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Gli ultimi nella Bibbia (1/5)

di Rinaldo Fabris - Un Dio che si commuove.

Comunità missionaria di Villaregia, Gesù e i poveriIl tema degli ultimi nella Bibbia potrebbe essere formulato con una parola più familiare: i poveri. Però credo che il termine poveri, e peggio ancora povertà, sia ambivalente; mentre la parola ultimi ci dice qualche cosa del luogo e delle persone nelle quali e tra le quali si trova Dio, se teniamo presente il vangelo, la buona notizia di Dio che ha condiviso la nostra storia a partire dall'estremità della forma umana: l'estremità del malato, del peccatore, della donna, del bambino, e per ultimo del criminale crocifisso. Per secoli la Chiesa ha annunciato il vangelo ai poveri, e uomini e donne hanno scelto di vivere con i poveri per annunciare questo vangelo. Ma qui si pone subito una domanda: chi sono i poveri? Sono gli umili? Sono i deboli? Sono gli emarginati? Sono gli ultimi? Ma cosa vuoi dire ultimi?


BEATI I POVERI: PERCHÉ?


È nota la buona notizia con la quale Gesù inaugura il suo annuncio storico in Galilea: le beatitudini. Ma non a caso vi sono due edizioni di questo programma di felicità rivolto ai poveri. “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”, così dice Luca 6,20; “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, scrive Matteo 5,3. Su queste due forme della buona notizia evangelica si è già divisa la Chiesa dei primi tempi, e si sono divisi i cristiani.

I poveri sono quelli che mancano dei beni essenziali, come dice Luca (beati quelli che hanno fame, beati quelli che sono afflitti), che mancano del conforto, della gioia della salute? Oppure i poveri sono gli umili, i puri di cuore, i misericordiosi, quelli che operano la pace, come dice Matteo? Cioè la povertà è un'indigenza, una miseria, una mancanza di beni, e in quanto tale apre a Dio? è il luogo dove si manifesta a Dio? oppure i poveri sono tali in quanto umili, misericordiosi, integri di cuore, più aperti a Dio e agli altri?
L'essere poveri è una mancanza o una virtù?
Già il termine italiano povero deriva da una parola latina che significa avere poco. Ma non è questo il senso biblico. Anche dire ultimi non ci aiuta molto. Gli ultimi sarebbero quelli che mancano di salute, di dignità, e questo li fa già clienti di Dio, sacramento e segno della manifestazione di Dio? Oppure sono più disponibili e aperti all'azione di Dio, hanno meno pretese? Sono cercati da Dio perché non hanno l'egocentrismo del ricco, del potente, dell'acculturato, dell'onesto, del religioso? Ecco dunque il problema: chi sono i poveri? E perché Dio cerca i poveri? In quanto sono più virtuosi, o perché hanno bisogno? E perché il vangelo li chiama felici, fortunati? Credo che Gesù amasse troppo queste persone per le quali ha lasciato l'attività di falegname, ha rischiato la vita e si è giocato tutta la sua esistenza, per dire al malato: “Fortunato te che sei malato!”. Con i gesti di Gesù poi non si può giustificare questa interpretazione: beato il povero perché è povero. Il vangelo spiega subito: perché vostro è il regno di Dio, perché sarete consolati, perché sarete saziati, perché sarete figli di Dio… Cioè i poveri sono beati perché Dio interviene. Il motivo della beatitudine non è una privazione, ma neppure una qualità morale che i poveri avrebbero in quanto poveri.


AL CUORE DELLA BIBBIA: ESODO DEI POVERI

Ma per scoprire questa dimensione evangelica si deve andare alle radici bibliche del vangelo che suona come buona notizia data ai poveri. È una storia che inizia da lontano, dall'inizio della storia di Dio con l'umanità. Attraverso la storia del gruppo ebraico si manifesta lo stile di Dio. L'evangelo biblico si manifesta in Egitto fra gli ebrei oppressi, costretti dal potere faraonico al lavoro dei campi, ai lavori di costruzione. Il testo dell'Esodo si apre con questo quadro, che è una lettura religiosa e nello stesso tempo storica del luogo dove si manifesta l'azione di Dio: “Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli con le loro angherie, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses” (Es 1,11). E ancora: “Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli con durezza. Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l'argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi; a tutti questi lavori li obbligarono con durezza” (Es 1,13-14). Si tratta di oppressione, di sfruttamento della manodopera straniera. Questi pastori, abituati alla libertà, sono sfruttati come minoranza etnica per i lavori pubblici — costruzione di magazzini — e per lavori nei campi — nel demanio del faraone —. Qui senza sfumature e sottili distinzioni tra problema sociale, economico e religioso, tra anima e corpo, si dice chiaramente: sono oppressi, maltrattati, schiacciati; questi sono i poveri che Dio cerca, con i quali solidarizza, per farli uscire a libertà. Nella lingua ebraica per dire povero si usa un vocabolo anav, che verrà ripreso da Gesù, e significa stare sotto, essere curvato, essere sottoposto, essere dipendente. Perciò nella lingua ebraica il povero non è colui che manca di cibo, di vestito, di casa, ma l'uomo che è privo di libertà e di dignità. Mancando di cibo, di casa, di vestito... gli mancano quegli elementi per avere libertà e dignità. Ma prima di tutto interessa l'aspetto umano: questo fa di lui il povero, l'oppresso, il dipendente, il curvato.

Nella situazione descritta l'Esodo riporta il grido degli oppressi. Esso chiude questo quadro storico e sociale degli ebrei costretti ai lavori forzati: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne diede pensiero” (Es 2,23-25). Così termina questo primo quadro, dove non si menziona l'intervento di Dio. Esso è solo promesso attraverso il suo ricordo, l'attenzione, il prendersi cura, il suo farsi carico della situazione di miseria degli oppressi. La Bibbia ricorda anche un tentativo violento di liberazione. Mosè di fronte ad un ebreo ucciso, vuole spezzare il cerchio dell'oppressione uccidendo l'oppressore (Es 2,11-12). Questa è una soluzione tentata lungo tutta la storia. L'Esodo non condanna, non dice che Mosè in quel caso fece male, commise un crimine. La Bibbia dice semplicemente che da quella parte non matura l'esodo; Mosè deve diventare profugo, ricercato dalla polizia, e nel deserto farà l'incontro con Dio che ha ascoltato il grido degli oppressi e lo rende protagonista di un processo di liberazione che non è violenza. È vero, l'unico che fa violenza nell'Esodo per liberare gli oppressi è Dio, che giunge ad uccidere gli innocenti figli degli egiziani. Donde viene questa violenza? Dalla potenza faraonica, che trascina il suo popolo, i suoi soldati, nella rovina e nella morte. Ma lasciamo questo problema del rapporto tra liberazione e violenza, tra peccato, violenza e prepotenza che si manifesta nell'uccisione e nella morte, e vediamo invece l'intervento di Dio in questa situazione di povertà che è mancanza di libertà, in un contesto ben preciso dove si è costretti a lavorare per una potenza straniera.


UN NUOVO VOLTO DI DIO

L'intervento di Dio, che si manifesta al profugo Mosè, sulla montagna di Dio, l'Oreb, viene descritto così nell'Esodo: Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo uscire da questa terra verso una terra bella e spaziosa” (Es 3,7-8). L'intervento di Dio a favore dei poveri e degli oppressi è per portarli a libertà. Il motivo di questo intervento non è perché gli ebrei sono più generosi degli egiziani, più pronti, più umili, più bravi, più ben disposti, più credenti. “Ho osservato la miseria... ho udito il grido”: Dio scende a liberarli perché hanno bisogno di libertà. Dio interviene a favore degli oppressi perché è fatto così: è uno che si commuove di fronte alla miseria. Questo è il motivo dell'intervento di Dio.

E qui comincia la storia biblica. È la prima volta nella storia universale che Dio non giustifica il trono del faraone, un'economia in funzione del tempio e del palazzo; Dio fa storia con gli schiavi e con gli oppressi contro il palazzo e contro il tempio. È la prima volta che nella storia si rivela un volto di Dio diverso. Qui comincia la storia di un Dio non inventato dagli uomini per giustificare le loro strutture di dominio e di potenza. Non è il dio faraonico, non è il dio mesopotamico: è il Dio dell'Esodo. E Dio ha questo volto: quello della parola rivolta a Mosè, chiamato ad interpretare la sua solidarietà: “Ho osservato... Sono sceso per liberarlo”.
Quando Mosè chiede a Dio una garanzia, non gli viene data una garanzia di potenza. Dio gli fa soltanto una promessa: “Io sarò con te” (Es 3,12). Qui, in questo esodo dal rapporto magico con uno di potenza, comincia il processo di libertà.

da NP, febbraio 1984

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