegniamo a cambiare il deserto in un lago d’acqua: io ti darò amicizia, ti infonderò forza, disseterò il tuo bisogno di verità e di pace, trasformerò la tua vita in questo magnifico giardino che Isaia qui descrive con una splendida fioritura che non finisce più. È una descrizione poetica, quasi idilliaca ma realistica, il profeta parla sempre molto con i piedi per terra.

Non si tratta più di leggere, neanche di meditare, ma di sentirci mobilitati e interpellati, richiamati. Ciascuno di noi si guardi attorno, dimentichi un po’ se stesso, esca dalla tentazione di pensarsi troppo e con occhi nuovi veda di assumere questo incarico di Dio. Egli non interviene con miracoli, ci siamo noi.
Quando si parla di speranza, spesso si pensa a un sentimento di speranza; ma la speranza è fatta di persone, sono io la speranza che provoco quel sentimento. La speranza è incarnata, sono i cristiani che causano speranza. È difficile essere cristiani senza essere speranza di qualcuno, credo che si possa dire che un cristiano che è speranza di nessuno non ha ancora capito cosa vuol dire essere cristiano, è cristiano per sé! Se c’è qualcuno che ci pensa con gioia, che aspetta che arriviamo, non può più farne a meno, perché siamo speranza incarnata. Questa è la vita.

Per dare speranza non è necessario fare cose straordinarie, si dà speranza con una presenza che qualche volta tace, si dà speranza con il prodigarsi in mille cure, quando è necessario, ma anche con lo sguardo, la parola, la bontà.
Siamo speranza di molti altri? Qui la retorica è morta e sepolta, qui sono i fatti che parlano. Triste sarebbe se dovessimo dire che qualche volta sono disperazione degli altri, che sto facendo soffrire qualcuno. Intendiamoci, qualche volta non si può fare a meno di far soffrire qualcuno: se questo qualcuno ci cerca per i suoi egoismi, non possiamo diventare zimbello e strumento di quegli egoismi, e dovremo dire i nostri no. Ma non parlo di questi dolori, parlo di quelli che noi stessi qualche volta provochiamo con la nostra maniera di essere, di fare, di decidere, di prendere o di togliere, di ferire, e allora una purificazione è conveniente.
Signore tu vieni, tu non farai soffrire nessuno, tu morirai come un agnello mite e più andrai verso la tua croce e più diventerai silenzioso, incredibilmente docile, e mi devo confrontare con te; se sto facendo soffrire qualcuno, Signore, è il momento di smetterla, è il momento di superarmi, di non far diventare gli altri vittime di un mio egoismo, del mio amor proprio, di una mia pretesa.
Purifichiamoci e, poi, incominciamo a togliere il dolore per diventare la speranza di molti. Qui davvero bisogna prendere il taccuino e segnare i nomi di quelli di cui si è speranza. Beato io se ci sono persone che nominandomi si illuminano in volto, dicono che sono una persona buona, da cui hanno ricevuto molto.

Questo è vivere, perché si vive dando, come ci ha insegnato Gesù. E nessuno è incapace di questo! Ciascuno, oltre a restituire le sue doti e i suoi carismi, deve essere capace di un gesto di bontà. Dunque, nessuno dica io non posso, perché sarebbe una menzogna. È così che saremo il deserto che fiorisce, saremo la speranza che rinasce, saremo gli occhi che non piangono più dalle cose più piccole, ma spesso indispensabili, alle cose più grandi.

L’avvento è un tempo privilegiato e magnifico perché ci dona di trasformarci, poiché noi tutti siamo egoisti. Gesù viene a trasformarci, la sua umanità prende la nostra, ci darà questo impulso del cuore, questo irresistibile bisogno che altri siano contenti non a causa nostra, ma a causa di Dio di cui siamo diventati lo strumento vivo.

Di natali virtuali e apparenti ne raccogliamo quanti ne vogliamo, ma non contano nulla. Riteniamoci tutti destinati, in questo tempo di avvento che è ancor sempre nuovo, a diventare più capaci di essere speranza e gioia per qualcuno. Dio viene per spendere la sua incarnazione attraverso di noi, viene per vivere dentro di noi i suoi sentimenti. La sua vita entra nella mia vita, è la comunione con Gesù.
Il progetto di Dio è questo: non rinasce per stare nei presepi, rinasce per ben altro, vuole prolungare l'incarnazione attraverso la novità di me che posso ancor sempre crescere in lui; e questo è un rinnovare l'alleanza ed essere. Ci sarà qualcuno che dice di essere un “vermiciattolo” (Is 41,14), ma ci siamo noi che siamo capaci di accarezzarlo, abbracciarlo, aiutarlo e dirgli in nome di Dio che non lo è. È un grande dono di amore.

Ormai siamo vicini al Natale, ma questi conti tra noi e gli altri, questi calcoli di speranza, li possiamo ancor fare, anche perché, è inutile dirlo, il Natale non è certo un episodio. Ogni anno liturgico nuovo ci invita a qualcosa di nuovo. Accettiamo che molti ci pensino con gioia e questo pensiero rimbalza in Dio. È l’augurio che possiamo farci, chiedendo a Maria che ci benedica perché lei stessa ha imparato – per esperienza e anche attraverso i dolori del suo cuore – che cosa voglia dire essere speranza. Noi la invochiamo come speranza nostra e lei non ci delude mai.

 

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore