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Dio, il Padre a cui apparteniamo

di Giuseppe Pollano - La quaresima è tempo favorevole per consolidare la nostra appartenenza a Dio. Gesù ha chiamato Dio con il nome Padre. Anche noi siamo autorizzati a rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre” come faceva Gesù.

L’appartenenza doverosa

Patxi Velasco Fano, Servi inutiliC’è una penetrante domanda nella lettera di Paolo ai Corinzi a proposito di certi atteggiamenti di autosufficienza: “Che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto (da Dio)? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7). La domanda di Paolo presuppone la verità della totale appartenenza di ognuno di noi a Dio, e solo a Dio. Infatti ci ha creati, ci sta sostenendo ora per non farci ricadere nel nulla, ci dona continuamente tutto.
Noi cristiani dovremmo essere più fieri e convinti di appartenere a Dio e questo ci farebbe ancora più forti, più audaci nella storia del bene, nel fare le cose del Padre, precisamente come ha fatto Gesù Cristo.


L'appartenenza ad un Dio che è Padre

Gesù viene a dirci che apparteniamo al Padre e si comporta coerentemente a questa verità. Egli ci mostra cosa vuol dire essere di un Padre insegnandoci a vivere, incoraggiandoci in questa strada. Quante volte facciamo torto a Dio e lo trattiamo come un padrone esigente e severo che ci intimidisce e ci aspetta dietro l’angolo per il rendiconto. No, Dio non è né un padrone, né un creatore efficientissimo ma distantissimo.
Quando le grandi ideologie massoniche hanno teorizzato la lontananza di Dio sono state molto astute: non hanno affatto proclamato l’inesistenza di Dio, ma lo hanno proposto come l’architetto del mondo distante da noi: Dio c’è, ma posso fare esattamente quello che piace a me, in altre parole si spezza quel legame dell’incarnazione, perché non si può dire “Padre” ad un ingegnere.
Se Dio c’è ed è qui vicino, dobbiamo alzare gli occhi e guardarlo in faccia, ed allora non è più un architetto. Gesù ha subito messo le cose in chiaro: guardate Dio al quale appartenete e guardate a lui soltanto come Padre. Bisogna essere umili per guardare Dio e capirlo.


Affidiamoci al Padre come ha fatto Gesù

Artista della scuola senese del XIV secolo, Giovane donna in preghieraIl primo atteggiamento è quello dell’affidamento assoluto: tu sei di un Padre che in questo momento ti tiene nella sua mano e allora puoi fidarti. Nel vangelo di Matteo (6,25-34) c’è il richiamo al Dio della provvidenza, una descrizione realistica della cura che il Padre ha di tutto. Nella vita ci sono delle situazioni tristi che ci scoraggiano, ma anche loro stanno nella mano di Dio. Quando ci avviciniamo alla fine della nostra vita e siamo presi dall’angoscia, dalla tristezza, se viviamo questo affidamento sappiamo che anche la morte è nel palmo di Dio, tanto è vero che risorgeremo. Nelle difficoltà, dopo un primo momento di sbandamento, dobbiamo cercare di recuperare la dimensione filiale con il Padre: egli c’è, fidiamoci e affidiamoci, non perdiamo mai la speranza nel Padre.
Gesù è ci ha dato molte prove di consegnarsi totalmente ai progetti del Padre, ha fatto diventare l’abbandono non come l’accettazione delle cose che accadono, ma una volontà di appartenere al Padre, andandogli incontro a braccia aperte (cfr Gv 6,38). Se Gesù fosse stato un uomo come noi, avrebbe sicuramente avuto la progressiva sensazione di aver perso tutto, ma non ha vissuto questa sindrome del fallimento che distrugge un uomo, perché ha capito che quel mistero aveva un significato profondo.

Il secondo atteggiamento è una esistenza fatta di obbedienza. Gesù ha il forte desiderio di andare d’accordo con il Padre, la sua obbedienza non è umana, burocratica, ha sopportato l’umiliazione per fare la volontà del Padre. L’obbedienza cristiana non è quella degli schiavi, ma diventa l’anima della vita. Gesù ha il forte desiderio di compiere la volontà del Padre, quello che piace al Padre (cfr Lc 12,50; Gv 19,50). Quando siamo buoni e generosi, noi siamo contenti perché sappiamo di fare una cosa che piace anche a lui, e questo è un sentimento da figli, una soddisfazione morale, perché è una scelta libera. Gesù è il perfetto esemplare della vera libertà: quando ha parlato della sua morte, ha detto: “io do la mia vita, per poi riprendermela di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,17-18), e a Pilato: “Tu non avresti potere su di me, se ciò non ti fosse dato dall’alto” (Gv 19,11).


Imitiamo Gesù

Noi dobbiamo sempre tarare e calibrare la nostra posizione di appartenenza a Dio sull'obbedienza di Gesù, e non finiremo mai di imparare.

non ribellione-rassegnazione
Davanti al dolore, ad esempio, dobbiamo valutare i due elementi che troviamo in noi: da un lato c’è la ribellione e dall’altro la rassegnazione. Il versante della ribellione è quasi inevitabile, perché non siamo fatti per soffrire; allora c'è rivolta, c’è amarezza, c’è chiusura nei riguardi di Dio, ci va via la voglia di pregare, tiriamo delle conclusione troppo rapide sul Padre che, senza accorgercene, mettiamo sul banco degli imputati per giudicarlo e condannarlo. Importante è non mettere il Padre sotto processo. Bisogna pregare affinché aumenti la nostra fede e così allontanare la tentazione del diavolo che ci porta a giudicare Dio. Inoltre potremmo rassegnarci, ma un figlio non può accontentarsi di rassegnarsi passivamente. Allora fidiamoci.

Nello Iovine, Preghierala nostra interpretazione del “sia fatta la tua volontà”
Altro campo di verifica è capire cosa significa per noi l’espressione “sia fatta la tua volontà”. Non si deve aspettare il dolore per pronunciare questa frase, ma bisogna dirla nella vita normale. Questa frase indica il disegno completo che Dio ha su di me. Io non posso pensare la mia vita se non come un disegno di Dio: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Rom 8,28-30). Quel “tutto” sta ad indicare sia quello che capita, sia quello che non capita, anche se passa attraverso il male. Questo è un disegno completo che riguarda sia terra che cielo, uno stupendo e completo progetto nel quale stiamo camminando per essere conformi all’immagine di Gesù: chiamati, resi giusti, glorificati.
Allora, se è così, è preferibile che sia Dio a decidere su di me, perché a priori mi fido di te Padre. Di Dio mi fido a occhi chiusi, perché non si inganna e non ci inganna. Le parole di Gesù a Pilato sono esemplari: “Credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?” (Mt 26,53).

la nostra chiamata personale
Infine dobbiamo verificare la nostra chiamata personale, perché interessa sapere cosa il Padre vuole da noi. La vocazione non è conoscere le proprie attitudini: questo è un discorso troppo umano. Prima di essere chiamati, infatti, Pietro, Andrea e Giovanni avevano sicuramente seguito le loro attitudini, facendo i pescatori sul lago, ma la loro vocazione era nascosta dentro di loro. Dio non realizza tutte le nostre attitudini o tutti i nostri desideri, perché può chiamarci anche a qualcosa di più alto, e non è detto che le nostre inclinazioni rientrino in questo progetto. Quindi dobbiamo tenere conto delle nostre attitudini, dei nostri talenti dati da Dio, ma dobbiamo mostrarci anche disponibili al suo progetto, a sollevarci da quella che è la nostra situazione normale.
E non dobbiamo dimenticare che la chiamata esplicita avviene attraverso Gesù Cristo: “Tu sei Simone, sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42).
Occorre coltivarsi in questa fiducia, appartenere al Padre nel vissuto di ogni giorno, camminando verso una santificazione. Nelle scelte di ogni giorno occorre pregare: “Padre, che cosa vuoi da me, che cosa ti piace?”: è un livello da santi, ma nello stesso tempo è per tutti, perché questo è vangelo.

Guardando alla nostra vita, se troviamo qualche angolo in cui si è un po’ in crisi perché non ce la facciamo ad andare d’accordo con il Padre, perché non tutto ci è chiaro, non dobbiamo scoraggiarci: occorre pensare un po’ di meno e pregare un po’ di più. Fidandoci un po’ di più, la vita sarà più felice, più beata, nonostante tutte le sue traversie.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore